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    Predefinito Ipazia: una "martire" pagana

    Premessa

    Ancora in tutto il XIX secolo «la memoria di Ipazia rimane, tra tutte le memorie umane, una delle più venerate»: lo scrive, curiosamente, il cattolico francese Charles Péguy, elogiando la nobiltà di questa paganissima figura femminile «rimasta in armonia così perfetta […] sino alla morte e durante la morte […] mentre il mondo intero crollava, frantumandosi per tutta la vita temporale dell’universo e forse per l’eternità». Nel XX secolo, Ipazia cade nel dimenticatoio: e oltre vent’anni fa proprio a me, all’epoca studentessa fuori corso di filosofia, toccò parlarne per una pubblicazione non destinata al grande pubblico e tributaria del Libro di Ipazia di Mario Luzi (1978). Quella che segue è la mia ricerchina: un mio breve studio, fonti greche e latine, due poemetti francesi del XIX secolo (poemetti che riporterò altrove in questo sito). Non ho mai più scritto di Ipazia, in questi vent’anni. Ma nel pensiero di alcuni ne sono, chissà come, una cultrice. Può darsi che lo diventi davvero, in futuro.

    «…Quella femmina… fatta a pezzi»
    (“Risguardo IV”, Ar, Brindisi 1985, pp. 283-303)

    La storiografia cosiddetta tradizionale (nel senso di consuetudinaria o convenzionale) ha fissato nell’anno 476 la nascita del Medio Evo, in concomitanza con la caduta di quel “Sacro” Romano Impero d’Occidente che, in realtà, non era più da un pezzo né sacro (perché affetto da decadente misticismo medio-orientale), né romano (perché già dalla fine del IV secolo i barbari si erano interessati all’Italia e a parte dell’Europa in veste di conquistatori), né — tantomeno — d’Occidente (perché l’avvenuta translatio imperii aveva reso Caput mundi una Bisanzio mercantile e levantina, al posto di una Roma peraltro già corrotta).
    Di fatto, ogni periodo storico è qualcosa di relativo, e non certo di assoluto, tanto che gli anni scelti a designarne le scansioni temporali si configurano come puramente convenzionali e simbolici: ossia come dipendenti da diverse problematiche e inquadrati secondo differenti angolazioni.
    In ogni caso, è fuor di dubbio che fra il IV e il V secolo della nostra èra si assiste al trapasso — sempre traumatico, e talvolta decisamente tragico — da un mondo (quello romano) ancora impregnato di certi valori (si pensi all’eroico quanto sfortunato tentativo operato da Giuliano, ultimo sovrano della dinastia costantiniana, di restaurare religioni e culti pagani) a un altro mondo, reso totalmente diverso e incomprensibile al precedente dalla massiccia penetrazione del cristianesimo nella vita pubblica e dal riversarsi delle popolazioni germaniche e in generale barbariche nel seno stesso di un impero ridotto ormai a un «tronco disseccato fino alle radici, ancora vigoroso all’esterno, ma di dentro moribondo» (parafrasando Leconte de Lisle).
    A questa stregua, dunque, perché non considerare come avvisaglia del crollo della paganità e dei valori a essa connessi l’anno 313? Allora, in un convegno a Milano, gli Augusti Licinio e Costantino, dopo la vittoria riportata nell’anno precedente su Massenzio (sconfitto definitivamente al Ponte Milvio), si accordano e si spartiscono l’Impero, delimitando le rispettive aree di potere: al primo l’Oriente, al secondo l’Occidente. Nella stessa occasione, gli Augusti promulgano il famoso Editto di Milano: un editto di tolleranza che sopprime ogni discriminazione religiosa, concedendo quindi libertà di culto ai cristiani, stabilisce la restituzione delle proprietà ecclesiastiche in precedenza confiscate e abolisce il culto pagano come religione di Stato, sostituendovi ufficiosamente il cristianesimo.
    Da questo momento in poi, è tutto un susseguirsi di trionfi per la cristianità, con le conseguenze disastrose che si possono facilmente immaginare per l’antica civiltà di matrice indoeuropea. Qualche data: nel 318 Costantino concede ai vescovi cristiani alcune prerogative giurisdizionali, insieme al diritto di ricevere beni in eredità da parte delle singole chiese e comunità ecclesiali a esse congiunte, gettando così le basi del futuro potere temporale ecclesiastico. Nel 325 si tiene a Nicea un concilio, composto prevalentemente da vescovi orientali e convocato dall’imperatore Costantino: nel corso di esso si ribadisce la condanna dell’arianesimo (già sancita nel 320 in un sinodo riunito ad Alessandria d’Egitto: Ario, prete di Alessandria, insegnava che il Figlio non è della stessa sostanza del Padre, infliggendo così un serio colpo al dogma della Trinità) e viene invece formulata la confessione di fede secondo l’interpretazione di Atanasio, futuro vescovo di Alessandria e sostenitore dell’omoiusia (od omusia: identità di sostanza. Omusiani vennero detti i suoi seguaci), in base alla quale si afferma che il Figlio è effettivamente della stessa sostanza del Padre; nella stessa occasione viene formulato il Credo (nel 381, il Secondo Concilio Ecumenico di Costantinopoli confermerà le deliberazioni del Concilio di Nicea). Nel 360, l’unico bagliore che rischiara tenebre destinate a durare ancora per molto: a Lutetia, in Gallia, le legioni di Costanzo II si rifiutano di obbedire all’ordine di trasferimento in Oriente per una nuova campagna contro i Persiani e proclamano Augusto il loro comandante, il Cesare Giuliano, che entrerà trionfalmente a Costantinopoli nel 361, poco dopo la morte del deposto imperatore, avvenuta il 3 novembre dello stesso anno. Ma l’avventura di Giuliano (dai cristiani soprannominato poi spregiativamente l’Apostata) si conclude, troppo presto e troppo tragicamente, il 26 giugno del 363, in un combattimento vittorioso sotto le mura di Ctesifonte, nel corso di una campagna contro il re Sapore II, della dinastia Sassanide.
    Nemmeno vent’anni dopo, nel 380, la situazione è radicalmente mutata: degli antichi splendori che Giuliano aveva tentato di resuscitare non restano che ricordi e — in troppo pochi animi — non sopite nostalgie; l’Impero è ormai una diarchia, non solo di nome ma, quel che è peggio, di fatto. I due Cesari, d’Oriente e d’Occidente, si disinteressano ormai nel modo più assoluto di tutto quanto non accade direttamente nell’area immediata della loro influenza: sono diversi i problemi, le esigenze, gli interessi; e di romano non sono rimaste che le leggi. Troppo poco per parlare di unità. Tuttavia, l’imperatore d’Oriente Teodosio I e quello d’Occidente Graziano trovano ancora un punto d’accordo con l’Editto di Tessalonica (appunto nel 380), che dichiara il cristianesimo religione ufficiale dell’Impero, e proibisce i culti pagani. Ma la disposizione non sembra sufficiente: nel 391 Teodosio I, di passaggio a Roma e approfittando della posizione di secondo piano occupata da Valentiniano II (succeduto nel 383 al fratello Graziano), emana un ulteriore provvedimento di assoluto divieto del culto pagano a Roma. L’anno seguente, nel 392, altre leggi speciali di Teodosio I allargano all’Egitto la proibizione dei culti pagani, dando il via a una incontrollata e lunga serie di violenze iniziate nello stesso anno con la distruzione della biblioteca di Alessandria (e del Serapeion [1], centri fiorenti di intensa vitalità culturale e filosofica, nonché ultimo baluardo della sapienza greca e antica in genere, contrapposto al dilagante e ottuso dogmatismo cristiano), e destinate a sfociare — ma non a concludersi — nel 415 con l’uccisione della filosofa Ipazia.
    Il fondo, però, non è ancora toccato, anche se ormai manca poco: nel 394 un quarto editto di Teodosio I abolisce i giochi di Olimpia (in questa data, infatti, cessa il computo degli anni per Olimpiadi, almeno ufficialmente), e ordina la chiusura del celebre tempio dedicato a Zeus che sorgeva in quella città [2]. Non a torto, questo provvedimento che sancisce, in certo modo, la fine ufficiale della religione pagana, viene considerato anche come il colpo definitivo al cuore della civiltà stessa del mondo antico. Ormai l’Impero è, di fatto, romano-barbarico [3].
    Questi, dunque, sono gli antefatti del dramma che travolgerà Ipazia. Nei cento anni che ne precedono l’assassinio, l’arte e la cultura subiscono una battuta d’arresto, almeno per quanto ne riguarda la libertà d’espressione: forma e contenuti sono appiattiti, quasi schiacciati dalla crescente potenza della nuova religione che tutto abbatte e sconvolge. In un clima dominato solo dalla letteratura patristica e da un’arte di ispirazione religiosa ed ecclesiastica, sopravvive soltanto la filosofia, e segnatamente quella neoplatonica.
    Il neoplatonismo sorse nella prima metà del III secolo della nostra èra ad opera di Ammonio Sacca, che fondò la Scuola di Alessandria. Non avendo lasciato nulla di scritto, di lui sappiamo solo quel che ne riportarono i suoi discepoli: da Porfirio di Tiro, a esempio, apprendiamo che Ammonio nacque e fu educato in una famiglia cristiana, ma che, una volta accostatosi alla filosofia, abbracciò nuovamente la religione pagana. Ma Ammonio Sacca verrà superato, e di gran lunga, dal discepolo Plotino, considerato a buon diritto l’autentico grande filosofo di questo indirizzo: il suo insegnamento (sviluppato nella seconda metà del III secolo) conferisce al neoplatonismo la sua formulazione teoretica più elevata e vigorosa. Nel IV secolo il neoplatonico Giamblico fondò una scuola in Siria, dalla quale derivò, nello stesso periodo, la scuola di Pergamo [4]. è proprio in quest’epoca che si manifesta la grande importanza politica del neoplatonismo: esso, infatti, rappresentò la concezione filosofica pagana contrapposta, fino a tutto il V secolo, all’ormai imperante Stimmung cristiana. Fin verso la metà del V secolo, tuttavia, la scuola neoplatonica di Alessandria fu improntata a un orientamento nettamente filosofico-scientifico, del quale furono esponenti di rilievo Teone e sua figlia Ipazia.
    Di Teone Alessandrino si sa ancor meno che della figlia: matematico noto a ai suoi tempi, subì il fascino dell’altra scuola neoplatonica, quella siriana, che tentava una sistematica utilizzazione della matematica e delle discipline a essa connesse per fini più propriamente metafisici; è appunto in questa prospettiva che Teone curò una famosa edizione degli Elementi di Euclide, e scrisse un commento al trattato Mathematiké syntaxis di Tolomeo.
    Della figlia Ipazia (o Ippazia) sappiamo poco di più, e c’è da pensare che la sua fama ingiustamente oscurata sia giunta fino a noi solo a causa della sua tragica fine. La data della sua nascita è incerta: si presume possa essere collocata fra il 360 e il 370. Assai più sicura, invece, è la data della morte, precisata fin quasi al giorno, che Cassiodoro Epifanio, nell’Historia ecclesiastica tripartita [5], situa «nel quarto anno dell’episcopato di Cirillo, sotto il decimo anno di regno di Onorio e il sesto di Teodosio», vale a dire circa nel 415, «nel mese di marzo, nei giorni precedenti la Pasqua». I cenni sulla vita di Ipazia sono scarsi: il padre Teone la istruì a fondo nelle discipline matematiche ed astronomiche; dopo aver completato i suoi studi ad Atene, Ipazia preferì dedicarsi poi alla filosofia e al suo insegnamento e, tornata ad Alessandria, vi aprì ella stessa una scuola, e tenne poi le sue lezioni anche nel Serapeion [6].
    Seguace delle dottrine neoplatoniche, e orientata verso una conciliazione delle teorie platoniche e aristoteliche, divenne ben presto celebre per il suo vasto sapere e per la sua bellezza: nei suoi Poèmes antiques Leconte de Lisle ne fa una giovane donna, e parla dello «spirito di Platone» e del «corpo di Afrodite» mirabilmente congiunti. La realtà storica è un po’ diversa, giacché nel 415 Ipazia doveva avere all’incirca fra i quarantacinque e i cinquantacinque anni. Autrice indubbia di commenti a opere di Apollonio, Diofanto e Tolomeo, di lei non ci è giunto alcuno scritto, ma si sa che le sue lezioni erano frequentatissime in grazia della sua abilità di oratrice e del suo scrupoloso attenersi al pensiero autenticamente platonico e aristotelico. In un’epoca in cui l’oscurantismo tipico di un sistema statale corrotto e fatiscente si compiaceva di fariseismi e cacce alle streghe (e più che mai la donna e la ragione erano considerate opera delle potenze maligne), la vergine Ipazia era (stando a quanto ne dice ancora Cassiodoro Epifanio) stimata e rispettata «per la sua castità e integrità di costumi». Non bastano quindi — non possono bastare — l’invidia, la maldicenza e il risentimento in senso nietzscheano a spiegare la fine oltraggiosa riservata a Ipazia da un gruppo di straccioni fanatici: a monte, sicuramente, c’è ben altro.
    Nonostante l’atmosfera di terrore e di morte aleggiante su Alessandria in disfacimento, simbolo della ben più vasta crisi che stava attanagliando tutto il mondo civile allora conosciuto, e a dispetto dell’ardore religioso troppo presto e troppo facilmente mischiato all’ingiustizia della forza e del numero, non mancavano gli spiriti liberi: fra questi erano Sinesio [7], allievo di Ipazia prima e vescovo cristiano poi, che non mancò mai di intrattenere con lei rapporti di pura e profonda amicizia, né venne meno, anche dopo la conversione, agli elevati precetti filosofici neoplatonici; e Oreste, prefetto di Alessandria, del quale ancora Cassiodoro ci dice che s’incontrava di frequente con Ipazia, presumibilmente per gli stessi motivi di Sinesio. In realtà (almeno secondo quanto riporta la Historia ecclesiastica tripartita), sembra che nei tempi immediatamente precedenti l’assassinio di Ipazia — non viene specificato se si tratti di giorni, settimane, mesi o forse di più ancora: ma non ci sembra improbabile supporre un lasso di tempo piuttosto lungo, se ci soffermiamo un attimo a considerare le conseguenze scaturite dagli editti del 391 e 392 — sembra, dunque, che violenze e soprusi venissero perpetrati ai danni dei cristiani di Alessandria e delle zone limitrofe. Gli incidenti non dovettero essere, tutto sommato, di scarsissima rilevanza, se è vero che i monaci del deserto (cui fa cenno Leconte de Lisle) stanziati sul monte Nitia calarono su Alessandria e «nel nome di Cirillo diedero zelantemente inizio a scontri» [8] con la popolazione. I primi tumulti non ebbero un esito molto felice per i monaci, giacché si conclusero con l’uccisione di Ammonio, uno dei quattro «venerabili uomini» che «reggevano i monasteri dell’Egitto» (gli altri tre erano Dioscoro, Eusebio ed Eutimio).
    Fu probabilmente in quell’occasione che Ipazia, preoccupata dell’incolumità di quanti le erano cari, consigliò Oreste di diradare e fors’anche di interrompere i rapporti, soprattutto quelli di amicizia, col vescovo Cirillo. L’ascendente di Ipazia sulle autorità civili di Alessandria, del resto, doveva essere notevole, e non si limitò forse a manifestarsi solo in questa circostanza: certo è che la Historia ecclesiastica tripartita e altre fonti ancora testimoniano che Ipazia venne ritenuta colpevole delle persecuzioni nei confronti del vescovo Cirillo — persecuzioni seguite alle intemperanze giustificate dai monaci del deserto, a torto o a ragione, nel nome, appunto, di Cirillo —, e per questo motivo massacrata barbaramente. A pochi giorni dalla celebrazione di un nuovo rito d’amore, la Pasqua, nel nome di un nuovo dio di misericordia…

    Note

    [1] Denominazione propria di qualunque tempio dedicato al dio Serapide. Il più famoso, vasto e imponente, eretto in puro stile greco dall’architetto (anch’esso greco) Parmeniskos, sorgeva in Alessandria. Quando l’Egitto passò sotto la signoria di Roma, il tempio fu per secoli meta ininterrotta di visitatori, anche illustri, provenienti da ogni parte dell’Impero romano: lo storico Tacito (Storie, lib. IV, cap. LXXXI, LXXXII) menziona la visita al tempio dell’imperatore Vespasiano. La fortuna del Serapeion cominciò a venir meno a partire dal 391, anno in cui il paganesimo alessandrino subì uno dei colpi più duri a opera del cristianesimo trionfante.

    [2] Ancora a proposito della relatività dei periodi storici dal punto di vista meramente storiografico, ricordiamo qui che alcuni studiosi propongono di iniziare con questa data il cosiddetto Medio Evo.

    [3] Incalcolabili furono le conseguenze: forse la più grave, anche se la meno riconosciuta, consiste nel passaggio dalla «cultura (o civiltà) della vergogna» alla «cultura (o civiltà) della colpa», secondo la felice distinzione introdotta alla fine degli anni Trenta dall’antropologa americana Margaret Mead. Come il termine stesso indica, nel primo tipo di civiltà il valore fondamentale è quello di ‘onore’, che implica un nesso intimo, diretto con l’ambiente sociale in cui la persona si situa. L’onore comporta un modo particolare di rapportarsi alla comunità cui si appartiene, una relazione qualitativa che investe tutto il ceppo familiare del membro, e addirittura la cerchia di chi gli è vincolato da legami di amicizia, affetto e simili. Ne deriva che è sufficiente una mancanza nei riguardi del gruppo, perché il trasgressore possa disonorare il proprio nome e di conseguenza quello del proprio gruppo familiare, coinvolgendo così negativamente anche ‘estranei’ , per vari motivi vincolati al soggetto della trasgressione e al suo gruppo di appartenenza. In questo tipo di civiltà, dunque, la massima pena per il membro consiste nel venire estromesso dalla vita della comunità, nella perdita di reputazione: parafrasando il Nietzsche di Al di là del bene e del male («Sentenze e intermezzi», 183), la comunità è scossa non tanto dal fatto che uno dei suoi membri abbia potuto ingannarla, quanto dal fatto che ora essa non potrà più credergli. La cultura così contrassegnata è propria dei Greci, dei Latini, dei Celti, degli Scandinavi, degli Ario-Indù — ovvero del complesso delle genti indoeuropee. (Propria, ma non esclusiva: si pensi, nell’area estremo-orientale, alla civiltà giapponese e al valore sommo che in questa rivela la polarità ‘onore-vergogna’). Le «culture della vergogna» si contrappongono radicalmente alle «culture della colpa», nelle quali l’‘impressione’, il sentimento basilare sotteso alla struttura della società è appunto quello di ‘colpa’. Ma si badi: colpa non tanto nei confronti della comunità, bensì nei confronti di una entità suprema da cui si suppone discendano norme rigidamente dogmatiche, tradotte in precetti morali. Da questa ‘emozione della colpa’ nasce la categoria mentale-morale di ‘peccato’, connessa al convincimento dell’ineluttabilità di sanzioni, eseguibili sia nel presente che in una vita ultraterrena. Com’è noto, questa interiorizzazione della mancanza
    viene istituzionalizzata (dopo essere stata, in un certo senso, ipostatizzata) nelle religioni monoteistiche.

    [4] Della scuola di Pergamo fu illustre allievo il futuro imperatore Giuliano; discepolo degli scolari di Giamblico, Giuliano riteneva che il neoplatonismo coniugasse il doppio vantaggio di rimanere entro la tradizione dell’antica cultura pagana, e al tempo stesso di soddisfare le nuove esigenze religiose venute a diffondersi nell’Impero.

    [5] La Historia ecclesiastica tripartita — così chiamata perché, dapprima composta da Cassiodoro Epifanio, fu in seguito risistemata e ampliata da Socrate Sozomeno e da Teodoreto — narra (in 12 libri) gli avvenimenti svoltisi dall’anno 324 fino all’anno 439 (443).

    [6] Pochi anni dopo la morte di Ipazia il neoplatonismo ritornò in Atene, dove sorse una nuova scuola che si proponeva di riprendere la grande tradizione dell’Accademia platonica; lo scolarca più illustre fu Proclo (410-485). L’Accademia neoplatonica verrà poi definitivamente chiusa nel 529 per ordine dell’imperatore Giustiniano.

    [7] Sinesio, patrizio di Cirene, nacque forse nel 370, e fu quindi praticamente coetaneo di Ipazia, della quale fu discepolo ad Alessandria. Probabilmente nel 406, divenne vescovo di Cirene, sembra con scarsa convinzione e addirittura prima di aver abbracciato completamente la fede cristiana. Di lui ci sono pervenuti, oltre alle lettere, alcuni Inni e un trattato filosofico, il Diòn (composto forse tra il 404 e il 405), scritto in difesa della cultura ellenica, ritenuta il mezzo più efficace per sviluppare le potenzialità dell’intelletto umano. In questa prospettiva la cultura greca non è considerata in opposizione a quella cristiana, non è la «dea Ragione» cara agli immortali princìpi dell’89, bensì appare come un metodo al di là e al di sopra delle fedi, al cui sviluppo è in grado di contribuire validamente. Sinesio morì nel 413, due anni prima della sua maestra Ipazia.

    [8] San Cirillo d’Alessandria è ricordato come uno dei più grandi teologi della Chiesa Orientale. Nacque probabilmente in Alessandria verso il 370 (anch’egli, dunque, contemporaneo e addirittura coetaneo di Ipazia e di Sinesio), nipote del patriarca di quella città, Teofilo. Nel 412 succedette allo zio nella sede patriarcale di Alessandria, dove rimase fino al 444, data della sua morte. Gli inizi del suo episcopato si rivelarono alquanto burrascosi, e soprattutto movimentata fu la lotta da lui sostenuta contro il governatore imperiale di Alessandria, Oreste. Sembra non fosse lui il diretto responsabile dell’assassinio di Ipazia, caduta vittima, in realtà, di un tumulto popolare perché sospettata di essere la consigliera di Oreste: al riguardo, Cassiodoro Epifanio afferma decisamente che «questo fatto attirò non poco livore nei confronti di Cirillo e della Chiesa di Alessandria».

    LE FONTI

    Da Historia ecclesiastica Philostorgii, VIII - 9 [a] [1]
    «Costui [Filostorgio] dice che Ipazia figlia di Teone era stata istruita dal padre nelle scienze matematiche; e tuttavia era divenuta assai più erudita del proprio maestro, sopra tutto riguardo all’arte di osservare le stelle, e insegnava a molti le scienze matematiche. Ma quest’empio [Filostorgio] dice pure che sotto il regno di Teodosio il Giovane quella femmina venne fatta a pezzi dai sacerdoti del culto omusiano.»

    Da Historia ecclesiastica Philostorgii, VIII - 9 [b]
    «La filosofa Ipazia: Filostorgio dice che Ipazia, figlia di Teone, fu istruita dal padre nelle discipline matematiche, ma che divenne di gran lunga più erudita del suo maestro, sopra tutto in astronomia, e che insegnò a molti le discipline matematiche. Tuttavia questo empio [Filostorgio] afferma che sotto il principato di Teodosio il Giovane costei fu fatta a pezzi dagli omusiani.»

    Da Historia ecclesiastica tripartita - Cassiodori Epiphanii: XI - 12, 1/5
    «12. 1 Vi era allora in Alessandria una donna di nome Ipazia, figlia del filosofo Teone e tanto colta da emergere tra i filosofi suoi contemporanei, e da ricevere proprio lei la successione nella scuola platonica derivata da Plotino, così da tenere ella stessa tutte le lezioni filosofiche. Per questo motivo tutti accorrevano a lei a causa della sua autentica fedeltà professata nei confronti dell’antica dottrina.
    «2 Infatti ella si prestava di buon grado anche a contraddittori e dispute senza alcun imbarazzo, anzi, si mostrava anche in mezzo agli uomini, ma con tale riservatezza che tutti la stimavano e la rispettavano per la sua castità e integrità di costumi.
    «3 Fu allora, dunque, che divampò l’invidia contro questa donna. Infatti, poiché frequentemente si incontrava con Oreste, la popolazione ecclesiastica le si sollevò contro, poiché sembrava che lei stessa l’avesse dissuaso dall’intrattenere rapporti di amicizia col vescovo.
    «4 Per questo motivo alcuni uomini travolti da un acerrimo odio, e a capo dei quali era un lettore [2], un certo Pietro, avendo ordito una congiura, spiarono la donna mentre tornava a casa e, fattala scendere a forza dalla carrozza, la trascinarono alla chiesa, che è chiamata di Cesare, e là, spogliatala delle vesti, la lapidarono. In seguito, dopo averla letteralmente fatta a pezzi, ne bruciarono i resti.
    «5 Questo fatto attirò non poco livore nei confronti di Cirillo e della chiesa di Alessandria; infatti è noto che stragi e violenze sono aliene dai Cristiani. Questi avvenimenti dunque accaddero nel quarto anno dell’episcopato di Cirillo, sotto il decimo anno di regno di Onorio e il sesto di Teodosio, nel mese di marzo, nei giorni precedenti la Pasqua.»

    Note

    [1] La Historia ecclesiastica Philostorgii è contenuta nella monumentale Patrologia graeca, curata dall’abate francese Jacques-Paul Migne in due edizioni: una col testo greco e la traduzione latina (in 166 volumi), di cui ci si è serviti nel presente saggio; e una con la sola traduzione latina (in 85 volumi). Per amore di completezza e nel rispetto obiettivo dell’informazione storica si è inteso qui riportare sia la traduzione del testo greco [a], sia quella del testo latino [b]: come il Lettore può notare, emergono dalla comparazione dei testi tradotti leggere sfumature, per lo più lessicali. Del resto la formula «questo empio» rilevabile in entrambe le lezioni indica chiaramente che non si tratta qui dell’originale storia ecclesiastica di Filostorgio, bensì di una registrazione effettuata probabilmente in epoca posteriore (non sappiamo di quanto) alla stesura personale di Filostorgio stesso: inevitabili, quindi, distorsioni e travisamenti, anche impercettibili seppure forse intenzionali, del testo originariamente stilato dall’autore. Si ribadisce qui la volontà di offrire al Lettore, laddove sia possibile, l’opportunità di accedere direttamente alle fonti o, quanto meno, di riferirvisi con la massima precisione e imparzialità. Sulla Historia ecclesiastica tripartita, si veda la nota 5, più oltre.

    [2] Titolo ecclesiastico indicante, nella Chiesa latina, il chierico che ha ricevuto il secondo degli ordini minori.
    "Talvolta si vorrebbe essere cannibali, non tanto per il piacere di divorare il tale o il talaltro, quanto per quello di vomitarlo."

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  2. #2
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    Predefinito Rif: Ipazia: una "martire" pagana

    Siamo tutti cultori di Ipazia quando usiamo la sua vicenda come bandiera da sventolare contro il fondamentalismo, il cristianesimo o (è il mio caso) l'imposizione forzata di una cultura. Forse anche questo è un abuso di una tragica vicenda umana, ma tant'è, nessuno di noi è perfetto e tutti abbiamo i nostri idoli.

    Ricordare la vicenda tuttavia non può che fare bene.

    Resurgens

    P.S.: Ottima anche la firma

  3. #3
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    Predefinito Rif: Ipazia: una "martire" pagana

    I cristiani hanno fondato le loro fortune sui martiri, gli hanno sbandierati ai quattro venti, molti erano delle bufale!
    Suengue e reliquie.
    Se aprite un qualsiasi libricino agiografico di santi leggerete che il malcapitato andava alla morte con il sorriso.
    Le persecuzioni dei cristiani sono durate, assommandole circa 40 anni, mentre l'inquisizione ha colpito duro per circa 600 anni.
    E di quella povera gente non conosciamo il nome perchè erano popolani PERDENTI sotto tunti i punti di vista.
    Talebanismo antisociale e antisocievole. La morale è che bisogna discutere, dialogare, essere disponibili a sentire anche le posizioni antagoniste. Certo nella Russia stalinista furono uccisi dei cristiani di grande levatura come f
    Florenskij, ma il cristianesimo romano non ne parla perche certi cristiani sono scomodi. Scomodi perchè avrebbero compreso le istanze della RELIGIOSITA' pagana.
    Il Vaticano è la più grande piaga che frena lo sviluppo spirituale dei popoli.
    Il paganesimo non ha vertici non ha ricchezze, però possiede un patrimonio spirituale immenso, che non può essere contenuto ne daimusei ne dai forzieri ne dalle casseforti,perché questo patrimonio è dell'UMANITA INTERA.
    Ipazia è il simbolo di una cattiveria gratuita, e ha bisogno di essere conosciuta.

  4. #4
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    Thumbs up Rif: Ipazia: una "martire" pagana

    Onore Eterno alla Neoplatonica Ipazia!

    Pax Deorum,
    Atlantideo

  5. #5
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    Predefinito Rif: Ipazia: una "martire" pagana

    "...amantata non son como vorria di gran vertute né di placimento; ma, qual ch'i' sia, aggio buono volere di senire con buona cortesia a ciascun ch'ama sanza fallimento: ché d'Amor sono e vogliolo ubidire..."



    IPAZIA * Martire del fanatismo

    Secondo il contemporaneo Socrate Scolastico nel marzo del 415 un gruppo di monaci, guidati da un lettore di nome Pietro, si appostarono per sorprendere Ipazia nel suo ritorno in casa: «Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario; qui, strappatale la veste, la uccisero usando dei cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati i brani del suo corpo nel cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia bruciandoli».

    Il filosofo pagano Damascio, che visse circa cento anni dopo i fatti, indica invece che l'omicidio fu progettato dal vescovo Cirillo: questi, «si rose a tal punto nell'anima che tramò la sua uccisione, in modo che avvenisse il più presto possibile, un'uccisione che fu tra tutte la più empia».
    Anche Damascio sottolinea la brutalità dell'omicidio: «una massa enorme di uomini brutali, veramente malvagi [...] uccise la filosofa [...] e mentre ancora respirava appena, le cavarono gli occhi».

    Link alla pagina:
    Ipazia - Wikipedia
    Ultima modifica di Lupo; 14-10-09 alle 17:30

  6. #6
    da ortodosso per Paolo VI
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    Predefinito Rif: Ipazia: una "martire" pagana

    Perdonate ma riporto anche qui il mio intervento postato anche su CR e sull’altro 3d di questo forum dedicato ad Ipazia

    Alla coscienza cristiana-e lo dico con timore etrmeore ma con chiarezza la questione Ipazia deve porsi in termni di assoluta libertà interiore

    Ipazia non era cristiana e non voleva assolutamente diventare tale ..poi era anche una sapiente intellettuale e scienziata…Ergo fu uccisa a un gruppo di monaci e fu uccisa con un massacro in fondo organizzato e orribilmente rituale

    Qualcuno sia alcuni anni fa sull’antica POL –con tutta la sua monumentale autorità- asseri (proprio in sede di un dibattito duro, durissimo su Ipazia che era stto atto di giustizia cristiano meritorio ed oggi in altro 3d di altro forum sullo stesso argomento uno dei nipotini di cotanto monumento afferma in fondo-con maggiore arroganza-lo stesso principio

    Io da prete cristiano mi muovo su altro versante e mi muovo all’interno della mia tenda ecclesiale che non è quella romano-cattolica e mi muovo come sempre fino alle estreme periferie di essa stessa tenda sul ciglio del border line ma restandovi dentro

    Senza voler scomodare alcuna scenografia modernista e laica da tempo sono convinto che l’assassinio di Ipazia sia stato un gesto(lasciando aperto il quesito se San Crillo sapesse o non sapesse…mi piace pensare che sapese ed è diventato santo proprio perché Ipazia l’ha perdonato e ha compiuto da morta intercessione per lui …) ..dicevo un gesto assolutamente antitradizionale, vigliaccamente antisapienziale,politicamente è stato il vergognoso suggello della e all’apostasia teodosiana che ha avvelenato la Chiesa Cristiana e soprattutto –ed è qui il paradosso spirituale-è stato un assassinio cristiano compiuto da cristiani in nome e per conto di Gesù Cristo nella lettura che questi cristiani hanno fatto del Vangelo e del Signore

    Qui il paradosso…E’ stata uccisa in nome e per conto di Gesù Cristo ,ergo ed ebbene è stata uccisa in disprezzoa Gesù Cristo,in odium fidei christianae e soltanto dei cristiani consapevoli di essere tali possono porre in essere la tremenda vergogna oscena di uccidere Gesù Cristo in nome di Gesù Cristo

    Ipazia è quindi persona di snodo etico ..Con il suo assassinio i cristiani si codannano da se a se stessi ad essere “i puttani” del potere in ogni sua forma possibile ad Oriente come ad Occidente .Ipazia con la sua morte efferata svela ai cristiani ieri come oggi la nostra miseria e la nostra pochezza interiore..Dopo Ipazia e con Ipazia i cristiani hanno crocifisso realmente e concretamente il loro Signore ..Ogni assassinio compiuto dai cristiani resta sempre quello di Ipazia e con Ipazia è come se noi stessi avessimo messo a morte il Signore

    Da lì entra-ed è l’unica possibiltià provvidenziale che è restata e ci resta- ma soltanto alle estreme periferie di ogni tenda ecclesiale – dentro ogni tenda il conflitto e l’antinomia,lo strazio del conflitto…La Chiesa cristiana ha anche poi vissuto ed avuto fiori di testimoni e fiori di santità ma come condannati alla minorità, a quella nicchia buona e bella della profezia e dei rompiscatole.

    Ipazia non va recuperata come cristiana..Non lo era enon lo voleva essere.Nella sua dignità di pagana è stata accolta nell’Oltre di Dio tre volte santo e tale è rimasta ..pagana e gentilitas .Noi non possiamo battezzare Ipazia neppure da morta…Possiamo solo chiedere a lei il permesso asintattico di ritenerla martire pagana/martire cristiana e se Ella vorrà in Dio tre volte santo lodarla con l’antico titolo di megalomartire

    Tutto qui
    vado verso i 60 cinico disincantato perfido e quindi cristiano ed ovviamente ortodosso a Palermo sperare nell'unità dei cristiani e sconfiggere l'ecumenismo
    Cercamo d'esse preti, io solo questo ve chiedo: d'esse preti, che nun ce perdemo niente".

  7. #7
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    Predefinito Rif: Ipazia: una "martire" pagana

    interessante :giagia:

  8. #8
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    Lightbulb Rif: Ipazia: una "martire" pagana

    Una delle vicende più drammatiche ed a tutt’oggi sottaciuta dai libri di testo, riguarda la figura di Ipazia, scienziata, astronoma e filosofa, vissuta a cavallo del IV e V secolo d.C. nel raffinato contesto di un’Ales-sandria d’Egitto, ancora intriso di sapienza neoplatonica, ma sempre più in preda alle ultime convulsioni di un mondo che scivolava verso la propria fine, preannunciata dall’aggressivo fanatismo della neonata fede cristiana che presto avrebbe fagocitato uno splendido bagaglio di cultura, storia e tradizione, lasciando al suo posto un plurisecolare deserto di oblio ed ignoranza. Ipazia nasce ad Alessandria in una data incerta, verso il 370 d.C. Di lei si sa poco, tranne che è figlia di un certo Teone, “filosofo e geometra d’Alessandria”, così come rilevato dal bizantino Lessico di Suda.
    Dedito alla matematica ed all’astronomia sino a diventare un famoso insegnante ad Alessandria, trasmetterà questa passione alla figlia Ipazia che, ben presto dimostrerà di uguagliare e superare il proprio padre. Della sua competenza in queste discipline ci parla Sinesio, suo prediletto allievo ed unico attendibile biografo, il quale, nel parlarci di Ipazia, ci ricorda gli eruditi commentari all’ “Arithmetica” di Diofanto di Alessandria ed alle “Coniche” di Apollonio di Perga, mentre è, di dubbia originalità il “Canone astronomico”, composto forse quale commentario all’opera di Tolomeo. Di lei mancano scritti autografi, fatto questo che rende problematica la questione della reale valenza ed influenza della scuola di Ipazia sulla cultura del tempo. A quanto è dato di capire dalle poche fonti in nostro possesso, sembra che la scuola di Ipazia combinasse interessi teorici con interessi altrettanto pratici in un’originale mix di impostazioni che però non impedirono la realizzazione dell’astrolabio e dell’idroscopio, così come riportatoci dal fedele Sinesio. Questi fatti spalancano il problema sulla effettiva portata della scienza dei Tolomeo e degli Ipparco che dai loro corpus teorici non riuscirono però a trarre alcuna applicazione pratica, così come invece accaduto con la scuola di Ipazia. Un problema analogo si pone con la questione dell’apporto dato dalla studiosa alessandrina al pensiero filosofico. Anche qua la scarsità di fonti ci affida alla testimonianza diretta del solito Sinesio, il quale ci dà di Ipazia l’immagine di una persona profondamente convinta dell’aderenza della filosofia alla vita reale, facendo di questa la principale fonte di ispirazione per i comportamenti quotidiani. La filosofia è in lei, la “scienza delle scienze”, in quanto sapere superiore in grado di compenetrare in sé tutti gli altri saperi. Sempre secondo la testimonianza di Sinesio, Ipazia avrebbe recepito l’insegnamento filosofico nella sua accezione plotiniana, e più esattamente, in quella rifacentesi a Porfirio, più direttamente collegata al razionalismo plotiniano che non al misticismo teurgico di Giamblico. La parola di Sinesio è avvalorata dal fatto che egli stesso si dimostrerà all’altezza della propria mentore e maestra, sia come poeta metafisico di notevole rilevanza con la pubblicazione degli “Inni”, che con la pubblicazione del “Dione”, opuscolo dedicato al sofista Dione di Prusa, in cui viene rimarcato il rapporto esistente tra letteratura e filosofia. Sinesio recepisce la filosofia neoplatonica nella sua versione alessandrina più vicina alla versione razionalista dello stesso Plotino che non a quella più radicalmente anticristiana e misticheggiante ateniese, rifacentesi ai vari Giamblico. Ipazia quindi si trova, suo nonostante, coinvolta nella grande disputa dottrinale che nella tarda antichità coinvolgerà due similari scuole di pensiero, tanto da far affermare nel 440 a Socrate Scolastico la primogenitura di Ipazia e di Alessandria nell’interpretazione del platonismo a partire da Plotino, contrariamente a quanto invece affermerà Ierocle, alessandrino di nascita, ma ateniese di adozione che indicherà nel proprio maestro Plutarco, il perfetto erede di una linea che da Platone arriva ad Ammonio Sacca, passando via via per Origene, Plotino, Porfirio, Giamblico, sino appunto a Plutarco di Atene. Identico percorso verrà delineato dal più tardo Proclo, anch’egli prestigioso membro della scuola ateniese. In questo modo si cercherà di escludere Ipazia e Sinesio dal novero dei filosofi neoplatonici, per cercare di accreditare questa scuola come l’unica erede di un platonismo via via sempre più misticheggiante e teurgico, contrariamente all’impostazione più razionalista di Ipazia. Comunque sia, tutte le testimonianze, inclusa quella di Damascio, concordano nell’attribuire alla pensatrice una preparazione di altissima qualità, accompagnata dalla propensione ad una sua generale diffusione, arrivando a fermarsi in strada a dare lezioni e spiegazioni a chiunque glielo avesse richiesto, come nella migliore tradizione peripatetica ateniese. Tutto questo arriverà ad ingenerare non poche invidie da parte di personaggi come Damascio che arriverà a rivendicare al proprio maestro Isidoro il privilegio della percezione della “vera filosofia”, non attribuibile, a suo dire, ad Ipazia in quanto donna e “geometra”, cioè proveniente da studi scientifici che, in quanto tali, andavano considerati inferiori. Di Ipazia non sono rimasti testi autografi, né ci è, a tutt’oggi, dato di sapere se avesse mai detenuto qualche cattedra di insegnamento in Alessandria. Ciò non significa che non sia stata una grande ed innovativa pensatrice, viste le lodi, ma anche le invidie che ingenerò e furono sicuramente alla base della sua tragica fine. Per meglio comprendere la vicenda di Ipazia ed al perché della sua fine, bisogna rifarsi al clima venutosi a creare in quegli anni quando, in seguito all’emanazione degli infami decreti teodosiani (391-392 d.C.), viene sancito in modo definitivo il divieto di esercitare qualunque culto gentile, pena la morte.
    L’abbattimento e la riconversione dei templi (peraltro già iniziati sotto imperatori come Valentiniano, sic!) ora prosegue in modo più deciso, senza ostacoli. Ad Alessandria, in particolare, molti splendidi templi furono abbattuti per ordine dell’imperatore sotto le pressioni del vescovo Teofilo (letteralmente “amico di Dio”, sic!), tra cui il favoloso Serapeo, dedicato alla divinità ellenistica Serapide, ed all’interno del quale venivano celebrati i culti di Iside e di altre divinità egizie. Il Cesareo ed il tempio di Dioniso furono risparmiati e riconvertiti in chiese, non senza resistenze da parte dei gentili, immediatamente soffocate con violenza da parte dei legati imperiali. In particolare, è di quegli anni la nascita del movimento degli “elleni”, ovvero di coloro che, al di là della singola fede religiosa, avevano decisamente optato per la rivalutazione della cultura greca, di contro all’incuria, all’ignoranza ed all’inciviltà propalate a piene mani dagli zelanti e fanatici cristiani. Le vicissitudini degli elleni subiranno sorti alterne sino al V secolo quando, con l’avvento di Giustiniano, le scuole di filosofia verranno definitivamente chiuse. Nel 414 l’avvento sul trono dell’impero d’Oriente dell’Augusta Pulcheria, determinerà una grave battuta d’arresto per gli “elleni”.
    Il casus belli sarà determinato dal contrasto tra il vescovo Cirillo (succeduto a Teofilo nel frattempo morto) ed il “praefectus augustalis” Oreste (grande estimatore di Ipazia), che aveva fatto mettere a morte un fanatico “parabalanos”/monaco barelliere, che lo aveva ferito con una pietra. Oreste non aveva fatto i conti con il fatto che Cirillo, fautore dell’ortodossia ed in diretta competizione con Nestorio, vescovo monofisita di Costan-tinopoli, era direttamente supportato nei suoi intenti da Pulcheria. Cirillo reagirà santificando l’aggressore e facendo mettere a morte la neutrale Ipazia per mano di alcuni “parabàlloi”, tramite linciaggio, senza per questo, pagare alcun fio. Questa vicenda è alla base di “Ipazia, vita e sogni di una scienziata del IV secolo” di Adriano Petta ed Antonino Colavito, edizioni La Lepre, dove, con un linguaggio da romanzo, accanto alla descrizione del contesto storico culturale, è la stessa Ipazia a parlare di sé dei suoi sogni, delle sue idee e delle sue scoperte, lasciando il lettore con l’interrogativo su dove sarebbe arrivata la scienza odierna se la Storia non avesse conosciuto quella lunga e buia parentesi di ignoranza partita dalla tarda antichità e giunta sino ai giorni nostri. E’ vero, Ipazia anche se neutrale, fu personaggio scomodo in quanto donna e studiosa, rappresentante di una cultura, quella neoplatonica , sempre più invisa ad un fanatismo cristiano che finirà per fare, della cultura in sé, un vero e proprio oggetto di discriminazione per i secoli a venire. Tutto questo, fermo restando che Ipazia fu espressione della sua epoca e non la rappresentante ante litteram di una modernità empirista e materialista,già allora ansiosa di affacciarsi sul proscenio della Storia. Ipazia rimane pur sempre una figlia di quella grecità che allora, anche se nelle molteplici varianti del tardo ellenismo e del neoplatonismo, continuava a connotare di sé l’intera oikumène mediterranea.
    Qui l’idea di un tempo ciclico, l’assenza di un concetto matematico di infinito, l’immagine di una geometria euclidea tutta volta al finito, l’idea tolemaica di un cosmo finito a cui fa da contraltare l’assoluta incompatibilità ed inconoscibilità dell’Uno plotiniano con il resto del creato, la natura assolutamente strumentale delle scoperte scientifiche interrelato ad un concetto sacrale della scienza, rendono insensata l’idea di “progresso” di stampo materialista, tanto cara alla civiltà occidentale dal ‘600 in poi.
    Ipazia assurge, comunque, a simbolo della persecuzione verso tutte le culture anticonformiste ed eterodosse, come a tutt’oggi dimostrato dalle vicissitudini di “Agorà”, l’ultimo film di Alejandro Amenabar sulla vicenda della pensatrice alessandrina, uscito nelle sale cinematografiche di mezza Europa, meno che in Italia, grazie alle solite, odiose censure clericali.

    Ipazia. Una martire pagana, Umberto Bianchi

  9. #9
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    Predefinito Rif: Ipazia: una "martire" pagana

    Citazione Originariamente Scritto da sideros Visualizza Messaggio
    I cristiani hanno fondato le loro fortune sui martiri, gli hanno sbandierati ai quattro venti, molti erano delle bufale!
    Suengue e reliquie.
    Se aprite un qualsiasi libricino agiografico di santi leggerete che il malcapitato andava alla morte con il sorriso.
    Le persecuzioni dei cristiani sono durate, assommandole circa 40 anni, mentre l'inquisizione ha colpito duro per circa 600 anni.
    E di quella povera gente non conosciamo il nome perchè erano popolani PERDENTI sotto tunti i punti di vista.
    Talebanismo antisociale e antisocievole. La morale è che bisogna discutere, dialogare, essere disponibili a sentire anche le posizioni antagoniste. Certo nella Russia stalinista furono uccisi dei cristiani di grande levatura come f
    Florenskij, ma il cristianesimo romano non ne parla perche certi cristiani sono scomodi. Scomodi perchè avrebbero compreso le istanze della RELIGIOSITA' pagana.
    Il Vaticano è la più grande piaga che frena lo sviluppo spirituale dei popoli.
    Il paganesimo non ha vertici non ha ricchezze, però possiede un patrimonio spirituale immenso, che non può essere contenuto ne daimusei ne dai forzieri ne dalle casseforti,perché questo patrimonio è dell'UMANITA INTERA.
    Ipazia è il simbolo di una cattiveria gratuita, e ha bisogno di essere conosciuta.
    E' stato ancora peggio di quello che dici... le cosiddette "persecuzioni" contro i cristiani, quelle generali intendo, non quelle locali o le reazioni popolari contro di loro, sono durate complessivamente a fasi alterne (quindi in maniera non continua) solo 15 anni circa... e furono le 3 "persecuzioni di Decio (2 anni), Valeriano (1 anno) e Diocleziano (12 anni circa).
    Tali "persecuzioni" consistevano nell'obbligo di bruciare anche solo un grando d'inceso al Genio protettore dell'Imperatore ed agli Dèi, in segno di fedeltà alla Res Publica e a favore della Pax Deorum... ovviamente i cristo-talebani cercavano a tutti i costi fanaticamente il martirio... sputando sulle statue degli Dèi e facendo altre provocazioni, spesso non accontentati nella loro voglia di martirio a causa di magistrati buonisti... persecuzioni che andarono a colpire la Chiesa diventata uno stato nello stato... con confische e proibizione di riunirsi nelle loro assemblee sediziose. Le persecuzioni nacquero principalmente a causa dei disordini che i cristiani provocavano... andando in giro a deturpare e distruggere statue o assaltare templi... figuriamoci cosa fecero dopo quando ebbero mano libera ed anzi man forte dallo stato... almeno 300 anni di continuate ed intense persecuzioni per sradicare la ancora maggioritaria Gentilità... distruzioni e saccheggi di statue e templi, roghi di opere, massacri, campagne di conversione forzata, operazioni di "polizia segreta" per scovare templi clandestini, proibizione persino di culto domestico... e si ha notizia di resistenze pagane, anche armate, almeno fino all'anno 1000!!! senza poi continuare con i secoli successivi...

  10. #10
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    Predefinito Rif: Ipazia: una "martire" pagana

    La cosa curiosa, è che un bocconcino amaro di persecuzione ci tocca ciucciarcelo dato che come ben sapete pare proprio che il film a noi non debba arrivare.
    Un film che ho avuto modo di vedere e che ho trovato bellissimo.
    So che ne parlate anche nella sezione apposita, ma dopo tanto ottimo materiale raccolto su di lei, o dopo (per fortuna) una buona dose di testimonianze sul suo conto arrivate fino a noi, è proprio grottesco che la sua presenza ci sia strappata dalle dita e dalla mente ancora una volta.

 

 
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