30 media americani (anche l'Associated Press) accusano il Pentagono: «In
Iraq i reporter sotto minaccia fisica»
FRANCO PANTARELLI
NEW YORK
Qualcuno ricorda l'episodio del 2 novembre scorso, quando non si capiva se
l'elicottero americano Chinok 47 caduto nei pressi di Fallujiah, in Iraq,
con 36 soldati a bordo era stato abbattuto dagli iracheni (come dicevano i
media) o era stato vittima di un incidente (come diceva il Pentagono)? Non
era facile stabilirlo, si disse allora, perché non c'erano «prove». Non era
vero, la prova era depositata nelle foto scattate da David Gilkey del
Detroit Free Press, ma non arrivò mai al pubblico perché quelle foto gli
furono confiscate e distrutte da un soldato della 82ma divisione
aviotrasportata, i cui superiori poi si preoccuparono così tanto della
«sicurezza» sua e di altri colleghi che li sbatterono via, a venti miglia di
distanza. E' uno degli episodi che hanno indotto recentemente una trentina
di direttori di giornali, agenzie, emittenti televisive a scrivere al
Pentagono per protestare. A capeggiare la «rivolta» è Sandy Johnson, la
battagliera responsabile dell'ufficio di Washington dell'Associated Press,
stanca di avere a che fare con i problemi che conitnuamente le vengono posti
dagli inviati dell'agenzia in Iraq. «In nessuna circostanza - si leggere
nella lettera - è ammissibile che un soldato americano confischi e
distrugga, pistola alla mano, il materiale dei giornalisti». E poi racconta
a un collega spagnolo: «Nelle ultime settimane abbiamo avuto una buona
dozzina di episodi in cui i soldati hanno requisito il materiale dei nostri
inviati, intimidendoli costantemente e allontanandoli di proposito dai
luoghi in cui le cose accadono». Il Pentagono ha mostrato di cadere dalle
nuvole, ha girato la cosa ai responsabili «in loco» e il maggiore William
Thurnmond, del centro di informazioni delle forze occupanti, ha ricordato
che a tutte le unità fu a suo tempo distribuita una circolare «con lo
specifico divieto di requisire il materilae dei giornalisti», ma ha anche
detto di essere «cosciente» che «alcuni soldati, a titolo individuale, non
seguono quelle istruzioni». Dove sarà la verità? Di sicuro, dice Lucy
Dalglish, del Comitato dei giornalisti per la libertà dell'informazione, «la
consegna del Pentagono fin dall'inizio di questa guerra è stata quella di
offrire un versione il più addomesticata possibile».

Solo che finché si trattava di raccontare l'avanzata vittoriosa delle truppe
americane in Iraq andava tutto bene. L'idea di mettere i giornalisti al
seguito delle varie compagnie, quasi un «arruolamento», era stata stata
accolta molto bene perché loro avevano modo di mandare articoli e filmati di
prima mano, la guerra sui network «vendeva» e almeno fino all'episodio della
Jessica Liynch, la soldatessa «liberata» dall'ospedale iracheno con quella
che è stata fatta passare per un'ardimentosa azione di commando, tutti erano
contenti.

Ora però i giorni della vittoria «facile» sono finiti e la realtà americana
in Iraq è quella che è: una forza d'occupazione soggetta a continui attacchi
di una resistenza che neppure riesce esattamente a individuare; il numero
crescente di morti; l'adozione di tattiche «israeliane» che riempiono le
giornate dei soldati americani di episodi da «sporca guerra». E l'idea che
tutto ciò venga raccontato, o addirittura filmato, diventa difficile da
mandare giù, anche perché i giornalisti non sono più «embedded» con le
truppe, e quindi in qualche modo agli ordini dei loro comandanti, ma vanno
in giro a curiosare dove gli pare. Non è ormai l'Iraq un Paese libero?

Per qualche tempo loro hanno cercato di barcamenarsi, un po' per la
«comprensione» nei confronti dei soldati finiti sotto uno stress
incautamente imprevisto da chi li ha mandati lì, un po' per paura che i loro
lettori in patria non gradissero e un po' perché dopotutto ciò che contava
era mandare i propri servizi anche a costo di qualche limitazione. Ma ora
evidentemente si è arrivati a un punto non più tollerabile.