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"La Velina Azzurra" - Direttore Claudio Lanti
N. 2 del 10 gennaio 2004
ADDIO AL FASCISTA BOBBIO QUELLO CHE SI PRENDEVA LE CATTEDRE DEGLI EBREI
Roma 10 gennaio - (La Velina Azzurra) - "La morte di Norberto Bobbio non ci rattrista, non ci turba, non ci sfiora. Ci ricorda che il tempo sta smantellando inesorabilmente quel gruppo politico-culturale dominante torinese e azionista che per mezzo secolo con le risorse finanziarie della Fiat, l'appoggio di qualche loggia massonica francese e del Partito comunista italiano ha falsificato la storia del Paese e deviato il suo normale corso civile ed economico".
"Uno dopo l'altro ci stanno lasciando quei patriarchi, padri e servi della Repubblica che se ne appropriarono, dandole la loro personale impronta umana, morale e civile. Bobbio, che di essi era il grande vecchio, servì il Fascismo fin dalla gioventù. Iscritto al PNF dal 1928 percorse una rapida carriera universitaria in camicia nera. Scrisse e fece scrivere al Duce ripetute lettere di appassionata fedeltà, alcune delle quali sono riuscite a vedere la luce in epoca recente. Giurò fedeltà al Duce anche un anno dopo le leggi razziali, esattamente il 3 marzo 1939, per poter ottenere una cattedra all'Università di Siena. Rigiurò fedeltà al Duce ancora nel 1940, a guerra dichiarata, per insediarsi a Padova nella cattedra del professor Adolfo Ravà, che era stato allontanato perché ebreo Su oltre 1.200 docenti universitari dell'epoca, solo dodici rifiutarono di prestare quel giuramento: Bobbio decise di stare non con i 12 ma con i 1188".
"Divenne immediatamente antifascista subito dopo la caduta del fascismo, aderendo ovviamente alle logge partigiane di "Giustizia e Libertà" e legandosi agli ambienti azionisti ed ebraici torinesi. Finita la guerra, proseguì la sua carriera di intellettuale di servizio alle dipendenze degli Agnelli, della fondazione Fiat e del comunista Giulio Einaudi".
"Era il capo della squadra di filosofi e intellettuali torinesi che hanno controllato per 50 anni la cultura italiana insieme con gli ideologi del Pci, perseguitando ed escludendo dalle case editrici, dai giornali, dal giro del potere ogni voce dissonante, cattolica, liberale e conservatrice, per non parlare della cultura di destra".
"Quella cupola mafiosa era composta da altri nomi altisonanti come Alessandro Galante Garrone, Paolo Sylos Labini, Franco Antonicelli, Franco Venturi, Aldo Garosci, Vittorio Foà, che in molti ci hanno già lasciato. Sembra inspiegabile, poiché alcuni di essi furono realmente antifascisti, che si siano fatti guidare da una livrea variabile come Bobbio".
"Mentre è fin troppo spiegabile, perché i traditori, merce non rara nel nostro Paese, sono sempre preziosi esecutori. E qualcuno evidentemente aveva imposto come leader del gruppo il ricattabile Bobbio, che del suo passato fascista ha taciuto per 50 anni".
"Finalmente, incalzato nel celebre colloquio del 1999, dato alle stampe da Pietrangelo Buttafuoco, il patriarca dovette sfogarsi: "Ero immerso nella doppiezza perché era comodo fare così. Fare il fascista tra i fascisti e l'antifascista con gli antifascisti.
"Ma anche dopo essere stato vergognosamente smascherato, con i gesti meccanici e ripetitivi tipici del vecchio servitore, proseguì fino all'ultimo il suo mestiere lanciando il manifesto appello contro Berlusconi prima delle elezioni del 2001, nel quale proclamò che era "un dovere morale impedire al Polo di vincere le elezioni". "Un dovere morale"
La Velina Azzurra
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