...Giustizia: processa chi si difende
Roma. Wim Deetman, sindaco dell’Aia, le fotografie dei ragazzi uccisi, la sfilata della carcassa dell’autobus numero 19, scortato dai volontari di Zaka, che ricompongono i brandelli dei cadaveri a ogni strage, per le strade della sua città, e sotto le finestre della Corte internazionale di giustizia, proprio non le voleva, ha pure accusato l’ambasciata d’Israele in Olanda di interferenza indebita, ma poi non ha saputo spiegare rispetto a che, tanto più che i dimostranti palestinesi si sono messi a costruire un muro simbolico, che definiscono nazista.
Se deve finire sul banco degli imputati, a opera dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, con tardiva ritrattazione dell’Unione europea che ha ceduto alle insistenze degli Stati Uniti, e che oggi
tenta una ricucitura sull’antisemitismo, ma non di paesi come la Francia, che ieri hanno riproposto l’invio di truppe di interposizione
a Gaza;
se l’Alta Corte potrà, se non sentenziare, nel giro di qualche mese emettere una opinione che avrà un peso internazionale sulla costruzione della barriera difensiva, allora il governo israeliano, e le vittime del terrorismo palestinese, esigono di mostrare da quali orrori quella costruzione può contribuire a difenderli.
Ci resteranno fino a mercoledì, fine delle udienze, pur contestando il diritto di giurisdizione della Corte; con i volontari di Zaka ci sono quindici famiglie di vittime della strage al caffè Maxim di Haifa, ottobre del 2003, quando la terrorista suicida entrò in un ristorante frequentato anche da arabi, e spinse dentro una carrozzina con un neonato che stava sulla porta, così, per essere certa che non sopravvivesse alle sue bombe.
Non c’è invece una delegazione ufficiale, solo una dichiarazione, una memoria, inviata all’Aia il 30 di gennaio, che ieri si poteva trovare all’indirizzo Internet del ministero degli Esteri di Gerusalemme.
Ribadisce che non c’è una controversia internazionale da dirimere fra due Stati, ma il diritto all’autodifesa di un popolo e di uno Stato, diritto non contestabile.
Abu Ala non controlla la situazione
I rappresentanti palestinesi, guidati dall’ambasciatore
alle Nazioni Unite, Nasser Al Kidwa, sono stati ascoltati dai quindici
giudici, che attualmente hanno come presidente un cinese, Shi Jiuyong, ieri mattina per primi, hanno spiegato perché ritengono
il muro, come lo chiamano loro, un furto di territorio, una violazione della legge internazionale, persino una nuova
forma di apartheid, di chiusura nel ghetto della popolazione della West Bank, che sarà divisa in enclave non comunicanti, in
un’area diversa dalla Linea Verde fissata nel 1967.
Che è poi la tesi fatta propria dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, la quale ha un lungo record di condanne d’Israele, uno cortissimo di condanne dell’Autorità palestinese.
Di fatto fra i documenti presentati ai giudici dell’Aia, l’elemento del terrorismo, che ha fatto novecentoquarantadue vittime in tre anni, non è adeguatamente rappresentato.
Né si spiega che il vero e proprio muro di cemento si estende per solo il tre per cento del tracciato, essendo il restante novantasette per cento un recinto metallico; che è costruito prevalentemente su terreno di proprietà pubblica, e laddove sia privata, i contadini hanno ricevuto un indennizzo, non solo la barriera è attraversata da varchi di passaggio per chi va a lavorare la terra.
La parte di barriera costruita fino a oggi ha già aiutato, il cinquanta per cento di attentati riusciti in meno rispetto al 2002. Infine, la costruzione è solo temporanea, la sua struttura è legata al permanere del terrorismo che, alla fine come all’inizio di qualunque ragionamento politico non di parte, è il problema principale.
All’Aia non può essere ignorato il botto dell’ultima strage in ordine di tempo, domenica, giorno di lavoro, autobus numero 14, otto morti, il terrorista suicida veniva dalle brigate dei martiri di al Aqsa, cioè dalla milizia ufficialmente legata a Yasser Arafat, dall’ala militare del gruppo al Fatah.
Arafat e il premier Abu Ala denunciano la strage dichiarando che va contro gli interessi del popolo palestinese, dunque non al governo né al presidente può essere ricondotta.
Ma il massacro del bus 14 rischia invece di essere la prova che l’Autorità palestinese è al collasso, che Abu Ala non è in grado di controllare ciò che avviene nei Territori, tantomeno di poter mantenere promesse fatte a Israele.
Conterà qualcosa questo per i quindici giudici indipendenti della Corte?
saluti




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