di Marco c.
I numeri, lo sappiamo bene, hanno sempre una valenza relativa, poichè a dispetto dell'incontrovertibilità degli stessi si prestano ad essere interpretati in molte chiavi differenti di lettura e i patetici dibattiti post elettorali ne sono un fulgido esempio.
Ciò nonostante il "libro bianco sui suicidi" reso noto dalla polizia giapponese offre l'occasione per osservare molte delle contraddizioni che permeano uno fra i maggiori sistemi capitalistici a livello mondiale.
Nel solo 2002 in Giappone si sono tolte la vita 32.143 persone e quasi il 30% di esse lo ha fatto per disperazione davanti alla crisi economica che ha spinto la disoccupazione ai livelli peggiori dal dopoguerra.
A suicidarsi sono soprattutto gli uomini (70%) e in maggioranza impiegati, commercianti e artigiani.
Per avere un'idea del livello raggiunto dalla recessione basti pensare che negli ultimi 20 anni le istanze di fallimento sono decuplicate ed almeno un milione e mezzo "d'imprenditori" continuano a resistere anche se le loro attività ormai da molto tempo non rendono di che vivere.
A questi dati va aggiunto il dramma dei dipendenti delle aziende che, se licenziati ben difficilmente troveranno un nuovo lavoro, soprattutto se hanno passato i 40 anni.
Sicuramente la cultura giapponese abituata a vedere il fallimento come una vergogna inaccettabile contribuisce, insieme ad un sistema capitalistico esasperato ad indirizzare la persona in difficoltà verso la drammatica soluzione di togliersi la vita.
In Giappone l’individuo, fin dall’età scolare e poi nel corso di tutta la sua esistenza è sostanzialmente solo, in quanto parlare dei propri problemi o chiedere un aiuto, morale o finanziario che esso sia ad amici o parenti è considerato sconveniente.
Il capitalismo, come sempre riesce poi a speculare anche sui mostri da lui ingenerati, stanno così conoscendo un notevole successo commerciale i libri e le pubblicazioni che trattano del “suicidio” dispensando consigli sul dove e sul come.
Il “manuale del suicidio” di Wataru Tsurumi ha raggiunto 83 edizioni e venduto un milione e mezzo di copie.
Fioriscono i siti internet dedicati all’argomento con un’estrema varietà di forum e chat nelle quali potersi mettere d’accordo per compartire con qualche altro sventurato il momento della dipartita.
Altissimo è anche il numero di coloro che stipulano assicurazioni sulla vita a favore della famiglia e dopo pochi mesi decidono sia giunto il momento di farla finita in una sorta di estremo sacrificio al dio denaro.
Senza dubbio la realtà giapponese, per i retaggi socio culturali del passato ed i costumi profondamente diversi non è assolutamente assimilabile a quella dei sistemi capitalistici occidentali.
Ciò non toglie che comunque anche in America e in Europa la piaga di un mondo del lavoro improntato al cinismo più sfrenato e pronto a “gettare via” senza remore tutti coloro che non rientrano nelle nuove logiche di produttività sta creando una sempre crescente massa di disperati.
Anche senza considerare il fallimento economico necessariamente una questione di onore, resta difficile sopravvivere fisicamente e psicologicamente in una società improntata al consumismo più sfrenato, nella quale si è qualcuno soltanto in funzione di ciò che si possiede o si può comperare.




Rispondi Citando