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    Dal sito www.ilnuovo.it

    Lo yeti esiste, ecco le prove
    Trovati due peli che non appartengono a nessuna specie conosciuta. E gli zoologi che li hanno scoperti li attribuiscono alla creatura fantastica che si aggira nella giunga di Sumatra

    http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0...150055,00.html

  4. #4
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    Dal sito www.ilnuovo.it

    Lo yeti esiste, ecco le prove
    Trovati due peli che non appartengono a nessuna specie conosciuta. E gli zoologi che li hanno scoperti li attribuiscono alla creatura fantastica che si aggira nella giunga di Sumatra

    http://www.ilnuovo.it/nuovo/foglia/0...150055,00.html

  5. #5
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    LO YETI di Lorenzo Rossi

    Storie che narrano di strane creature umanoidi selvagge e pelose, accomunano le mitologie e le tradizioni di varie popolazioni del pianeta. Nella maggior parte delle ipotesi queste leggende nascono da ricordi arcaici non ancora assorbiti di fatti accaduti tantissimo tempo fa. Dobbiamo però specificare che la loro esistenza era considerata tutt'altro che fantastica, tanto è vero che il grande naturalista Linneo, nella sua catalogazione, inserisce anche l'"Homo ferus", che descrive come un quadrumane muto e peloso. Gli indizi più convincenti dell'esistenza di queste creature giungono dal Nepal, la patria dell'Abominevole uomo delle nevi, meglio conosciuto come Yeti.

    I più antichi manoscritti che sembrano riferirsi all'avvistamento di uno Yeti, sono i resoconti di viaggio dell'esploratore bavarese Johann Schildberger, che avrebbe incontrato la misteriosa creatura sulla grande catena degli Altai, presso i confini occidentali della Mongolia e dell'ex Unione Sovietica nel 1407. Sulla possibile esistenza di questo presunto misterioso primate, che i Tibetani chiamano Metoh Kangmi e i Nepalesi Yeti, si è iniziato a discutere seriamente solo dal 1951, data in cui Eric Shipton e Michael Ward trasmisero a Londra delle fotografie di enormi impronte trovate sulla neve. Anche se effettivamente la presenza di un grande bipede sconosciuto in un luogo della terra così poco ospitale è a priori poco credibile, non bisogna dimenticare che in ogni angolo del mondo vengono avvistate con frequenza costante creature dai connotati simili, ed anche se numerose testimonianze sono in realtà poco convincenti, molte altre risultano più attendibili, anche perché accompagnate in alcuni casi da fotografie, impronte, registrazioni di versi e ciocche di peli non attribuibili a specie note.

    Prima di stendere un'esauriente cronologia sulla storia di queste creature sarà meglio darne una descrizione fisica in base agli avvistamenti. Innanzitutto sembrerebbe che non esista una, ma ben due specie differenti di Yeti, (vocabolo che significa "animale sconosciuto della regione rocciosa") la prima chiamata Dzu-Teh sarebbe rappresentata da individui enormi, mentre la seconda chiamata Mi-Teh non supererebbe il metro e mezzo di altezza. A parte la grandezza comunque, le descrizioni non differiscono di molto ed in definitiva fanno pensare ad una scimmia coperta da pelo rossiccio o marrone su tutto il corpo tranne che sulla faccia e sul dorso dei piedi e delle mani, con un torace potente, lunghe braccia pendule che arrivano oltre le ginocchia e una testa "a punta" incassata nelle larghe spalle. Gli Yeti sarebbero onnivori e la loro dentatura simile a quella dell'uomo.

    Il primo riferimento giunto in occidente sembra essere un rapporto di un certo B.H. Hodgson, residente britannico alla corte del Nepal, che riportò un resoconto del 1832 secondo il quale, numerosi cacciatori della zona erano terrorizzati da un "uomo selvaggio" interamente ricoperto di pelo. Il primo occidentale a parlare delle impronte dello Yeti fu invece il maggiore L.A. Waddel, che nel suo libro "Among the Himalayas" riferì di avere scoperto nel 1889, delle grandi orme sulle nevi del Sikkim di un essere sconosciuto che la popolazione locale chiamava yeh-teh "il selvaggio peloso". Nel 1906, il botanico inglese Henry Elwes, scopritore delle campanule giganti himalayane, riferì di essersi imbattuto a faccia a faccia con uno Yeti, ma la faccenda non ebbe eco. In una lettera del signor J.R.O. Gent, ufficiale forestale della divisione di Darjieeling, si affermava la presenza di un misterioso animale simile ad una scimmia che ad ogni stagione fredda scendeva verso Phalut. L'animale era descritto come una sorta di scimmia del bengala alta circa un metro e venti. La bestia spaventò molti boscaioli che operavano nella foresta di Phalut e che non sarebbero tornati al lavoro se un guardaboschi del posto non l'avesse allontanata a fucilate. Nel 1921 il colonnello Howard Bury, disse di aver osservato delle macchie scure ed indistinte che si spostavano rapidamente sulla neve e tracce di passi a 7.000 metri di altezza. Nel 1925 l'esploratore N.A. Tombazi si trovava sullo Zemu Gap, dove la sera prima aveva preparato un'accampamento. Mentre stava ancora dormendo, sentì le grida dei suoi portatori sherpa, che lo incitarono ad uscire immediatamente dalla tenda, appena fuori vide a circa duecento metri sotto di lui una silhouette scura simile a quella di un essere umano che camminava in posizione eretta, di tanto in tanto si chinava e raccoglieva dei rododendri secchi, la figura spiccava in contrasto con la neve e non portava abiti indosso, scomparve nel giro di pochi minuti. Tombazi esaminò le orme, che erano lunghe soltanto diciotto centimetri e concluse che dovevano trattarsi per forza delle peste di un bipede. Nel 1936 lo scalatore Erich Shipton, scoprì delle orme a 4.800 metri di altezza e i portatori si rifiutarono di proseguire. Un anno più tardi Frank Smith seguì a 6.000 metri delle misteriose orme che lo condussero all'entrata di una caverna.
    Nel 1936, il principe Pietro di Grecia stava svolgendo una ricerca antropologica in Asia e dai suoi resoconti emerse un curioso aneddoto. Il principe riferisce che nelle regioni del Sikkim, uno yeti aveva l'abitudine di scendere a valle per abbeverarsi presso una cisterna. Gli abitanti del luogo decisero di porre ai piedi del contenitore una ciotola con una bevanda alcoolica, lo yeti, dopo aver avidamente bevuto, cadde a terra ubriaco e si addormentò. I contadini decisero quindi di legarlo ad un palo, ma al suo risveglio la creatura spezzò le funi e fuggì. E' comunque difficile stabilire se questa storia non sia più che altro un racconto popolare che non un fatto realmente accaduto.

    Nel 1942 si colloca un altro misterioso avvistamento: cinque uomini riuscirono ad evadere da un campo di prigionia in Siberia, quand'ecco che giunti al confine tra Nepal e Tibet, scorsero in lontananza due giganti dall'aspetto umano con le braccia lunghe fin sotto le ginocchia. Le creature si muovevano in tondo dondolandosi, i prigionieri le evitarono compiendo un ampio giro, ed arrivati nel luogo dell'apparizione scoprirono enormi impronte lunghe sessanta cm e larghe venti.
    Lo sherpa Sen Tensing riferì di aver visto con altri suoi compagni, uno yeti a soli 25 metri di distanza vicino al monastero di Thyang Bochi. Secondo il testimone l'essere ricordava nel suo aspetto sia l'uomo che la scimmia. L'animale si muoveva in posizione eretta, ma per correre usava tutti e quattro gli arti, comportamento tipico dei grandi antropoidi, come ad esempio, il gorilla. Gli sherpa tentarono di cacciarlo con delle grida e dopo qualche tempo scomparve nella foresta. Questo episodio sarebbe avvenuto nel 1949. L'8 Novembre di due anni più tardi, Eric Shipton si trovava ancora sulle vette himalayane, accompagnato questa volta dal connazionale Mike Ward. Mentre a circa 6.000 metri si dirigevano nella zona del Gaurisankar, si arrestarono alla vista di una lunga serie di imponenti orme sulla neve lunghe ventinove centimetri e larghe più di quattordici. Vennero scattate delle fotografie con una piccozza vicino alle orme, in modo che tutti potessero valutarne le dimensioni.
    Il gruppo seguì la scia per circa un chilometro e mezzo finché giunse ad una profonda fenditura nel ghiaccio, era distinguibile la posizione dei piedi prima e dopo il salto. Shipton e Ward tornarono in patria con la convinzione che lo yeti esistesse realmente e fosse dotato di una notevole intelligenza.

    Il mito dello yeti aveva fatto così il suo ingresso definitivo nel mondo occidentale e si organizzarono le prime spedizioni per scovarlo. Anche se non venne catturato nessun esemplare, si vociferava che alcuni monasteri possedessero scalpi e addirittura mani mummificate di yeti. Così nel Novembre 1953, il corrispondente di un'agenzia di Bombay, Russi Ghandi, riuscì a farsi mostrare un presunto scalpo del monastero di Pangbochi. Lo zoologo Charles Stonov, riuscì a noleggiare la "reliquia" a caro prezzo, ma giunto in patria la sua autenticità venne smentita, dato che era stata fabbricata utilizzando la spalla di un ungulato. Nel 1954 il "Daily Mail" finanziò una spedizione che doveva catturare o perlomeno fotografare uno yeti, che come possiamo immaginare, non ebbe esisto positivo. Nello stesso anno, Sir Hemund Hillary, che in Tibet godeva di un'ottima reputazione, riuscì ad ottenere in prestito un altro presunto scalpo, che sottopose agli esami del grande zoologo Bernard Heuvelmans, il quale però dimostrò che era stato modellato col vapore e che i peli e la pelle appartenevano ad una sorta di capra tibetana, il serow.

    Un'altra spedizione fu tentata dal Giappone nel 1959, ed ebbe come unico risultato la scoperta di numerose impronte. Nel 1966 il francese Abbé Bordet ebbe l'opportunità di seguire tre diverse scie di orme, mentre nello stesso anno il comandante Lester Davies filmò enormi impronte. Poco prima della fine della guerra, lo scienziato sovietico Chandra Maskey, conservatore del museo della capitale nepalese, si vide offrire da un mercante la presunta mummia di uno yeti. Il prezzo richiesto però era talmente esorbitante che lo studioso fu costretto a rinunciare, tuttavia riuscì a scattarne una foto che fu subito spedita a Mosca. Nel Giugno 1970 l'alpinista Don Whillans vide una creatura scimmiesca sull'Annapurna mentre nel '72, precisamente l'8 dicembre, furono scoperte impronte simili a quelle rinvenute da Shipton dallo zoologo Edward Cronin e da un suo collega vicino al Kongmaa La, una montagna nepalese. Nel 1978 altre orme vennero seguite e fotografate da Lord Hunt.

    L'ultima attendibile osservazione moderna, risale all'8 luglio 1995, quando l'esploratrice italiana Elena Bordogni rivelò di aver trovato le orme di uno yeti sul passo Tashilaphtza, in Nepal, a 5000 metri sul monte Everest. "Stavamo percorrendo la valle Kumbu -ha raccontato- quando abbiamo rinvenuto delle impronte gigantesche [...] sapevamo che in quella zona, inaccessibile alle persone normali, non passavano più spedizioni da diversi anni. Quelle orme non potevano che appartenere allo yeti". Per dare una spiegazione plausibile a tutti questi avvistamenti e tracce fisiche, si sono cercate e formulate varie spiegazioni che potessero ricoprire il fenomeno in tutte le sue sfaccettature. Il dottor T.C. S. Morrison-Scott, asserì che le orme e le descrizioni dell'animale erano da attribuirsi ad una scimmietta nota come entello himalayano, a suo avviso infatti, sia la descrizione delle orme, che l'aspetto ed il comportamento dello yeti, potevano riferirsi ad un comunissimo entello, ma di dimensioni superiori alla media. In realtà però, le descrizioni dello yeti non ricordano neanche vagamente un entello e la "suggestiva" ipotesi di Morrison venne scartata con sdegno. Bisogna comunque ammettere che esistono diversi tipi di scimmie, alcune delle quali di aspetto abbastanza massiccio, che si possono incontrare sull'Himalaya anche a 4.000 metri di altezza. Le più comuni sono i rinopitechi, i langur e certe specie di macachi. Un'altra ipotesi formulata è che gli Yeti non siano animali, ma esseri umani che vivono in condizioni primitive a grandi altezze. In effetti è conosciuta l'esistenza di eremiti indù, chiamati 'sadhu', che riescono a vivere a più di 5.000 metri. Uno di questi lama venne scambiato per uno Yeti dall'inglese William Knight, che osservò "...un uomo quasi del tutto nudo in quel freddo pungente...di un giallo pallido...una folta chioma di capelli arruffati". Si dice che questi anacoreti passino le loro giornate immobili a fissare le cime, ma all'occorrenza, possano muoversi agilmente. Nel 1982 inoltre, una spedizione dell'esercito indiano scoprì in una caverna dell'Himalaya, un gruppo di uomini che vivevano nascosti, non conoscevano il fuoco e si cibavano di carne cruda. E' stato detto inoltre, che le impronte lasciate dai monaci a piedi nudi, possano essere state scambiate per mostruose orme di Yeti perché allargate dal sole sulla neve.

    Tuttavia c'è è riuscito a scoprire, anche se in modo fortuito, importanti elementi che rendono possibile l'esistenza degli "abominevoli uomini delle nevi": Hong Kong 1934, il paleontologo olandese Ralph Von Koenigswald, passeggiando per la città, fu attratto da una di quelle farmacie cinesi in cui è possibile trovare ogni sorta di cianfrusaglia. Sbirciando all'interno di un orcio, egli scoprì un enorme dente molare, simile a quello umano, ma sei volte più grosso. Il negoziante gli rivelò che si trattava di un "dente di drago", che i contadini trovavano molto spesso nei campi. Il paleontologo scoprì altri denti, che in seguito furono rinvenuti anche in Cina, India e Pakistan, tutti luoghi non troppo lontani dall'Himalaya. Si poté così dare per certa l'esistenza di un grosso primate che venne battezzato gigantopiteco. I paleontologi pensano che questa grossa scimmia potesse raggiungere i due metri e settanta di altezza, l'uso del condizionale è d'obbligo in quanto non ne possediamo lo scheletro, ma solo denti e resti di mandibole. La considerazione finale fu che questa straordinaria scimmia si fosse estinta all'incirca quattrocentomila anni fa. Se si ipotizza che il gigantopiteco non si estinse, ma venne scacciato dagli antenati dell'uomo moderno in queste zone remote della terra, l'esistenza dello Yeti non sarebbe più così improbabile. Cronin avanza l'ipotesi che gli Yeti abitino le lussureggianti valli di conifere che si trovano ai piedi delle catene montuose, e che si spostino sui pendii solo in determinati periodi dell'anno o per andare da una valle all'altra. Sarebbe così spiegato il perché gli avvistamenti di questi animali sono così rari e fortuiti. E' inoltre possibile che gli Yeti vivano in gruppi famigliari ristretti che si incontrano raramente con altri membri della specie appartenenti a gruppi diversi.

    Dal sito: http://www.x-creatures.com/


  6. #6
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    devono essere allogeni anche loro.
    se ne tornino nella terra cava assieme agli androgeni primordiali.

  7. #7
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    Dal sito http://www.encanta.it/

    Il DNA dimostra l'esistenza dello yeti
    a cura di Alberto Mori

    Alcuni scienziati inglesi, impegnati nella ricerca dello yeti, hanno scoperto la prova finora più eclatante dell'esistenza di questa leggendaria creatura: una ciocca di capelli, il cui DNA non è stato possibile identificare. Si ritiene che il mitico uomo delle nevi, misterioso abitante delle foreste e montagne dell'Himalaya, viva nella cavità di un enorme cedro situato nel regno del Bhutan, ai confini orientali dell'Himalaya. La spedizione di scienziati inglesi si trovava in Himalaya per preparare un documentario per una televisione britannica. Lì sono entrati in contatto con il re del Bhutan, instancabile ricercatore dello yeti (vi si dedica assiduamente da dodici anni), che li ha condotti in una foresta i cui abitanti affermavano di aver scoperto una lunga e scura ciocca di capelli sulla corteccia di un albero. I risultati dell'esame del DNA sui peli hanno sorpreso anche i ricercatori più scettici. Il DNA non apparterrebbe né ad un uomo, né ad un orso, né a nessun'altra forma di vita finora conosciuta. Un testimone oculare, ex guardia reale del Re del Bhutan, ha descritto il Migyur (così i buthanesi chiamano lo yeti), come un essere enorme, alto almeno due metri e mezzo, con braccia enormi e pelose, il viso rosso ed un naso simile a quello di uno scimpanzé. Anche in passato erano stati ritrovati peli ed impronte attribuiti allo yeti, ma che in seguito si erano rivelate appartenenti ad orsi, scimmie o capre himalaiane. Questa scoperta britannica, invece, fa supporre che il ritrovamento si riferisca davvero ad una specie sconosciuta, poiché anche gli studiosi più scettici non riescono a trovare altre spiegazioni plausibili.

  8. #8
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    ho io una spiegazione : non è vero!!

  9. #9
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    Una chiave di volta interpretativa può averla data Attilio Mordini nel suo "Il mistero dello Yeti alla luce della tradizione biblica" (Il Falco, Milano, 1977), dove sostiene che gli yeti altro non siano che i discendenti della stirpe cainita, maledetta da Dio, i cui segni esteriori della "degradazione" sarebbero la privazione del dono della parola e l'impulso a rifuggire l'uomo (imago dei). Difatti i luoghi dove sono stati avvistati gli yeti sono gli unici luoghi della terra soprastanti alla vetta del monte Ararat dove una comunità avrebbe potuto rifugiarsi dal Diluvio e sopravvivergli.
    Il libro è stato edito postumo, tratto da un capitolo manoscritto che avrebbe dovuto far parte di un'opera generale e riassuntiva di Mordini sul'esoterismo cristiano.

  10. #10
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    su un vecchio numero del giornale dei misteri c'era scritto ( non ricordo tutti i particolari) che gli yeti erano extraterrestri .

    ......in cu** alla scienza!

 

 
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