Si chiama bushmeat, «carne della boscaglia», o selvaggina. Per lo più primati - scimmie, scimpanze, gorilla - ma anche zebre e una grande varietà di piccoli mammiferi. Pare che il consumo di bushmeat sia aumentato, in molte parti dell'Africa. Se ne parla da tempo: in particolare da quando questa carne selvatica è diventata di gran moda tra fasce di consumatori africani urbani e benestanti, e quando (più o meno allo stesso tempo) tra gruppi per la protezione della natura in tutto il mondo ricco sono circolati allarmi sull'aumento del bracconaggio, la caccia di frodo. Il mese scorso il servizio d'informazione delle Nazioni Unite (irinnews.org) dava notizia di un nuovo studio condotto in Africa centrale dalla Zoological Society di Londra, secondo cui la caccia alla selvaggina minaccia la sopravvivenza di specie protette. I riflettori sono sulla regione dei Grandi Laghi e il bacino del fiume Congo, il cuore dell'Africa. E però questa è la regione che dai primi anni `90 è stata travolta da un ciclo terribile di guerre: tra il 1990 e il `94 la guerra in Ruanda, accompagnata da massacri indicibili e dall'esodo di 2 milioni di sfollati, di cui metà sono sconfinati in Congo. Nel 1996 poi anche il Congo-Zaire è entrato in una spirale di guerra, alimentata proprio dalla corsa a controllare risorse naturali. I morti si contano a milioni. Come stupirsi se aree protette, riserve e parchi naturali sono stati sopraffatti. I profughi ruandesi sono rimasti per oltre due anni accampati nella regione congolese di Virunga, nell'omonimo Parco nazionale: cosa potevano fare se non tagliare alberi per procurarsi legna da ardere - un migliaio di tonnellate al giorno, secondo alcuni calcoli, con la conseguenza che oltre 110 chilometri quadrati di foresta sono stati degradati, di cui 75 chilometri quadrati rasi al suolo - e pascolare il bestiame domestico nelle riserve naturali, oltre a coltivare, o a cacciare per procurarsi cibo? Come Virunga, tutti i parchi naturali della regione hanno subìto un «assalto»: sia di popolazioni in cerca di sopravvivenza, sia anche di minatori, disboscatori, miliziani, affaristi. Aziende forestali hanno ottenuto licenze dai movimenti ribelli nella provincia orientale e si sono lanciate in un disboscamento a tappeto. Eserciti, milizie e sbandati hanno seminato il terrore nei villaggi.
La guerra in Congo non ha mobilitato più di tanto l'opinione pubblica mondiale. Mobilitano, invece, le foto che circolano su siti web di organizzazioni animaliste: le prime sono state di un noto conservazionista olandese residente in Kenya, Karl Amman, (http://karlammann.com/) immagini in cui una testa di gorilla sta in una casseruola accanto a un casco di banane, pezzi di carne sanguinolenta venduti al mercato, mano di primati accatastate sulle bancarelle (la mano è considerata una prelibatezza). Immagini crudeli, è vero (i siti in questione si preoccupano di avvertire che non sono una vista consigliata ai bambini). Ed è anche vero che la «carne della boscaglia» non è consumata solo dalle popolazioni più vicine alla foresta, per le quali è probabilmente l'unica carne disponibile.
La Zoological Society di Londra parla di «bushmeat crisis». Allarmata dalle dimensioni del traffico di bushmeat, di recente si è mobilitata la Cites, organizzazione intergovernativa che veglia sul divieto di commerciare specie minacciate (è un accordo sponsorizzato dall'Onu e sottoscritto da 164 stati): ha istituito un gruppo di studio apposito. La macellazione di primati inoltre è indiziata come una delle possibili vie di contagio del virus Ebola, che ha fatto strage tra i primati prima di «saltare» alla specie umana. Quello della «carne della boscaglia» è un circolo vizioso. Il disboscamento ha aiutato a diffondere la caccia di frodo, perché le aziende del legname aprono nuove strade nel fitto delle foreste, privando la fauna selvatica di cibo e riparo. E le strade favoriscono il passaggio di cacciatori e intermediari che poi rivenderanno la carne nei mercati urbani.
Marina Forti
Il Manifesto 27 12 03




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