I dati dell'Agenzia delle Entrate indicano che l'elevato costo della vita "deprezza" i salari del Nord
Stefania Piazzo
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I lavoratori del Nord sono i più poveri del Paese. Le loro famiglie, rispetto a quelle del Mezzogiorno, rischiano tutti i giorni di scendere oltre la soglia limite di povertà. Per vivere devono spendere molto di più, un terzo, a volte il doppio rispetto a quelle meridionali. E spesso, Mantova, Torino, Cremona, Milano, Padova, Trieste, Reggio Emilia devono fare i conti con lo stesso stipendio che si prende a Orvieto, Bari, Palermo, Lecce, Cagliari, Taranto, Reggio Calabria. È così, prove alla mano: le cifre raccolte dall'Agenzia delle Entrate del ministero delle Finanze dimostrano autorevolmente che le spese per arrivare a fine mese, rapportate al diverso numero di figli e al costo della vita tra le aree del Settentrione e quelle del Sud, incidono maggiormente nelle buste paga dei lombardi, dei piemontesi, dei veneti, dei valdostani, degli emiliani... e così via. Una sperequazione che non ha pari poiché in alcuni casi vede persino il Nord doppiare il Sud sui valori della soglia di povertà.
Davanti quindi alla domanda: «Ma avevano ragione i ferrotranvieri di Milano a protestare?», la risposta è una e una sola: «Sì, i tranvieri avevano tutte le ragioni»! Il loro milione e 700 mila lire non basta per affrontare il mantenimento della famiglia, di una casa in una città del Nord. Eppure con la stessa cifra un loro collega meridionale può superare con maggior serenità gli stessi problemi quotidiani. È dunque un controsenso che lo stesso stipendio in diverse aree del Paese possa creare disparità così pesanti. La via d'uscita? Le gabbie salariali, stipendi rapportati al costo della vita, contratti frutto della contrattazione sul territorio. Certo, le lobby dei sindacati e di Confindustria non saranno d'accordo, l'assistenzialismo ne uscirebbe perdente, ma la gallina dalle uova d'oro ha finito di dare a fondo perduto. Anche l'euro, tanto caro ai tecnocrati di Bruxelles, ha fatto danni irreparabili nel bilancio delle case padane. Le cifre per raggiungere la soglia di povertà al Nord sbugiardano chi sostiene che la moneta unica abbia portato benessere. È vero anzi il contrario. L'Emilia Romagna (la patria dello stesso presidente della Commissione Ue Romano Prodi) in questa classifica della cinghia da tirare è addirittura in testa, riesce quasi a doppiare il dato della Campania dove il costo della vita è quasi la metà (133,2 contro 74,9). Cifre da capogiro anche in Valle d'Aosta con 127,3 contro il 71,7 della Sicilia, o in Lombardia con 122,3 rispetto al 71,7 della Calabria. Altri raffronti? Il Piemonte a quota 119 supera di gran lunga il 74,7 della Puglia. Vivere al Nord è più difficile, non c'è dubbio, anche se qualcosa sta finalmente cambiando.
Grande merito va dato al ministro del Welfare, Roberto Maroni, grazie al quale solo nell'ultimo anno, attraverso nuove politiche sociali, le famiglie in stato di povertà sono scese dal 12 all'11% (una riduzione così sensibile non si registrava dalla metà degli Anni '90).
A questo si aggiungono poi gli interventi a sostegno del nucleo familiare e alla nascita di nuovi figli, un accesso facilitato al credito per l'acquisto della prima casa per le giovani coppie, lo sviluppo degli asili nido aziendali, una giustizia fiscale per la famiglia che consenta di affrontare l'arrivo di nuovi nati e anche dei secondi figli.
Si tratta di misure che per la prima volta aiutano nel concreto il Nord e tutto il Paese, ma occorre che a queste si aggiunga una "giustizia" retributiva che tenga conto delle differenze economiche che pesano sulle famiglie in modo diverso da Nord a Sud.
Lo suggeriscono anche i dati raccolti dall'Ufficio Studi dell'Agenzia delle Entrate. Per superare il problema non basta un semplice aumento in busta paga: occorre dare maggior peso alle retribuzioni agganciando il loro valore al reale costo della vita. Dunque, le gabbie salariali sono una via maestra per superare la disparità.
La tabella che pubblichiamo invita a queste riflessioni, confortate dai dati: in Piemonte una famiglia con 5 o più figli non può guadagnare meno di 3.800.000 lire contro i 2.300.000 che bastano in Sicilia per arrivare a fine mese. Una coppia lombarda con due figli, non può incassare meno di un milione e 900 mila lire contro il milione e 100 di una siciliana.
Dato record in Emilia dove la soglia di povertà è dietro l'angolo se la stessa coppia non porta casa almeno 2.100.000 lire. E nel caso la famiglia sia numerosa, gli emiliani devono avere una disponibilità di 4 milioni e 300mila lire per cinque figli rispetto ai 2 milioni e 300mila della Calabria. In sostanza quasi il doppio. Chi è dunque più a rischio?
Sono dati inconfutabili, che testimoniano come la lettura sui dati relativi alla soglia di povertà nel Paese debba essere ricalibrata per non fornire interpretazioni distorte, facile anticamera ad interventi assistenziali a pioggia, sempre sui soliti terreni di coltura e di voto.
La politica spesso si è limitata ad effettuare una sorta di "aritmetica" della povertà, tracciando una demarcazione netta tra chi è povero e chi non lo è, dimenticando però chi vive a ridosso della soglia di povertà. È in questa nuova lettura che vanno considerate le politiche fiscali, sulla famiglia, sulla casa, sulla stessa politica dei salari, che non si esaurisce nel rinnovo di un contratto di lavoro ma in un contratto che porti a superare le disparità di un Paese che, mano a mano che si scende, fa scendere altrettanto vertiginosamente il potere d'acquisto del Nord.
Del quale non si era preoccupato di certo il governo dell'Ulivo. I padani non hanno ancora dimenticato uno dei tanti schiaffi ricevuti dai governi cattocomunisti. Indimenticabile è persino l'assegno di povertà, un reddito d'inserimento che si percepiva a patto di essere iscritti all'ufficio di collocamento e che mirava a integrare il reddito familiare in base ad una soglia meramente economica. Di fatto, la situazione al Sud non è migliorata per quanto riguarda l'emersione dalla marginalità. Quanto al Nord, le cifre sono state già commentate. Di più non si può dire. Se non che a queste cifre, che non sono statistiche, va ad aggiungersi anche il paese dei pensionati, e non certo d'oro, per la stragrande maggioranza al Nord.
Stefania Piazzo
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[Data pubblicazione: 04/01/2004]




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