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    Predefinito Le ultime ore di Ciano, dandy costretto alla tragedia

    L’11 gennaio di sessant’anni fa veniva giustiziato a Verona il genero di Mussolini. La Repubblica sociale entrava nella sua fase più sanguinosa.

    Aveva un impermeabile chiaro, leggero, tanto ormai che importava il freddo di quella mattina a Forte Procolo. Presto sarebbe arrivata la morte. Dopo la sentenza che, nel primo pomeriggio del 10 gennaio 1944, aveva accolto le richieste del pubblico ministero Andrea Fortunato («Ho gettato le vostre teste alla storia d'Italia. Fosse anche la mia, purché l'Italia viva»), Galeazzo Ciano, la morte, quasi la invocò, «Com'è lunga a venire», e cercò di affrettarla tentando il suicidio con una capsula di cianuro di potassio che, passatagli da Frau Beetz, spia-sorvegliante-amante, si rivelò fasulla, un'innocua polverina. Alle 9.30 dell'11 gennaio, un attimo prima della scarica, al «puntat-arm», Ciano si voltò a guardare il plotone d'esecuzione. Fu il suo estremo atto di dignità e di coraggio, sentimenti che gli erano stati naturali sin dal 19 ottobre del '43 quando un aereo tedesco lo aveva scaricato all'aerodromo di Verona-Villafranca e la polizia repubblichina lo aveva ammanettato e portato al carcere degli Scalzi, dove era stato immatricolato con il numero 11902 e chiuso nella cella 27.
    Lo documenta il comportamento davanti ai giudici: «Che mi fucilino subito, così su due piedi, senza ascoltare neanche la mia voce, ma che non mi chiamino traditore». Lo testimoniano il cappellano Giuseppe Chiot, Nicola Furlotti, comandante del plotone d'esecuzione, Tullio Cianetti, ex ministro delle Corporazioni, recluso con lui e condannato a trent'anni, e Mario Pellegrinotti, il suo secondino che pure, come la maggioranza degli italiani, lo aveva avuto in antipatia per quel «mento proteso e l'aria arrogante» negli anni del potere.
    Nei due mesi e mezzo agli Scalzi, nel tempo più tragico della sua vita, Ciano fu se stesso dopo avere tanto «mussolineggiato». Mio padre, Orio Vergani, che gli fu amico sin da ragazzo, quando le sole aspirazioni di Galeazzo erano il giornalismo, la letteratura, e più tardi, impotente a salvarlo, s'era ritrovato a osservare il suo presumere di sé, il suo credere nell'astuzia e nella furbizia, la sua vanità, la sua frivolezza che ne accecavano l'intelligenza e il senso delle proprie responsabilità nella tragedia, ricordava: «Aveva creduto necessari, in pubblico, il passo marziale, l'atteggiamento autoritario, la mascella volitiva. Era negato a tutte queste cose. Era uno di quegli uomini cui da bambini le mamme tentano inutilmente di insegnare a camminare con i piedi dritti. Il suo passo era sempre stato impacciato; l'espressione del suo viso era sempre stata più timida e gentile che forte e autorevole. Quando voleva assumere queste espressioni, non otteneva che un aspetto caparbio e di lieve alterigia, del tutto contrario al suo carattere».
    Agli Scalzi - egli non si illuse mai di salvarsi - attese la morte e le andò incontro con coraggio. Ma non fu quello il suo più grande coraggio, perché non comportava più alcun pericolo. Il pericolo lo aveva già affrontato e gli era franato addosso. Il vero coraggio era stato quello di rischiare, schierandosi contro Mussolini nella notte del Gran Consiglio, il 25 luglio.
    Tutti i firmatari dell'ordine del giorno Grandi ebbero coraggio. Forse qualcuno fu mosso anche da opportunismo politico, nella vaga speranza di poter essere chiamato da Vittorio Emanuele III a capitanare un fascismo senza il Duce. Ma sapeva che il «capo», quella notte, avrebbe potuto farli arrestare tutti: il cortile di Palazzo Venezia era - lo ha scritto Dino Grandi - «interamente occupato da reparti di milizia fascista armati e in pieno assetto di guerra». Forse qualcuno il coraggio se lo diede pensando che Mussolini aveva convocato la suprema assise del fascismo pur conoscendo il testo che Grandi (fu lui stesso ad anticiparglielo in un colloquio, il 22 luglio) avrebbe proposto al voto. Forse, nella notte fra il 24 e il 25 luglio, qualcun altro lo fortificò, quel coraggio, soppesando la scarsa, tardiva reazione del Duce («Fate molta attenzione, signori, alle conseguenze»), alla sua sostanziale passività, al suo non aderire al «falli fuori» di Farinacci, di Galbiati, di Tringali Casanuova , suoi ultimi fedelissimi.
    Tutti ebbero coraggio. Ma Ciano l'ebbe più di tutti, perché il «capo» era suo suocero, il nonno dei suoi figli, gli doveva tutto e il coraggio proprio pareva non essere nelle sue corde. De Bono, Grandi, Bottai, Cianetti, De Vecchi avevano vissuto le trincee della Grande guerra. Galeazzo aveva vissuto solo i piaceri del dopoguerra. Chi aveva frequentato i suoi anni giovanili era molto cauto nel credere al suo squadrismo sotto i gagliardetti della Disperata: «Fascista della prima ora? Forse accompagnato quasi per mano da papà Costanzo». Eppure, fu senza sfumature il suo intervento antitedesco. Nella sala del Pappagallo a Palazzo Venezia, mentre stava per arrivare l'alba, nessuno della cordata Grandi gli chiese di firmare. Si rendevano conto della sua posizione. Grandi stesso glielo disse. Volle firmare. Ebbe un solo tentennamento, quando propose all'avversario Farinacci di ritirare tutti gli ordini del giorno e di trovare un accordo. Non fece breccia. Quando venne il suo turno di voto, Mussolini lo fissò. Il genero non abbassò lo sguardo.
    E' la crisi del regime. E' il 25 luglio. Poco più di cinque mesi dopo, Ciano sarà fucilato, insieme a De Bono, Pareschi, Gottardi, Marinelli. Quell'impermeabile chiaro si gonfierà di colpi. Sono passati sessant'anni. Il carcere degli Scalzi è ricordato da una stele fra un garage, un condominio e una banca. E' un albergo di lusso Villa Feltrinelli a Gargnano, dove Mussolini alle 10 di mattina seppe dal segretario Giovanni Dolfin che tutto era finito: «Alzò gli occhi verso di me, si levò gli occhiali. Il suo sguardo sembrava opaco, assente. Poi, come preso da un'improvvisa ansia, d'impeto, mi chiese: "E Ciano?"».

    Guido Vergani
    Corriere della Sera
    7 01 04

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  2. #2
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    Ciano mori' coraggiosamente ma non dimentichiamo che era un vanesio e che per farsi bello al Circolo della Caccia etc. raccontava quello che era meglio non raccontasse.

    Inoltre fu il maggior responsabile del disastro in Grecia .situazione che Lui oensava di risolvere come l'anno prima l'Albania e cio' con bordate di.........stecche.

    Disse inoitre ( Agosto 1939 ) all'Ambasciatore di Francia che loro potevano stare tranquilli che tanto l'Italia non sarebe entrata in
    guerra nel caso di sviluppi negativi in Polonia: notizia decisiva per i Francesi.Se non avessero avuta questa preziosa informazione mai sarebbero scesi in guerra contro la Germania con le conseguenze del caso.In sintesi :non ci sarebbe stato un crollo francese nel Maggio 40 e noi di conseguenza non saremmo entrati in guerra.
    Vi pare poco ?


    Hitler diceva che non poteva rivelare i suoi piani all'alleato altrimenti a Roma c'era chi avrebbe sputtanato tutto.Aveva torto?

    Chiaro che i tedeschi ce l'avevano con Ciano.Non mancavano loro i motivi.

  3. #3
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    Predefinito

    In Origine postato da Ferruccio
    Ciano mori' coraggiosamente ma non dimentichiamo che era un vanesio e che per farsi bello al Circolo della Caccia etc. raccontava quello che era meglio non raccontasse.

    Inoltre fu il maggior responsabile del disastro in Grecia .situazione che Lui oensava di risolvere come l'anno prima l'Albania e cio' con bordate di.........stecche.

    Disse inoitre ( Agosto 1939 ) all'Ambasciatore di Francia che loro potevano stare tranquilli che tanto l'Italia non sarebe entrata in
    guerra nel caso di sviluppi negativi in Polonia: notizia decisiva per i Francesi.Se non avessero avuta questa preziosa informazione mai sarebbero scesi in guerra contro la Germania con le conseguenze del caso.In sintesi :non ci sarebbe stato un crollo francese nel Maggio 40 e noi di conseguenza non saremmo entrati in guerra.
    Vi pare poco ?


    Hitler diceva che non poteva rivelare i suoi piani all'alleato altrimenti a Roma c'era chi avrebbe sputtanato tutto.Aveva torto?

    Chiaro che i tedeschi ce l'avevano con Ciano.Non mancavano loro i motivi.
    Perfetto... Sono contrario alla pena di morte e non avrei fucilato neppure Ciano, ma il primo responsabile delle disgrazie del Fascismo e dell'Italia fu lui, molto più dello stesso Mussolini...

    Ero inoltre un tipo ambiguo, dalla condotta morale peggio che discutibile...

    Aggiungo che, a mio sommesso avviso, la notte del 25 luglio Ciano e gli altri non corsero il benché minimo rischio... Mussolini, che per il futuro aveva ben altri programmi, a farli arrestare non ci pensava neppure... Quelli che votarono l'ordine del giorno Grandi furono, semmai, utili idioti, pedine formalmente necessarie in un gioco più grande di loro e che per questo pagarono un tragico obolo...

 

 

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