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  1. #1
    Re del Fondoscala
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    Predefinito La rivoluzione democratica dei neoconservatori

    Si può esportare la democrazia, il libero mercato, lo Stato di diritto? Insomma, si può esportare l’America? Quella che per molti è un’idea folle e per altri un progetto affascinante, ma di impossibile realizzazione, è invece per i neoconservative una ragione di vita. Chi sono, dunque, da dove vengono e soprattutto cosa pensano i “nuovi consiglieri del re”? Sono questi gli interrogativi a cui risponde Christian Rocca con il suo “Esportare l’America” edito nella collana dei libri de Il Foglio. Con lo stile pungente che caratterizza il suo popolare blog Camillo, Rocca fornisce un valido strumento per comprendere il neocon pensiero. Una variabile senza la quale risulta impossibile risolvere l’equazione della politica estera americana post 11 settembre 2001. Dipinti spesso sbrigativamente come una sorta di Spectre, oscuri personaggi che hanno preso in ostaggio la Casa Bianca, i neoconservatori sono tutt’altro che un’invenzione di Bush jr. E ben altro che dei massoni a stelle e strisce. Raccolti attorno ad alcuni think thank come l’American Entrerprise Institute e riviste quali Weekly Standard, operano alla luce del sole, da qualche decennio. E nascono a sinistra. Illuminante, al riguardo, la citazione del “padrino” dei neocon, Irving Kristol: “Un neoconservative è un liberal che è stato assalito dalla realtà”.

    Rocca analizza i passaggi fondamentali nell’evoluzione del movimento neocon. Dalla rottura con il partito democratico, ai tempi della guerra del Vietnam, inizia la marcia di avvicinamento al partito repubblicano. Parabola che culminerà nella presidenza di Ronald Reagan, appunto un rivoluzionario democratico. Come un fiume carsico, i neoconservatori riemergono quando sembrano ormai scomparsi, travolti dalla “fine della storia”. Così, quando Bush l’isolazionista cerca una strategia per fronteggiare il Nemico, che ha portato la guerra nelle strade delle città americane, i neocon saranno là ad attenderlo. Per trasformarlo in Bush l’interventista democratico. Per l’amministrazione di Washington, esportare l’America diventa allora uno strumento di autodifesa. Anche in questo caso, una citazione diventa chiave di lettura: “Non lo facciamo per altruismo – scrive Steven Den Beste – Non stiamo cercando di esportare una democrazia liberale di tipo occidentale perché siamo missionari. Stiamo riformando l’Iraq per nostro stretto interesse. Dobbiamo promuovere una riforma nel mondo arabo-musulmano perché, nel lungo termine, è l’unica strada per fare in modo che la smettano di tentare di ucciderci”.

    Da Robert Kagan a William Kristol (figlio di Irving) da Michael Leeden a Mark Gerson, il manuale di Rocca offre una vasta gamma di riflessioni sul neoconservatorismo americano, facendo parlare gli stessi protagonisti. Ma non manca un capitolo dedicato alla “sinistra che non abdica”. A quei liberal, come Paul Berman e Christopher Hitchens, che considerano la guerra a Saddam Hussein non un rigurgito imperialista, ma una guerra antifascista. Come sessant’anni fa, nella Vecchia Europa. Ampio spazio viene poi riservato alla battaglia cruciale della ricostruzione irachena con documenti del governo provvisorio di Baghdad, che, in Italia, soltanto il giornale di Giuliano Ferrara s’è preso la briga di pubblicare. Nelle centottanta pagine di “Esportare l’America”, la parola petrolio compare forse in un paio di occasioni. Democrazia, diverse decine di volte. Forse, sta proprio qui il significato, tra rischi ed opportunità, della rivoluzione dei neoconservatori.




    Cazz....sono nato a sinistra

    A parte tutto ho preso questo libro e devo dire che è stata una bella lettura

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  2. #2
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    Predefinito Re: La rivoluzione democratica dei neoconservatori

    Originally posted by O'Rei
    Cazz....sono nato a sinistra
    Ho paura di sì.
    Ma non disperare: la destra conservatrice in Italia non c'è mai stata, un fenomeno considerato di destra come il fascismo ha dato l'esempio a Roosvelt per il new deal, cioè una mezza rivoluzione proletaria
    Tra l'altro, come ha giustamente notato un amico libertario, dirsi conservatori in Italia non è neanche consigliabile, vista l'inesistenza, da qualche secolo a questa parte, di tradizioni sane da conservare: meglio definirsi reazionari.

    Per tornare a Rocca e al suo lavoro sui famigerati neocons (un bel thread sull'argomento lo trovi QUI), ti riporto qui sotto una recensione di Alberto Mingardi da Il Riformista. Condivido ogni singola parola.
    Per capire il vuoto teorico dietro a questa modaiola ideologia ti consiglio anche l'ultimo libro di Adornato (il manifesto della CDL, l'ha definito il Berlusca), un miscuglio di liberalismo, democrazia, socialismo e tradizionalismo spicciolo, con evidenti imprecisioni e contraddizioni grossolane. Se è il massimo che la destra italiana riesce a produrre stiamo freschi.

    L'ideologia è sapientemente vacua Il ritratto (neocon) è fedele


    Esportare l'America di Christian Rocca è libro confezionato scrupolosamente da un operaio specializzato, e perciò zeppo d'informazioni e di lettura leggera, mappa coerente e senza frustrate ambizioni di completezza di un universo intellettuale, quello dei neo-conservatori, che sta alla guerra in Iraq come il romanzo beat alla rivoluzione sessuale. E', però, anche ritratto zuccheroso dell'amata, firmato da un innamorato sincero. L'amore, come sempre, annebbia la vista, tramortisce i sensi. E il saggio di Rocca si snoda fra serici capelli biondi e scintillanti occhioni blu cobalto.
    Il pregio del libro è proprio questo: esso è ritratto fedele, fedelissimo, di un'ideologia sapientemente vacua, che se va alla grande, sulla rive droite dello spettro politico, è proprio perché è un pensiero mignon, senza testi sacri, senza orizzonti ariosi, fedele fino in fondo a una visione del mondo ch'è un po' fumetto e un po' commedia dell'arte, Batman e Arlecchino. Se pure quest'altra buffa rifondazione di Camelot sulle rive del Potomac sia giunta al capolinea, con re Artù incline a dispensar Merlino - nonostante la diretta mondiale del trionfo odontoiatrico sul villain sconfitto - è troppo presto per dirlo. C'è chi nota, o piuttosto spera, che il ritorno (sia pure in posizione defilata) di James Baker, picciotto fidato della dinastia texana ma realista solido, poco incline a gettarsi nel business d'esportare ideologie, sia il primo segno di un'attesa inversione di rotta. I sondaggi suggeriscono che il supporto degli americani alla guerra al terrorismo è condizionato alla durata della stessa. E al Presidente è stato fatto capire che in anno di elezioni è meglio smussare gli angoli, anche per non scontentare eccessivamente gli affezionati della destra senza il «neo», vieppiù insofferenti al progressismo wilsoniano in politica estera che si mescola, com'era prevedibile, al welfarismo parvenu di provvedimenti come la chiacchierata riforma di «Medicare».
    Rocca parla di “idealismo realista” e riconosce e argomenta che i neo-cons sono gli eredi di Wilson, dell'idea che appunto la democrazia si possa e si debba esportare. Però non riesce a trovare un ancoraggio teorico coerente, le sue definizioni sono sfuggenti, come, non diversamente, quelle dei suoi maiores. Anzitutto, il tentativo di costruire al neo-conservatorismo un pedigree, ripercorrendo a ritroso il fiume della tradizione politica americana, convince poco. Più facile e più azzeccata sarebbe la lettura maliziosa di chi non crede alle conversioni dei voltagabbana, e sottolinea ragioni spicce e di mercato. I neo-con sono, forse, semplicemente uomini di una sinistra che non si è più identificata nello stile della sinistra sortita dal Sessantotto. Poi le cose sono cambiate, il movimento si è evoluto, le nuove generazioni si sono inserite in un solco già tracciato e, sì, ci sono anche tra i neo-conservatori dei cattivisti per partito preso che sono, inequivocabilmente, una costola della destra più incazzosa e muscolare. Ma se guardiamo alle proposte di policy, ch'è come dire alla concretezza della politica, i neo-con non sono liberal “assaliti” dalla realtà, semmai liberal che hanno stretto i denti e allacciato le cinture.
    Poi c'è la questione della democrazia. Rocca accenna, come fosse una certezza banale, al fatto che le democrazie non si fanno guerra l'un l'altra. In America c'è stata, per esempio, una guerra di secessione, fallita, in cui entrambi i contendenti prevedevano l'elezione dei governanti. La prima guerra mondiale ha visto la Russia zarista combattere al fianco delle future “democrazie occidentali” contro Austria e Germania in cui, nondimeno, si votava. Si può giocare con i ma e con i se, dire che per democrazia s'intende in realtà qualcosa d'altro, ma non si riesce ad eludere un fatto: le democrazie non si fanno guerra perché, nel gioco della pubblica opinione mondiale, si dichiara subito l'avversario “non-democratico”, per procacciarsi legittimazione. In quest'ottica, l'affermazione è - alla meglio - sornionamente tautologica.
    In secondo luogo, Rocca dà assolutamente per scontato che democrazia e libertà siano i termini di una stessa equazione. Cita Kagan contro Zakaria, e le pagine che dedica alla schermaglia fra queste due caricature di Hobbes e Locke fabbricate ad arte dai giornali, sono davvero illuminanti. Lo sono perché restituiscono al lettore il profumo ed il gusto della semplicità sloganeggiante di Kagan, di quella fanciullesca tensione verso sorti magnifiche, democratiche e progressive ch'è poi l'incantevole e luttuosa pazzia dei neoconservatori. Democrazia senza libertà di Fareed Zakaria non è certo un libro coi crismi del classico, ma è un saggio divulgativo e schietto, col pregio gigantesco di ricordare una verità minuta ma importante: liberalismo e democrazia sono da sempre in tensione. Basterebbe rileggere i grandi liberali di ieri e di oggi, da Benjamin Constant a Friedrich von Hayek, guardinghi e scettici verso quello che Herbert Spencer dipinse con pittoresco tocco vittoriano come “il diritto divino dei Parlamenti”.
    Datemi un gruppo sociale e vi troverò una minoranza. Il liberalismo crede all'inevitabilità delle minoranze, che non s'annullano nel potere salvifico del 50 più uno. Della libertà di ciascuna di queste minoranze, fino a quella più insignificante e preziosa, il singolo individuo, il liberalismo è geloso custode, e proprio per questo oppositore accanito dell'oppressione più pericolosa: quella soffice, invasellinata, che si palesa sotto il tallone di peluche di governi usciti a petto in fuori da una consultazione elettorale. La democrazia è una procedura, la libertà una situazione. L'America, a sua volta, è vero, non è solo un continente: è anche un'idea, scolpita nelle parole dei saggi fondatori. Che, da un lato, non bramavano affatto di esportarla. E, dall'altro, mica sognavano una democrazia. S'accontentavano di una repubblica.

  3. #3
    Re del Fondoscala
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    ma secondo te ari tra liberalismo e democrazia c'è tutta questa tensione? non è che una include l'altra?
    Io su questo thread ho fatto una cosa che su POL non avevo mai fatto....mi son dato una definizione politica
    e non è una battuta, ho sempre affermato di essere di destra ma non mi sono mai riconosciuto pienamente nella struttura della destra italiana (nè quella moderata, nè quella sociale, per non parlare di quella neofascista). Ho trovato per puro caso una relazione su un libro che ho letto con piacere e mi è venuta voglia di postarla qui, qui da te libertino che metti davanti a tutto le libertà. Secondo te c'è tanta differenza tra me neo conservatore, conservatore, monarchico () chiamami come vuoi e te libertino?

  4. #4
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    Originally posted by O'Rei
    ...e te libertino?

  5. #5
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    Originally posted by O'Rei
    ma secondo te ari tra liberalismo e democrazia c'è tutta questa tensione? non è che una include l'altra?
    Assolutamente no.
    Il liberalismo è una dottrina che limita il potere, la democrazia è il sistema che più lo legittima.

    Secondo te c'è tanta differenza tra me neo conservatore, conservatore, monarchico () chiamami come vuoi e te libertino?
    A parte che io libertino non lo sono assolutamente , credo di sì, che ci sia una differenza abissale tra me e i neoconservatori. Una differenza che tocca tutti gli ambiti: dalla politica economica (per i neocon il welfare e l'interventismo non sono un tabù) alla politica estera (l'unica guerra giusta è quella difensiva e proporzionata all'aggressione: la guerra preventiva è un'aggressione).

  6. #6
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    Originally posted by Mr2
    Come, non lo sapevi?
    Ecco una testimonianza storica:




  7. #7
    Re del Fondoscala
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    Originally posted by ARI6
    Assolutamente no.
    Il liberalismo è una dottrina che limita il potere, la democrazia è il sistema che più lo legittima.

    non riuscirai mai a fare un sistema politico più libero di una democrazia...


    A parte che io libertino non lo sono assolutamente
    e che sei? anarchico? oh il tuo forum si chiama libertarismo.....

  8. #8
    Re del Fondoscala
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    Originally posted by ARI6
    Come, non lo sapevi?
    Ecco una testimonianza storica:



    non conosco questo quadro....che ci dovrebbe essere al posto di quella brutta faccia?

  9. #9
    Estremista della libertà
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    Originally posted by O'Rei
    non riuscirai mai a fare un sistema politico più libero di una democrazia...
    Sulla carta solo l'anarchia lo è, nella pratica anche la monarchia assoluta è risultata meno oppressiva della tirannia della maggioranza.
    Capire perchè è facilissimo: una sola persona non può ledere i diritti di molti se tiene alla pelle, in democrazia il tirannicidio invece è impossibile. Ovviamente non c'è solo questo semplice argomento contro la democrazia: ti consiglio la lettura di "Abbasso la democrazia" di Hans Hoppe (lo puoi ordinare su www.libertari.org : con 7 eurini te lo porti a casa, eppoi ce lo vieni a recensire qui).

    e che sei? anarchico? oh il tuo forum si chiama libertarismo.....
    Per favore, cancella dalla tua mente la pannelliana equazione libertario (che si basa sulla libertà come valore fondamentale, ispirato alla difesa della libertà) = libertino (licenzioso, gaudente).
    Un libertario non è per forza libertino: io ad esempio sono un conservatore, convinto che lo stato moderno abbia distrutto la tradizione e che essa possa rinascere solo ridimensionando e infine annullando il potere politico come lo conosciamo. Di contro un libertino difficilmente è libertario in politica: infatti la figura del libertino è anch'essa tipicamente moderna, e prolifera grazie alla deresponsabilizzazione incoraggiata dal welfare. E' facile prevedere che in una società libera certi comportamenti sarebbero ridotti al minimo e stigmatizzati dall'opinione pubblica (qui in Toscana si ricordano le figure degli anarchici socialisti dell'ottocento, simpatici parassiti che spesso dilapidavano i patrimoni familiari rifiutandosi di lavorare).

  10. #10
    Estremista della libertà
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    Originally posted by O'Rei
    non conosco questo quadro....che ci dovrebbe essere al posto di quella brutta faccia?
    Ma nulla, è solo che il quadro rappresenta dei libertini...

 

 
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