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  1. #1
    Estremista della libertà
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    Predefinito La sicurezza nelle socialdemocrazie

    A tutte le ore ci bombardano con il solito slogan: il welfare serve per dissolvere l'incertezza della società di mercato.
    Eppure la sicurezza è ben lontana dall'essere percepita.

    Questo bell'articolo (sebbene non del tutto condivisibile) sul tema è tratto da Il Domenicale.

    E venne il giorno della paura globale

    Prima lo Stato assistenziale ci accompagnava dalla culla alla tomba. Adesso le garanzie si incrinano, sopraggiungono nuovi timori. La salute, il corpo, il cibo, l’acqua. Secondo un rapporto Censis gli italiani temono la criminalità, la guerra e la SARS, ma ci sono anche le “paure differite”, quelle per il futuro dei figli e dei nipoti. Giovanni Paolo II, venticinque anni di pontificato controcorrente: “Non abbiate paura”

    di Luca Pesenti

    Eravamo abituati alla tranquillità dello “Stato del benessere”, della “sicurezza sociale”, delle “garanzie”, delle “certezze sul futuro”. Stavamo tutti comodamente sistemati nelle nostre poltrone, con uno Stato che pensava a tutto “dalla culla alla tomba” (almeno in linea teorica) e il resto tutto casa, lavoro e divertimenti. Sul cambio di millennio qualcosa è cambiato. Flessibilità del lavoro, guerra, migrazioni, malattie, onnipotenza della tecnica: non passa giorno senza che ci venga posto un nuovo dubbio, un nuovo terrorizzante problema da analizzare. È il trionfo della paura, dell’insicurezza eretta a sistema. Con inevitabili conseguenze su tutti i territori dell’umano. Secondo Baruch Spinosa la capacità di usare la ragione è il risultato della sicurezza, non della paura. Tutto il contrario di Thomas Hobbes, per il quale proprio la paura spinge l’uomo a creare una società e la ragione a funzionare al meglio. Ma il risultato è sempre lo stesso: il rischio che sulla paura si possa costruire un potere irragionevole e senza confini.

    Imprenditori o avventurieri?
    Il problema, come si vede, è antico. Eppure, l’orizzonte in cui ci muoviamo oggi sembra essere radicalmente nuovo. Perché siamo ormai immersi in quella “società dell’incertezza” descritta da qualche anno dal sociologo americano Zygmunt Bauman. È il tramonto di ogni sicurezza, la realizzazione sociale del nichilismo, l’avanzata del dubbio sistematico, la crisi d’identità di tutti e di ciascuno. Tanto che l’idea stessa di “rischio” ha assunto sociologicamente la peggiore accezione possibile, perdendo per strada ciò che di buono e positivo aveva sempre avuto. Il rischio dell’imprenditore, il rischio dell’avventuriero, il rischio di chi ama la vita e se la gioca tutta. Niente di tutto ciò sarebbe rimasto, come ci hanno detto e ridetto Anthony Giddens, Ulrich Beck e decine di altri sociologi, in una riflessione che Deborah Lupton ha sintetizzato in Il rischio: percezione, simboli, culture (Il Mulino, Bologna 2003, pp. 194, € 11,00). E allora abbiamo paura, oggi più che mai. Paura di tutto, anche di noi stessi. E sono paure di un nuovo tipo, postmoderne verrebbe da dire, che affiancano quelle classiche dello schema schmittiano amico-nemico riproposte dal conflitto tra Occidente e Islam. Le nuove paure sono quelle di un mondo che improvvisamente trova dentro di sé l’Altro, il diverso, il mostro, il male. I terrori postmoderni si spostano nell’indifferenziato, dove nessuno può sentirsi escluso.

    Dal granoturco alla fettina
    La nuova paura, nelle sue mille sfaccettature, ha a che fare con il corpo, con la salute, con la vita. Da qualche anno siamo oppressi dalla paura della vecchiaia, delle rughe, dei chili, del sesso sicuro, del dolore. E alla fine, non potevamo far altro che precipitare nelle paure sui cibi che ingeriamo. Tutto è cominciato con i cibi Frankenstein, il transgender del granoturco, il panino geneticamente modificato. Poi si è spalancato il melodramma della fettina, della fiorentina, dell’hamburger. E la fobia si è fatta panico. Nel paniere avvelenato finiscono il latte, i polli, i pesci, pure l’acqua sugli scaffali dei supermercati. E come se non bastasse, anche la nuova volontà di potenza di chi ama così poco il rischio da pretendere un figlio a tutti i costi e da pretenderlo perfetto, altrimenti non vale. Il dibattito scatenato sulla fecondazione artificiale qualche settimana or sono è da questo punto di vista esemplare e prefigura immagini da Mondo Nuovo: avere un figlio è un diritto, ma ancora più forte è il diritto che questo figlio sia sano. Per cui non basta la manipolazione dei feti, ma si pretende anche la revoca: se l’embrione costruito in laboratorio non è perfetto, si deve poterlo buttare. La logica del “soddisfatti o rimborsati” applicata pari pari all’umano. La logica della “società degli eterni adolescenti”, prendendo a prestito il titolo di un libro prezioso pubblicato qualche anno fa da Robert Bly (Red Edizioni, Milano 2000): una generazione capricciosa e pretenziosa, incapace di arrischiare il desiderio senza la certezza del risultato. Scenari antiutopici, per l’appunto. Che pescano nelle profondità della natura umana. Eliminata la morte dallo spazio simbolico, resa la ragione incapace di pensare qualcosa che la possa oltrepassare, all’uomo del pensiero debole non resta che il corpo, oltre il quale non sembra esserci nulla. Risultato finale è che il Potere (non necessariamente politico) può sempre più utilizzare questo terreno coltivato a paura come un potentissimo meccanismo di controllo sociale. Anche perché è sempre all’opera una semplicissima legge: per far superare una paura è sufficiente scatenarne una più grande. La società dello spettacolo “made in Italy” sembra ormai destinata a costruire ripetitivamente, come in una telenovela, sempre più potenti territori della paura. L’Aids superato dall’encefalopatia spungiforme bovina, poi dalla minaccia terrorista, oggi dall’avvelenamento delle acque minerali. La criminalità organizzata doppiata in rettilineo dal pedofilo della porta accanto. Non c’è bisogno di un Grande Fratello in regia: la macchina funziona da sola. Giornalisti pronti ad azzannare la notizia, esperti narcisisti scattanti nell’arte della banalità di massa, politici e intellettuali illuminati determinati a incoraggiare il sonno della ragione in consumatori e cittadini ormai sull’orlo di una perpetua crisi di nervi. Il gioco è fatto.

    Un timore generico
    I risultati sono riassunti nella fotografia della società italiana che il Censis ha diffuso a metà dicembre. Mentre cresce la paura della criminalità, ecco il rientro perentorio di un timore ancestrale (la guerra) e una new entry doc (la SARS). Ma cresce pure la paura prospettica e differita, quella relativa al futuro dei figli. Un timore generico che prende mille rivoli: dalla mancanza di lavoro alle cattive compagnie, dalle malattie ai pedofili. Gli italiani borghesi temono tutto, ci raccontano, quasi a dar ragione a Ernst Jünger che pensava al mondo borghese, là fuori dal Bosco, come al dominio delle paure più profonde utili soltanto a rendere tutti schiavi. Gli antiutopisti, gli Orwell e gli Huxley, l’avevano preannunciato, questo trionfo della paura di tutto, anche della natura, anche dell’imperfezione del caso e della possibilità. E tutti noi lì a pensare che queste cose fossero scritte pensando al comunismo, al nazismo; all’altro mondo, insomma. E invece siamo qui a fare i conti con i meccanismi della paura, con le fobie indotte, stimolate, moltiplicate.

    Già, la speranza
    C’è bisogno di un ritorno alla ragione. Ma una ragione piena, capace di abbracciare ogni cosa, anche la speranza. Già, la speranza. «La paura ti rende prigioniero, la speranza può renderti libero», fa dire Frank Darabont a uno degli attori del suo Le ali della libertà. C’è tutto fuorché la speranza, in quell’incrocio di culture della decadenza che costituiscono la trama della postmodernità. Oliver Bennett ha ricostruito i confini di questa desolazione in Pessimismo culturale (il Mulino, Bologna 2003, pp. 260, € 16,50), scoprendo come le nuove ideologie, le nuove narrazioni, siano tutte invariabilmente tragiche: sul destino dell’ambiente, sull’ordine morale, sul futuro della politica e della conoscenza. Tutto non potrà che peggiorare, salvo provare a pensare una nuova Utopia irrealizzabile. Perché tutto questo pessimismo? Bennett propone una risposta tratta dalla psicologia sociale, in particolare dagli studi di Oliver James. Le paure sociali sono frutto di una profonda insicurezza individuale, quella che porta tre americani su quattro a soffrire per almeno una forma di paura ansiogena. E i motivi si trovano. Da un lato la tendenza a paragonarsi agli altri in termini sfavorevoli, secondo Oliver James, determinata dall’individualismo dilagante e dalla competizione ossessiva dell’economia globale. Ma non basta. Ciò che più sembra incidere nel dilagare del terrore e di un pensiero depresso e ansioso è la diffusione vertiginosa del divorzio, associata alla crescente necessità delle donne di lavorare lasciando l’educazione dei figli a terzi. James, che non usa toni morbidi, arriva a calcolare che i due milioni e mezzo di divorzi verificatisi in Gran Bretagna in cinquant’anni abbiano causato non meno dolore di quanto ne hanno prodotto tutti i caduti britannici (mezzo milione circa) della Seconda guerra mondiale.

    Il Papa ci rassicura 368 volte
    Insomma, nella cultura postmoderna c’è tutto fuorché l’idea che si possa incontrare qualcosa, o qualcuno, che ti permetta di non avere più paura. Perché ci vuole una compagnia umana che ti faccia capire che in fondo il rischio è il sale della vita e che siamo troppo disabituati a rischiare per poterci permettere la libertà. Non sarà un caso se Giovanni Paolo II nel corso del suo lunghissimo pontificato non ha mai smesso di ripetere come una litania il suo «non abbiate paura». Secondo il quotidiano cattolico Avvenire è stata la frase più usata nei suoi discorsi e nei documenti ufficiali: ben 368 volte. Non abbiate paura, dice e ripete l’ottantaduenne Pontefice, non siete soli di fronte all’inquietudine. Non abbiate paura di guardare in faccia la vita, il dolore, la malattia, la morte. Non abbiate paura di rischiare. Non abbiate paura di vivere portando nel cuore la speranza dell’infinito. Finito il progressismo, morte le ideologie, solo lui, il vecchio Papa la cui malattia è scandalo inaccettabile per l’imperante puritanesimo corporale, non smette di rassicurare l’uomo, difendendone la ragionevole possibilità di sperare desiderando l’infinito.

    •   Alt 

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  2. #2
    elizabeth
    Ospite

    Predefinito

    la sicurezza non viene garantita dai paesi socialdemocratici.

    anche Blair parla bene e razzola male

  3. #3
    Estremista della libertà
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    Predefinito

    Originally posted by elizabeth
    la sicurezza non viene garantita dai paesi socialdemocratici.

    anche Blair parla bene e razzola male
    Il fatto è che è impossibile liberarsi delle incertezze.
    La sicurezza totale propagandata dai sostenitori del welfare non è possibile nè auspicabile, perchè se realizzata toglierebbe il senso stesso dell'esistenza umana, che risiede nella libertà di ogni individuo di scegliere ciò che ritiene il meglio per sè stesso.
    Insomma, alla fine si perde in libertà e in sicurezza.

 

 

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