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Discussione: Dove va la Russia?

  1. #1
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    Predefinito Dove va la Russia?

    dal sito di emporion

    " Russia
    Dal “bolscevismo di mercato” alla democrazia
    di Giuseppe Sacco

    La terza consultazione elettorale tenutasi in Russia dopo la fine del Comunismo ha avuto svolgimento ordinato e regolare, anche se il suo risultato non è piaciuto ad alcuni osservatori occidentali. Ma nel complesso è evidente – come ha scritto il britannico Guardian – che “nonostante il rafforzamento del potere politico detenuto dal presidente Putin, il rinnovo della Duma porta con sé più notizie buone di quelle cattive”. La prima notizia buona è la conferma di come il popolo russo – che nella sua storia non aveva conosciuto altro che l’autocrazia zarista e la dittatura comunista – abbia ormai interiorizzato il concetto della democrazia elettorale, e lo abbia fatto ancora più rapidamente e integralmente di come non sia avvenuto in Spagna dopo la morte di Francisco Franco. Si può essere sorpresi da una così rapida transizione, ma non si deve dimenticare che, se lo Zar governava con gli ukase il regime comunista aveva già introdotto un meccanismo elettorale, in particolare per l’elezione del Soviet Supremo. Certo, si trattava di poco più che di una fictio, dato che l’elettore sovietico si trovava di fronte ad una scheda su cui era stampato il nome di un unico candidato, quello del Partito Comunista. La sua libertà di scelta si limitava al diritto di cancellare questo nome e di sostituirlo con un altro: poco più di una soddisfazione personale, dato che nessun candidato alternativo poteva condurre una campagna sistematica. Per di più, gli elettori ritenevano più prudente non entrare nella cabina dove avrebbe potuto aver luogo la cancellazione, ma depositavano la scheda direttamente nell’urna.

    Le elezioni sovietiche erano, insomma, un grande ed ipocrita rituale, e nulla più. Ma come sempre, l’ipocrisia si è alla fine rivelata, per dirla con La Rochefoucauld, come un “omaggio pagato dal vizio alla virtù”. Chiamando l’homo sovieticus a questo rituale, il regime riconosceva implicitamente il principio della sovranità popolare. La sua legittimità non poteva, infatti, discendere, come quella dello Zar, dal diritto divino; discendeva da una presunta delega della popolazione. Ed il concetto ha messo radici. Una volta caduto il regime, i russi hanno deciso che la fictio era morta, ma che non era morto il principio, ed oggi pretendono di applicarlo sul serio. Non che l’entusiasmo dei russi per la democrazia sia uscito indenne dalle torbide vicende degli anni Novanta. Al contrario, quando nel 1993 Boris Yeltsin sospese la Duma e riscrisse la Costituzione, riducendo i poteri dei parlamentari, un colpo assai duro venne inferto alle speranze che avevano accompagnato la fine dell’era gorbacioviana e l’arrivo della competizione politica aperta. Ma non fu, come si è visto il 7 dicembre, un colpo mortale.

    Le critiche sollevate contro le elezioni del 7 dicembre hanno qualche fondamento, ma potrebbero in realtà essere rivolte anche alle consultazioni che si tengono nelle cosiddette “grandi democrazie con tradizione democratica”. La bassa affluenza alle urne è un dato strutturale negli Stati Uniti, ed ancor più nei paesi scandinavi, così come la mancanza di un vero dibattito politico. D’altra parte, i vantaggi di cui hanno goduto i candidati vicini al potere, a causa del controllo pubblico dei media, è stato largamente controbilanciato dal pesante intervento degli oligarchi nel finanziamento dei partiti contrari a Putin. Non si tratta di una novità, in Occidente non meno che in Russia. Basta pensare con quale impegno il presidente degli Stati Uniti partecipa alla campagna dei candidati del suo partito per eleggere sia i governatori che il Congresso, per capire che l’incumbent è sempre avvantaggiato e che in nessun paese il potere “in carica” si fa troppi scrupoli di utilizzare la propria posizione per ostacolare i suoi avversari.

    E poi, in Russia, anche nelle scorse elezioni, la radio e la televisione hanno manipolato il dibattito pubblico, saturando l’etere con commentatori apertamente favorevoli al governo centrale, senza che nessuno in Occidente vi trovasse da ridire. E la ragione era che quella specie di “bolscevismo di mercato” che è stato il regime di Yeltsin, aveva un programma che piaceva all’Occidente ed era nei suoi interessi, perché faceva approvare riforme liberal-capitalistiche, malgrado l’opposizione del Parlamento e lo scetticismo dell’opinione pubblica russa in generale. Nessuno fece attenzione, allora, al fatto che riforme graduali, e non rivoluzioni selvagge, erano necessarie in campo economico e politico, e che il grande pericolo, che in seguito divenne realtà, era il ritorno ad un potere eccessivo del Cremlino, l’accaparramento delle risorse del paese da parte di pochi profittatori, e l’impoverimento di un gran numero di russi. Se alcuni osservatori occidentali gridano oggi che il successo di Putin alle recenti elezioni della Duma sono state un passo indietro nel processo di transizione alla democrazia in Russia, è un fatto che lo stesso non accadde nel 1996, quando si chiuse un occhio sulle manipolazioni elettorali di Boris Yeltsin, solo perché all’epoca il risultato fu gradito dall’Occidente. Questa volta i governi occidentali ed i loro media stanno criticando l’intero processo elettorale, e gli sviluppi della democrazia in Russia soltanto perché sono stati sconfitti i loro “amici” dell’Unione delle Forze di Destra e del Partito Yabloko di Grigory Yavlinsky.

    Il principale motivo del bruciante insuccesso dell’Unione delle Forze di Destra alle elezioni passate è stato però proprio il suo evidente schiacciamento sugli interessi dell’Occidente e l’estrema impopolarità dell’eminenza grigia del partito, Anatolj Chubais. Questi è, infatti, l’uomo che guidò le privatizzazioni neo-liberiste nei primi anni ’90, e determinò l’immenso arricchimento suo personale, e di una ristrettissima gang a lui fortemente legata. Erano quelli che oggi vengono chiamati “gli oligarchi”, e che sono i veri sconfitti di queste elezioni. Anche l’altro partito di destra, Yabloko, è stato pesantissimamente sconfitto, tanto che alcuni centri di potere occidentali già avanzano l’idea di una fusione con l’Unione delle Forze di Destra. Si tratta di un vero nonsense. E’ vero che i due partiti sono entrambi pro-occidentali e neo-liberali in senso politico, ma il loro approccio all’economia è differente. L’Unione delle Forze di Destra appoggia gli oligarchi e vorrebbe spingere più ancora avanti il processo di privatizzazione, con la dismissione non solo delle aziende pubbliche dell’energia elettrica, di cui Chubais è il grand commis, ma anche della rete degli oleodotti, che ancora sono di proprietà statale. Il partito di Yavlinsky, al contrario, ha un approccio più socialdemocratico, e propone un sistema di economia mista. Insomma, una ristrutturazione della destra filo-occidentale è certo probabile, ed indispensabile, ma essa, dopo il 7 dicembre, dovrà ormai tener conto della riviviscenza dell’orgoglio nazionale russo e dell’attenzione all’interesse collettivo.

    Grande sconfitto è stato infine il Partito Comunista russo, che è ormai l’ombra del partito che fu di Lenin, e che dal 1993 è diventato un amalgama di nazionalisti autoritari e statalisti. Rispetto al momento di massima popolarità, raggiunto nel 1996, quando il loro candidato presidenziale, Gennady Zyuganov, ottiene il 40 per cento dei voti, i comunisti sono stati svuotati di ogni ruolo politico. Già Yeltsin gli aveva sottratto alcuni delle sue icone nazionaliste. Ma Putin è andato anche oltre, incarnando sia la nostalgia post-1991 del Partito Comunista per l’ordine e la disciplina, sia le tradizioni pre-gorbacioviane di autoritarismo burocratico. Nelle ultime elezioni il presidente gli ha infine rubato un po’ del populismo di sinistra, prendendo di mira pochi, selezionati oligarchi. E ciò nonostante il fatto che lo stesso Putin non solo convive con i grandi interessi privati ormai consolidatisi in Russia, ma è addirittura una loro creatura. Fu infatti Yeltsin, assieme a Boris Berezovsky, a scegliere Putin come suo successore alla presidenza della Federazione Russa. Per le elezioni del 7 dicembre, i comunisti si sono così ridotti a letteralmente offrire in vendita, agli oligarchi miliardari bisognosi dell’immunità parlamentare per sfuggire all’arresto, posti di candidato nelle proprie liste nazionali e regionali. Undici dei primi 18 nomi delle liste elettorali comuniste non erano nemmeno membri del Partito, e cinque erano legati al gigante petrolifero Yukos, il cui fondatore, Mikhail Khodorkovsky, è ancora in prigione in attesa di processo. Indubbiamente, ciò ha contribuito ad alienare i voti della vecchia base del Partito e riflette appieno la bancarotta ideologica dei comunisti.

    Il lato positivo di queste elezioni sta nel fatto che queste potrebbero condurre ad un riallineamento a lungo termine dei partiti russi. Il Partito Comunista ha subito una scissione, con la nascita di un nuovo partito, Rodina (Patria), che si oppone ad ulteriori riforme neo-liberiste. Il suo leader, Sergei Glaziev, è uno dei più brillanti economisti progressisti del paese. La sua alleanza con l’ultra-nazionalista ed ex generale Dmitri Rogozin lo ha aiutato ad ottenere dei voti, ma non è destinata a durare a lungo. Ed i comunisti potrebbero perdere ancora quote di elettorato dopo il successo del nuovo movimento. Il processo di ristrutturazione del sistema politico russo sarà forse ancora lungo e faticoso, e deve anche superare la prova del recupero di molti Russi all’interesse per la vita politica, di cui essi sono disgustati dopo quel che hanno visto negli anni Novanta. La scarsa partecipazione era inevitabile, dopo un decennio che ha ridotto moltissimi russi a sopravvivere a stento tra mille difficoltà economiche. Ma erano inevitabili anche la paura ed il disgusto, il cinismo e l’apatia di fronte ai privilegi e ai benefici dei parlamentari sensibili solo alle lobbies e agli interessi del mondo degli affari.

    La Russia potrà anche avere alcune migliaia di “nuovi ricchi”, ma ha anche milioni di “nuovi poveri”. Una riforma sociale è perciò inevitabilmente collegata alle trasformazioni in atto nel sistema dei partiti. Tale riforma non potrà avvenire nel giro di un giorno, ma le probabilità che possa compiersi nel giro dei prossimi anni sono nettamente aumentate dopo le recenti elezioni della Duma, e sono oggi migliori di quanto non si sia mai visto dopo il golpe di Yeltsin nel 1993.

    saccogi@hotmail.com
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    Saluti liberali

  2. #2
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    purtroppo i putiniani rappresentano la vecchia guardia brezneviana

    dopo aver sconfitto gorbaciov ora attaccano i liberali, e la stagnazione continua....purtroppo per loro.

  3. #3
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    la democrazia non alberga da quelle parti forse non sono adatti

  4. #4
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    in russia è meglio una dittatura che una caricatura di democrazia come quella di oggi.
    E poi.... chi ha detto che la democrazia debba andar bene per tutti?! magari funzionerà in alcuni paesi, negli altri sarà un cattivo sistema politico, adottato per compiacere il senso di superiorità degli occidentali.

  5. #5
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    Hai detto parole sante, Felix. Purtroppo!!

 

 

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