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Discussione: Riformisti su Marte

  1. #731
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    Predefinito La riforma della tolleranza

    Nell’ambito della guerra al terrorismo, che non ammette mollezze da donnicciole, va segnalato il giusto allarme degli amministratori della Lega Nord per quelle tre o quattro donne islamiche che in Italia vanno a spasso con il burqa.
    Mettendo seriamente a repentaglio la sicurezza nazionale, almeno quanto Kat Stevens minaccia quella americana, nascosto dietro un sospetto barbone brizzolato.

    Si sa come sono fatti questi terroristi islamici: per non dare nell’occhio, ogni mattina calzano il burqa e passeggiano per le nostre città e, così mimetizzati sotto la loro tunica nera, possono armeggiare indisturbati con i loro micidiali ordigni.
    Dunque, per favore, basta con il burqa.
    Multare chi lo indossa, come han fatto i vigili urbani di Drezzo, nel Comasco, su preciso ordine del sindaco padano, sembrava poco. Ragion per cui l’illuminato prosindaco di Treviso, Giancarlo
    (con rispetto parlando) Gentilini, ha ordinato una misura più appropriata: l’arresto immediato delle reprobe, o dei reprobi, perché - come ha osservato lui stesso - «sotto quel velo non si sa chi ci sia, se un uomo o una donna».
    Ma anche, per ipotesi, un gatto, un rinoceronte, un carrarmato, un cacciabombardiere.
    Non si sa mai.
    Spiega anche il Prosindaco Prosecco, in un nobile empito di femminismo, che il burqa «rappresenta un atto di sottomissione della femmina al maschio».
    Dunque, in nome delle pari opportunità, la femmina sia arrestata e «condotta immediatamente in Questura».
    Il cosiddetto ministro Giovanardi, in Parlamento, s’è affrettato a prendere le difese del sindaco di Drezzo, ma la Lega Nord s’è detta insoddisfatta per tanta manica larga.
    E ha chiesto, per bocca del senatore Cesarino Monti, una nuova legge che stabilisca l’arresto in flagranza e la reclusione da 6 mesi a 2 anni per le portatrici sane dell’immondo indumento.

    In un paese dove circolano indisturbati, anche e soprattutto in Parlamento e al governo, decine di pregiudicati per le ruberie di Tangentopoli, è proprio quel che ci vuole.
    Resta da capire se analoghe sanzioni vadano estese, per analogia, a chi indossa il cappuccio nero della loggia P2, ma i giuristi del centrodestra tenderebbero ad escluderlo.
    Stiamo parlando, è bene ricordarlo, della Casa delle Libertà, che da quando è al governo non ha fatto altro che predicare divieti in tutti i settori dell’esistenza umana: dal fumo agli spinelli, dall’automobile ai cd masterizzati, con le lodevoli eccezioni della corruzione, del falso in bilancio, della frode fiscale e della mafia.
    Dopodiché, si capisce, gl’inquilini della suddetta Casa non perdono occasione per dipingere l’Italia come uno «Stato di polizia» irto di inutili divieti che soffocano la «libera intrapresa».

    L’ultimo lamento in materia l’ha levato il neoministro dell’Economia, l’ottimo Domenico Siniscalco.
    In Italia - ha detto all’ultima assemblea della Confindustria - «Bill Gates non sarebbe mai diventato Bill Gates, perché lo avrebbero anche arrestato, visto che ha cominciato in un garage e non rispettava la 626».
    Molto spiritoso.
    La 626 è una legge dello Stato: quella che ha risparmiato all’Italia qualche migliaio di morti sul lavoro.
    Il ministro dell’Economia ha pensato bene di sbeffeggiarla dinanzi alla platea di coloro che dovrebbero applicarla, e spesso non lo fanno.
    Affari suoi, anzi purtroppo nostri.

    Ma il punto è un altro.
    In Italia, Bill Gates avrebbe potuto dilagare per decenni col suo monopolio incontrastato, cosa che le autorità antitrust americane (e ultimamente europee) gli hanno impedito di fare, spezzettandogli continuamente il trust proprio in nome del libero mercato.
    In America chi falsifica i bilanci va in galera e rischia di restarci per 25 anni (com’è accaduto agli amministratori della Enron e della Worldcom e ai revisori infedeli dell’Arthur Andersen, la più grande società di auditing del mondo, cancellata dalla faccia della terra).
    In Italia diventa presidente del Consiglio e abolisce il falso in bilancio.
    In America un ministro di Bush denunciato dalla sua colf per non averle pagato i contributi è stato subito incriminato e, prima ancora, ha dovuto lasciare l’amministrazione Bush.
    In Inghilterra Jonathan Aitken, ministro del governo Major e leader in pectore del partito conservatore, denunciò per diffamazione il Guardian e un programma tv che lo accusavano di essere coinvolto in una vendita illegale di armi nel mondo arabo. Senonché, nel processo da lui stesso intentato, mentì su un conto d’albergo all’hotel Ritz di Parigi: disse che l’aveva pagato sua moglie, invece si dimostrò che l’avevano pagato gli arabi. Perse la causa, fu processato e condannato per spergiuro e intralcio alla giustizia a 18 mesi di reclusione.
    In Italia, noto stato di polizia, fino a 36 mesi di reclusione non si va in galera, anzi - come minimo - si entra in Parlamento
    (com’è accaduto a un noto ex Dc, arrestato nel ’93 per aver giurato il falso davanti al pool di Milano, condannato definitivamente a 1 anno e 4 mesi, quindi promosso deputato e divenuto un martire della malagiustizia)
    In Inghilterra si finisce in carcere: Aitken restò in cella per 7 mesi, poi uscì per buona condotta ma lasciò per sempre la politica, non trovando nessun partito disposto a farsi rappresentare da un bugiardo pregiudicato.

    Ma tutto questo Siniscalco non lo sa.

    Greetings from Mars...

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  2. #732
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    C'era una volta (e forse c'è ancora) in Sicilia un allevamento di «talpe istituzionali», carabinieri e poliziotti pronti a tradire la divisa per fornire notizie top secret ai politici inquisiti.
    E una stanza in una anonima palazzina dell'agrigentino con centinaia di miliardi in contanti, la «cassa continua» di una corrente Dc a disposizione «per tutte le esigenze».
    C'era una volta anche un «tesoro» personale, supermercati, alberghi, ville, terreni, yacht e imprese, di un deputato ufficialmente morto povero, affidati a prestanome che invece di consegnarlo alla famiglia hanno pensato bene di tenerlo.
    E quando il figlio ne ha chiesto la restituzione si è sentito rispondere da uno dei migliori amici di papà che il problema poteva essere risolto da un latitante mafioso.

    Per questo Alfonso Sciangula, 33 anni, figlio di Totò, potente deputato Dc morto per un infarto a Palermo nell'aula dell'assemblea regionale il primo giugno del 1995, un giorno è entrato in procura, a Palermo, a raccontare tutti i segreti di quella lobby politico-affaristica, con convinte simpatie mafiose. Tutto, o quasi.
    Il resto lo ha descritto in un libro non ancora uscito, improvvisamente conteso dalla Sicilia che conta.
    Perchè dentro ci sono, condite da soprannomi di personaggi riconoscibilissimi, le storie sommerse e illegali di un sistema di potere governato dal padre e raccontato dall'interno dagli occhi di un ragazzino che fin da piccolo si nascondeva dietro le tende di casa per ascoltare i discorsi dei «grandi».

    Spunti di indagine annidati in ogni pagina, aneddoti inediti sui retroscena della politica regionale ma anche nazionale, come la cena organizzata dal padre la sera della votazione del primo governo Berlusconi per impedire che un senatore dell'opposizione andasse in aula a votare contro.
    L'operazione riuscì e Berlusconi, racconta il giovane Sciangula, chiese:
    «Onorevole, come posso ringraziarla?».
    «Per adesso, con una stretta di mano»,
    rispose sornione il genitore.
    Ringraziamenti evidentemente attesi anche da un altro big della politica siciliana, per il quale il giovane «figlio del sistema» fu chiamato a votare dal padre, nonostante fosse esponente di una corrente acerrima nemica:
    «Papà si portò il dito indice alle labbra, mimando il segno del silenzio - scrive l'autore - quel giovane candidato, sbarcato dal mondo della medicina radiologica, si chiamava Salvatore Cuffaro e da lì ne avrebbe fatta di strada... ».

    Oggi Alfonso Sciangula è testimone in un processo per riciclaggio della Dda, è stato sentito anche nell'inchiesta contro il deputato carabiniere accusato di mafia Antonio Borzacchelli, e vive lontano dalla Sicilia alimentando il suo blog «Contromafia» su Internet.
    La sua famiglia lo ha preso per pazzo, gli amici si sono dileguati:
    «Dicono che chi cerca la verità è un pazzo che vuole essere ammazzato - scrive - e prima o poi finirà che mi ammazzeranno davvero, e quindi questo libro è il mio testamento storico che voglio lasciare in eredità a tutti i bambini bravi e curiosi come me».


    Le 120 pagine di «Figlio di partito» (Armando Siciliano editore) sono lo sconvolgente affresco del sistema di potere politico mafioso in Sicilia raccontato dall'interno, dagli occhi di un ragazzino curioso e determinato:
    «Gli amici di papà non mi hanno dato molta scelta - scrive - o con loro o contro di loro: tertium non datur».
    Con alcune rivelazioni sorprendenti che spiegano le inchieste di questi ultimi mesi condotte dalla procura su mafia e politica: ecco saltare fuori, infatti, la rete di «talpe» istituzionali, pronte ad informare politici ed imprenditori degli sviluppi di ogni inchiesta.
    Papà e i suoi amici le allevavano in laboratorio:
    «Prima una villetta, tutto spesato, magari vicino casa dell'allevatore - scrive - poi la macchina a prezzo di favore, un bel posto di lavoro alla moglie, la destinazione ad altro incarico fino ad arrivare a venti milioni al mese, “come un senatore” sentivo dire».
    Nomi nel libro non ne fa, ma offre qualche indicazione:
    «Alcune di queste persone le ho incontrate dopo, sono state premiate, hanno cambiato mestiere, hanno fatto il salto tre gradini alla volta in ciò aiutate da chi ha ereditato il testimone di quel sistema. Anche questo si eredita in politica. Una, nome in codice Paolo, si è fatta una di quelle salitone a rifarla una persona normale ci mette tre generazioni che uno si chiede: ma come avrà fatto?».

    Tra campagne elettorali condotte a colpi di buoni benzina, vacanze tra Saint Moritz e Porto Cervo con ministri e sottosegretari, bacchettate ai falsi moralisti dc e degli altri partiti, anche dell'opposizione, orologi da 50 milioni di vecchie lire finiti nelle tasche di funzionari corrotti e altri regali improvvisamente spariti nel calderone dell'occultamento delle prove, corrieri carichi di valigie stracolme di miliardi dirette in Svizzera, il teatrino della politica siciliana va in scena nel libro del giovane «figlio di partito» che racconta anche Cosa Nostra, per averla vista da vicino, sempre a braccetto, oggi come ieri, del potere politico:
    «La mafia è formata da due tipologie di persone: quelle che pensano e quelle che uccidono. Quelle che pensano difficilmente finiscono in galera e mai per reati di mafia, quelle che uccidono si, oppure si danno alla latitanza o muoiono ammazzati. Ed è questa l'unica differenza».
    Una mafia respirata in casa sin da bambino:
    «Una volta un amico di papà colpì il figlio con un ceffone perchè aveva pronunciato la parola “mafia”. Chi ti ha insegnato queste stronzate?, gli chiese. Io ci rimasi molto male, perchè quella parola gliel'avevo insegnata io».
    «Ora mi dicono che sono cascittuni, muffutu, sbirro, Buscetta e tragediaturi, parole che vogliono dire che parlo troppo - conclude il giovane autore - e questo è il racconto di un tragediatore, perchè in Sicilia chi dice la verità è sovente definito così. Ma ci sono tragediatori laddove sussistono i presupposti per le tragedie... ».


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  3. #733
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    Predefinito

    In Origine Postato da MrBojangles
    C'era una volta
    che qualcuno censuri anche lui

  4. #734
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    Predefinito Re: La riforma dell'urlo

    In Origine Postato da MrBojangles


    Non è «L’urlo» di Munch; è l'urlo della sopportazione che si va affievolendo.
    Per una somma di motivi che sta mandando in cancrena la speranza.
    Eccoli:
    1. Il vero programma del “Cavaliere”.
    2. Berlusconi e la mafia.
    3. La devastazione della Costituzione: la giustizia.
    4. La devastazione della Costituzione: la «devolution».
    5. L’inganno dell’Iraq.
    6. L’opposizione che non si oppone ma litiga.


    In uno dei rarissimi momenti di sincerità Berlusconi disse a Enzo Biagi che lui era “sceso” in politica per tre ragioni: salvaguardare il patrimonio, mantenere le televisioni ed evitare la galera.
    È evidente che con un tale programma l'interesse pubblico sarebbe andato alla malora, com'è accaduto.
    L'urlo si comincia a sentire.

    Greetings from Mars..

  5. #735
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    Predefinito La riforma dell'eversione

    «Eversori!», urlò ai magistrati il ministro Fernandel, al secolo Carlo Giovanardi.

    Eversori perché, proclamando lo sciopero contro la boiata del nuovo ordinamento giudiziario, i magistrati tentano di condizionare l'attività del Parlamento attraverso una forma di paralisi della giustizia:
    «Un fatto gravissimo e inaccettabile, un atteggiamento istituzionalmente eversivo».
    Da uno che scrive libri
    (anzi, uno solo, sempre lo stesso)
    per dimostrare che gl'imputati di Tangentopoli sono stati tutti assolti, mentre sono stati quasi tutti condannati, c'è da attendersi questo e altro.
    Resta da capire se il Giovanardi in questione sia lo stesso Giovanardi che milita nell'Udc, cioè nel partito fondato dall'attuale presidente della Camera Pierferdinando Casini, al quale appartiene anche il sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti.

    Perché Casini, lo scorso anno, nel marzo scorso aveva chiesto una «riforma condivisa», non una riforma «contro i magistrati».
    Concetto sommamente eversivo anche il suo, secondo il pensiero giovanardiano, secondo il quale i magistrati non possono interloquire sulla riforma che investe e sconvolge il loro lavoro e la loro missione.
    Un po' come se il governo abolisse l'uso del bisturi nelle sale operatorie e si meravigliasse delle proteste dei chirurghi e dei pazienti.

    Ma nelle stesse ore in cui il ministro Fernandel sparava a zero, il suo compagno di partito Michele Vietti, vice del ministro Castelli ed esperto della materia a differenza del ministro Castelli, invitava al dialogo con l'Associazione magistrati apprezzandone le posizioni moderate: Vietti vuole dialogare con degli eversori?
    Che aspetta il Giovanardi a denunciarlo per intelligenza col nemico e a espellerlo dal partito?

    Il fatto è che anche il presidente Ciampi ha invitato più volte a non approvare riforme «contro i magistrati», e secondo "Repubblica" potrebbe addirittura non firmare la boiata: eversore anche lui?
    Che aspetta Fernandel a denunciarlo per alto tradimento? Stiamo parlando, naturalmente, dell'Udc, cioè della componente «moderata» della Casa delle Libertà.
    Poi ci sono gli estremisti.

    Anche nel centrosinistra, naturalmente, non sono mancate le voci critiche sul blando sciopero ancora senza data deciso dall'Anm:
    Fanfani della Margherita ne contesta l'opportunità, Buemi dello Sdi addirittura la legittimità, degradando i magistrati da potere dello Stato riconosciuto dalla Costituzione a «servitori della giustizia».
    Il tutto mentre persino l'avvocato di Andreotti sparava a zero sulla boiata e Gianni De Michelis
    (sì, De Michelis)
    invitata politici e giudici a dialogare.
    La domanda è: possono i magistrati scioperare?

    La risposta - - l'hanno data prima un ministro socialista della Giustizia, Giuliano Vassalli, nei primi anni 90
    (che si limitò a chiedere garanzie per i processi urgenti a carico di detenuti, sempre assicurata)
    e poi l'apposita Commissione di garanzia per gli scioperi nei servizi pubblici, nel 2002.
    Non è previsto, dal nostro ordinamento, il parere vincolante di un Giovanardi o di un Castelli o di un Bondi qualsiasi.
    I quali, fra l'altro, prima di parlare di eversione dovrebbero dare un'occhiata in casa propria.

    Secondo il Dizionario Garzanti, l'aggettivo «eversivo» significa «che mira a rovesciare l'ordine costituito».
    E l'ordine costituito è garantito dalla Costituzione.
    Dunque, chi approva leggi incostituzionali è eversivo.

    Dunque questo governo è eversivo, visto che è riuscito, in meno di tre anni, ad approvare una decina di leggi
    (più una guerra)
    incostituzionali: più di quelle varate dai cinquanta che l'hanno preceduto.
    La Consulta ha bocciato fra l'altro la legge Castelli su Eurojust, il lodo Maccanico-Schifani, la Bossi-Fini, il condono edilizio e avrebbe impallinato anche la legge sulle rogatorie se i tribunali non l'avessero interpretata restrittivamente.
    L'Europa ha bocciato lo spalmadebiti del calcio e, di recente, la Tremonti bis.
    Ciampi ha rispedito al mittente la Gasparri.
    Si attendono notizie dall'Europa sul falso in bilancio e dalla stessa Consulta sulla Moratti e sulla Gasparri-2.


    L'ordinamento giudiziario è incostituzionale per 73 costituzionalisti e giuristi, firmatari di un appello alle Camere, e forse per Ciampi.
    Ecco: gli autori di tutta questa robaccia incostituzionale, e dunque eversiva, danno degli eversori ai magistrati che esercitano un sacrosanto diritto riconosciuto e tutelato dalla Costituzione.
    Ma forse non ci credono neanche loro.
    Lo si è intuito quando, al congresso dell'Anm a Napoli, ha preso la parola uno delle decine di responsabili giustizia di Forza Italia, Peppino Gargani:
    «Se i partiti della Prima Repubblica avessero fatto questa riforma - ha detto fra le risate degli astanti - non sarebbero spariti nel 1992-'93».
    Doppio autogol carpiato.
    Anzitutto perché Gargani ha confessato che la riforma non serve a rendere più efficiente la giustizia, ma a renderla più inefficiente, almeno nei processi ai ladri di Stato.
    E poi perché nel 1994, dopo la scomparsa della Dc, in cui militava Gargani, le elezioni le vinse Forza Italia, in cui milita Gargani.
    Lui non scompare mai.
    Ci vuole una riforma.

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  6. #736
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    Fino all'altro ieri politologi, massmediologi e sondaggisti erano unanimi:
    ora Berlusconi s'è fatto furbo, non esterna più a vanvera, niente più gaffes, sparate, insulti, bandane.
    È diventato uno statista, adotta il basso profilo e subito recupera consensi.
    Così l'opposizione, ossessionata dall'antiberlusconismo

    (di cui peraltro si son perse le tracce da tempo immemorabile),
    resta senza il suo giocattolo preferito.

    Naturalmente non era vero niente.
    La moratoria esternatoria è durata un paio di giorni; giusto il tempo per riprendere il fiato e organizzare la collezione autunno-inverno di baggianate.
    E poi via, a raffica, come prima più di prima.

    Ieri mattina il cosiddetto premier cazzeggiava in visita privata a Cinecittà.
    Annunciava la privatizzazione della Rai
    (come se non fosse già sua)
    Scherzava sul «Senatus mala bestia»
    (pensando, si presume, al presidente Pera)
    Ironizzava sui «bei tempi» in cui i romani tenevano in gabbia gli schiavi
    (pensando, si presume, al consiglio dei ministri)
    Suggeriva di sistemare in prima fila «gli attori più robusti per nascondere le comparse più basse»
    (pensando alle sue foto di gruppo nei G8)
    E sfoggiava il suo impeccabile inglese, a colpi di «bad animal» e «big success».
    Poi, a fine gita, si ritravestiva da statista per dire che «il mio pensiero va notte e giorno alle ragazze rapite in Iraq».

    Il giorno prima aveva illustrato le rigide referenze richieste per le assunzioni alla Fininvest quando comandava lui:
    «Una era aver avuto un padre, un nonno, uno zio nei Carabinieri, perché io ho sempre avuto un debole per i carabinieri. La seconda cosa era aver avuto un padre o uno zio olimpionico d'Italia».
    Un ingenuo che ancora lo prendesse sul serio
    (per esteso; TUTTI i bananas)
    potrebbe pensare che i suoi principali collaboratori siano tutti figli di carabinieri o di olimpionici.
    In realtà, se qualcuno ha avuto rapporti con i carabinieri, è perché i carabinieri lo inseguono da tempo cercando di acciuffarlo.
    Quanto al medagliere, per molti gronda di arresti, avvisi di garanzia, perquisizioni, interrogatori, rinvii a giudizio, condanne e patteggiamenti, che però non risultano (ancora) fra le discipline olimpiche.
    L'unico contatto diretto con lo sport praticato è un celebre cenno autobiografico del Cavaliere:
    «Fui campione juniores di canottaggio».
    Giuseppe Fiori, nel libro "Il venditore" (appena ripubblicato da Garzanti), rivela che il giovanotto non ha mai messo piede su una canoa.

    Quanto ai Carabinieri, non è Berlusconi che ha sempre avuto un debole per loro. Sono loro che hanno spesso avuto un debole per lui.
    E non solo i carabinieri.
    Anche la Polizia, la Guardia di Finanza, la Dia e le procure in Italia e all'estero.
    Vittorio Mangano, il mafioso ingaggiato come stalliere nella villa di Arcore, non risultava né figlio né nipote di carabinieri, anche perché per fare il carabiniere non bisogna avere parenti imputati o arrestati, e quando lui fu assunto aveva già all'attivo un buon numero di processi e arresti.

    Nemmeno Cesare Previti è figlio di Carabinieri: il padre era il federale fascista di Reggio Calabria.
    Marcello Dell'Utri
    ebbe a che fare con le forze dell'ordine nel 1995, quando gli perquisirono casa e ufficio e lo accompagnarono nel carcere di Ivrea.
    Perquisizioni a parte, nemmeno Galliani e Confalonieri avevano uniformi per casa.
    Nemmeno Paolo, Marina e Piersilvio Berlusconi, né Giancarlo Foscale hanno congiunti nell'Arma: sono tutti parenti di Berlusconi, ma ciononostante, dopo lunghe e faticose selezioni, hanno strappato un'assunzione.

    L'unico top manager del gruppo con ascendenze militari è l'avvocato Massimo Maria Berruti: indossava la divisa delle Fiamme Gialle, nel 1979, quando perquisì l'Edilnord.
    Lo accolse un tizio stempiato e basso di statura, tale Silvio Berlusconi, che alla domanda .«Lei è il titolare?» rispose schivo:
    «No, sono solo un consulente, mi occupo della progettazione di Milano 2».
    Invece era il titolare.
    L'ispezione evidenziò più di un'«anomalia» valutaria, ma la pattuglia dell'allora capitano Berruti chiuse frettolosamente la pratica.
    Poi Berruti lasciò la Finanza e iniziò a lavorare per la Fininvest, seguìto a ruota da altri finanzieri folgorati sulla via di Arcore.
    Il collega che lo accompagnava nel blitz interruptus fu poi scoperto nelle liste della P2, in compagnia di Berlusconi e di vari generali della Benemerita e delle Fiamme Gialle.
    In segno di affetto, le aziende di Berlusconi allungavano ai marescialli robuste mazzette.
    Ma lui, com'è noto, non ne sapeva nulla: facevano tutto i suoi dipendenti, senza chieder nulla ai superiori: né l'autorizzazione né i quattrini.
    Si autotassavano dallo stipendio, con nobile slancio missionario.
    Avevano un debole per la Guardia di Finanza.

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  7. #737
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    Beato Roberto Benigni che, con una battuta, un salto e un sorriso, riesce a dire tante di quelle cose che i politologi della tv non ci riuscirebbero neanche con un abbonamento completo a tutte le puntate di “Porta a porta”.

    Così, l’altro ieri, nel presentare il suo nuovo film, ambientato a Baghdad, ha sostenuto che in Iraq non ci sono fondamentalisti islamici: sono fondamentalisti occidentali, visto che hanno studiato tutti quanti a Oxford.
    E, in effetti, dalle biografie dei capi terroristi, si scopre che sono per lo più rampolli di grandi famiglie, che hanno frequentato le migliori università e conoscono l’Occidente come le loro tasche
    (e come noi non conosciamo loro)

    Quanti di noi, infatti, sanno una parola di arabo o hanno letto una pagina del Corano?
    Per non parlare del fatto che non conosciamo neanche la Bibbia e siamo costretti a studiare (quando ci va bene) nelle università devastate dalla Moratti.
    Ma c’è un dubbio che ci tormenta: questi fondamentalisti che cosa hanno scoperto, a Oxford, di così tremendo su di noi che li spinga a odiarci e combatterci come fossimo il diavolo?
    E lo sanno che noi gente normale, occidentali senza scelta e senza miliardi, a Oxford non ci lasciano neanche avvicinare?

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  8. #738
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    Predefinito La riforma dello scudo

    Bella coppia, quella formata dal Platinette Barbuto e dal Coiffeure del pennarello del Banana, due inediti Franco e Ciccio; instancabili nel sostenere le ragioni della guerra come igiene del mondo e scatenati nel dileggiare la vigliaccheria di «noi europei», che ci facciamo difendere dagli americani, perché
    (pensa che infami)
    preferiamo vivere in pace e con tutte le nostre comodità.
    Mentre Rossella, basta guardarlo per capire che è pronto a partire e combattere, mettendo a rischio la piega dei pantaloni e l’impeccabile taglio del ciuffo.
    Ferrara, invece, ha dovuto rinunciare ad arruolarsi perché non si è trovato un carro armato capace di contenerlo, ma spiritualmente è lì che fa da scudo col suo corpo
    (e con la sua ben nota intelligenza)
    all’intera civiltà occidentale.

    Comunque, tutti e due gli spericolati giornalisti si sono trovati d’accordo nel sostenere che Bush e Kerry, in fondo, sono molto simili, cosicché, quale che sia il futuro presidente Usa, loro si troveranno dalla parte giusta.
    Stranamente però, nell’esaltare il bellicismo degli americani, Rossella e Ferrara hanno dimenticato di notare come Bush non fa che ripetere agli elettori quanto è stato bravo a portare la guerra lontano dall’America.
    Cioè, guarda caso, vicino a noi europei.

    Greetings from Mars...

  9. #739
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    In Origine Postato da MrBojangles
    Fino all'altro ieri politologi, massmediologi e sondaggisti erano unanimi:
    ora Berlusconi s'è fatto furbo, non esterna più a vanvera, niente più gaffes, sparate, insulti, bandane.
    È diventato uno statista, adotta il basso profilo e subito recupera consensi.
    Così l'opposizione, ossessionata dall'antiberlusconismo

    (di cui peraltro si son perse le tracce da tempo immemorabile),
    resta senza il suo giocattolo preferito.

    Naturalmente non era vero niente.
    La moratoria esternatoria è durata un paio di giorni; giusto il tempo per riprendere il fiato e organizzare la collezione autunno-inverno di baggianate.
    E poi via, a raffica, come prima più di prima.

    Greetings from Mars...
    Oltreché pertinenti, misurate e opportune, le esternazioni del Cavalier Fregnaccia sono anche beneauguranti.

    Tre giorni fa, come riferisce Repubblica, il (si fa per dire) nostro premier, fierezza e orgoglio dell'Italia nel mondo, ha intrattenuto la sottosegretaria alla Giustizia Iole Santelli e due sue amiche davanti a un gelato in un bar di Roma sulla situazione in Iraq, poche ore dopo la liberazione prezzolata delle Simone.
    Testuali parole:
    «Dall'Iraq non ci ritiriamo. I nostri soldati sono lì per dare quel minimo di ordine pubblico senza il quale non si può andare a elezioni regolari. Qualcuno da noi parla di un ovattato clima antiamericano, ma io non ci credo. Le elezioni regolari saranno la conseguenza di uno Stato ben funzionante. Ormai in Iraq c'è una vita regolare, ci sono le scuole eccetera. Poi, certo, ci sono le cose che non funzionano: ad esempio, i semafori a Baghdad non funzionano. Ogni tanto scende uno dalla macchina e si mette a dirigere il traffico».

    Parole testuali, lo ripetiamo, del presidente del Consiglio italiano nel pieno esercizio delle sue facoltà mentali, che sono quelle che sono.
    Parole che, per quanti sforzi di immaginazione si facciano, possono trovare due sole spiegazioni: o il Cavaliere non sta per niente bene, e andrebbe visitato da uno bravo, oppure a stilargli i rapporti di intelligence sulla situazione in Iraq sono Massimo Boldi e Christian De Sica dal set del loro prossimo film "Natale sull'Eufrate".

    Il caso ha voluto che, poco dopo le sue lucide esternazioni portafortuna, proprio a Baghdad morissero ammazzate 42 persone, fra cui 34 bambini, e ne restassero ferite altre 200, in tre attentati a distanza ravvicinata.
    Naturalmente lo Stratega di Arcore attribuirà il tutto all'annoso problema che da un anno e mezzo affligge Baghdad: i semafori guasti.
    Da tempo gli Alleati andavano domandandosi in che cosa avessero sbagliato.
    Ora lo sanno: si sono scordati i semafori.

    Non immaginavano che, come nella Palermo di Johnny Stecchino, anche nella Baghdad liberata il problema più grave è il traffico.
    Un paio di vigili urbani avrebbero scongiurato questa strage e le altre. Che sono poi banali incidenti d'auto.
    A pensarci prima, si poteva paracadutare per qualche giorno sul posto il ministro Lunardi, che in questi casi conosce il da farsi: fari accesi anche di giorno, autostrade e trafori a sedici corsie, patente a punti, e non se ne parli più.

    Il fatto che il triplice attentato avesse di mira una colonna di soldati Usa è pura casualità.
    Non c'entra nulla quell'«ovattato clima antiamericano» di cui vociferano i soliti disfattisti in Italia, ma al quale la Volpe di Milanello «non crede».
    Ha detto proprio così: ovattato.
    E, si sa, in certe dosi l'ovatta può fare molto male.
    Sempre l’altroieri, nel tran tran della «vita regolare» dell'Iraq «ben funzionante»
    (semafori a parte)
    sono stati pure sequestrati altri dieci ostaggi, fra cui due donne. Buon segno: oltre alle «scuole eccetera», s'è rimessa in moto l'economia, al traino dell'industria più fiorente del luogo: quella dei sequestri.
    Anche in questo cruciale settore merceologico, l'Italia ha dato il suo decisivo contributo.

    Da quando s'è sparsa la voce che gli italiani pagano regolarmente
    (2 miliardi a botta, pare)
    il redito pro capite della provincia di Baghdad è subito balzato alle stelle e si sono spalancate prospettive floridissime per sequestratori e aspiranti tali.
    È la famosa lotta al terrorismo all'italiana, che consiste in due mosse infallibili: pagare il pizzo ai terroristi e tenere un contingente militare barricato da mesi in una caserma di Nassiriya senza mai uscire
    (appena uno mette il naso fuori, glielo mozzano: il che farebbe pensare a un ovattato clima anti-italiano, ma il premier, beninteso, non ci crede)

    «La nostra è un'operazione brillantissima», s'è autocongratulato il Rommel della Brianza leccando il gelato dei suoi 68 anni.
    Poi ha aggiunto che la nomina di Barroso in Europa
    ( ovviamente merito suo)
    è stata un'«opera d'arte».
    Quanto al seggio all'Onu, che tutti danno per perso, non è un problema:
    «Ho ricevuto garanzie»
    (sempre da Boldi e De Sica)
    Idem per il trapianto di capelli:
    «Conoscevo una signora con un fluido particolare nelle mani: volevo farmele imporre per la ricrescita, poi purtroppo non ci sono riuscito e ho messo la bandana».
    Infine, l'ultimo capolavoro: la conversione di Gheddafi:
    «Ho convinto Bush a prendere per buone le sue aperture».
    Se l'amico George prende per buone quelle di Berlusconi, può prendere per buone anche quelle del Colonnello.
    Tre bugiardi al prezzo di uno che si garantiscono a vicenda.

    La sottosegretaria Santelli e le due amiche si sono molto divertite.
    L'opposizione, salvo eccezioni, ha assicurato che l'unità nazionale continua: di fronte a uno statista di tale levatura, del resto, non potrebbe esser altrimenti.
    E i principali commentatori hanno continuato a elogiare la «metamorfosi del Cavaliere», finalmente serio e posato, lontano dalle gaffes e dalle baggianate di un tempo.
    Resta da capire che cosa s'intenda per gaffe e per baggianata in un paese assuefatto come il nostro.
    Che cosa debba dire ancora questo pover'uomo per destare scandalo.

    Probabilmente più nulla, ha già detto tutto.
    Ha ragione Freccero: siamo fottuti.


    Greetings from Mars...

  10. #740
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    Predefinito La riforma del Balilla

    (ovvero: il vice-sparaminchiate)

    Neanche gli ex fascisti sono più quelli di una volta.

    Basta guardare Gianfranco Fini, che i tg in questi giorni ci hanno mostrato in confezione da statista d'esportazione, impalato su divanetti dorati, accanto a sceicchi ed emiri.
    E, nel contesto, il vice ha fatto alcune interessanti dichiarazioni che, neanche il tempo di apparire sui giornali, ed erano già state smentite.
    Aveva detto che i soldati italiani avrebbero potuto abbandonare l'Iraq subito dopo le elezioni, ma poi ha chiarito che, per carità, intendeva soltanto dire che il nostro contingente potrà partire, ma solo dopo che il Paese sarà stato democratizzato.
    Sempre che a quel punto sia rimasto qualche iracheno vivo.

    Intanto, perfino Rumsfeld aveva sostenuto che le truppe Usa potranno andarsene dopo le elezioni, ma è chiaro che Fini non si preoccupa tanto di mostrarsi servile nei confronti degli americani, quanto nei confronti dei servi degli americani in Italia, che lo hanno gratificato di poteri inesistenti, ai quali si è sempre adattato di buon grado, non senza smentire le sue rivendicazioni precedenti.
    Insomma, Fini si sta specializzando nel lanciare il sasso e nascondere la mano, tanto che, oggi, uno così non lo vorrebbero neanche nei balilla.

    Greetings from Mars...

 

 
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