Ho letto di recente, e con grande partecipazione, il libro di J.M. Coetzee La vita degli animali (Adelphi), dove servendosi di una trama abilmente romanzesca l’autore sottopone il nostro comportamento verso gli animali a una disamina implacabile basata sul principio che «non si può fare quel che si vuole a chi è in nostro potere», ed invoca un’etica che «non riguardi esclusivamente l’uomo». Tutto questo tenendo ben presente che «la sistematica e silenziosa uccisione quotidiana di milioni di animali» è una necessità per la sopravvivenza di milioni di uomini, e che a causa di ciò «è il peccato originale che ad ogni momento si rinnova», senza che venga percepito come tale. Il caso ha voluto che dopo questo libro io leggessi il saggio di George Steiner intitolato Vere presenze (Garzanti, 1992) dove si parla di quel rapporto con la vera presenza delle cose che viene di solito coperta dalle numerose astrazioni che circondano le cose stesse, sostituendosi ad esse; e nello stesso tempo si mostra come questo processo di astrazione ha modificato la nostra sensibilità e ha rese ottuse le nostre percezioni.
A volte quel che muove il nostro interesse per la letteratura sconfina - come è naturale - in campi diversi dalla letteratura, perché la letteratura e la vita non sono mai separate e se lo fossero sarebbero meno interessanti. Ed è stato così che la mia compassione per gli animali e il loro destino, ridestata dalla lettura del romanzo di Coetzee ha creato, con una specie di corto circuito, una connessione tra il romanzo e il saggio di Steiner. Una connessione impropria letterariamente parlando, che però sconfinando dal campo della letteratura mi ha suggerito una «modesta proposta» alla maniera di Swift. Una proposta di legge che avanzerei se ne avessi il potere, e che sottopongo al lettore, perché include anche lui. Chiunque voglia mangiare un pollo, una lepre, un fagiano, un coniglio, può farlo a questa condizione: non si limiti ad ordinarlo al cameriere del ristorante, non si limiti a considerare dopo averlo assaggiato se è cucinato bene, ma sia obbligato (per legge) a uccidere prima l’animale che mangerà. Uccida il suo pollo, la sua lepre, il suo fagiano, il suo coniglio, ne veda scorrere il sangue, ne senta il fremito del corpo e l’agitarsi delle penne mentre lo uccide, e poi lo mangi. Così facevano gli antichi che le vere presen ze le conoscevano e le avvertivano con tutt’e cinque i sensi, e così fac evano anche i nostri nonni nella casa di campagna, non molto tempo fa. Così essi sapevano quel che mangiavano. E se qualcuno invece del pollo, della lepre, del fagiano o del coniglio, preferisse una bella bistecca di manzo, magari «al sangue», come ogni buongustaio la richiede? Beh, si faccia allora il calcolo di quanto pesa un bue e di quanto pesa la bistecca al sangue, si veda quante bistecche debbono essere mangiate per arrivare al peso di un bue, e dopo cento mettiamo, o mille bistecche, chi le ha mangiate sia obbligato (per legge) a uccidere il suo bue, con le proprie mani, con l’attrezzo che si usa ai macelli, un cuneo di ferro sparato in mezzo alla fronte, tra i due occhi che in quel momento stanno guardando il carnefice.
Certo ne convengo la mia è una proposta non solo «modesta» come quella di Swift ma altrettanto inapplicabile. Mette però bene in luce un lato della cosa di cui stiamo parlando, la sua vera presen za.
Se ci penso, anche la rivoluzione teatrale di Antonin Artaud entra a buon diritto in questo discorso, perché richiedeva sul palcoscenico una «vera presenza» e non una rappresentazione, richiedeva un rito come l’eucarestia in cui la «vera presenza» si manifestasse: dunque non una finzione ma un evento, che doveva accadere sotto gli occhi di tutti.
Anche io, ricordo, una sera a Londra assistei a un rito teatrale di tipo artaudiano. Il regista Peter Brook aveva messo su uno spettacolo sulla guerra del Vietnam, e per sensibilizzare il pubblico in platea all’atroce realtà che si stava rappresentando fece avanzare in proscenio un attore che recitava un monologo sull’uso e gli effetti del napalm tenendo tra il pollice e l’indice una farfalla viva che agitava le ali, poi l’attore estraeva dalla tasca un’accendino e zac! la farfalla avvampò. Un mormorio di protesta si levò dall’indignato pubblico in platea. L’attore si scusò per il suo gesto, ma ebbe buon gioco a far notare come lo stesso pubblico che si indignava per la sorte della farfalla bruciata con l’accendino era rimasto fino a quel momento indifferente alla sorte dei vietnamiti bruciati dal napalm.
L’effetto Artaud era raggiunto, ma la gentil farfalletta avrebbe potuto gridare, come quella della vispa Teresa: «Che male ti fo?». Era diventata quella sera il capro espiatorio l’indifferenza altrui e col suo sacrificio rivelava a tutti la «vera presenza» di una tragedia lontana.
Ma non valeva anche per la farfalla il principio che «non si può fare quel che si vuole a chi è in nostro potere»? E non valeva anche per lei, come suggerisce Coetzee nel suo bellissimo libro? Un’etica che quella sera Peter Brook col suo «teatro della crudeltà» aveva infranto, contraddicendo così la buona causa che pretendeva di difendere.
Raffaele la Capria
I libri: «La vita degli animali» di J. M. Coetzee, Adelphi, pagine 156, lire 25.000. «Vere presenze» di George Steiner, Garzanti, pagine 232, lire 35.000




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