All’inasprimento della politica di sterminio adottata contro gli ebrei sovietici contribuì il fatto che già verso la metà di luglio del 1941 si diffuse un generale nervosismo dovuto alla preoccupazione ingenerata dalla mancata rapida conclusione di una campagna che, stando alle previsioni, avrebbe dovuto essere di breve durata. Nel corso di una riunione che si tenne il 23 luglio nel suo quartier generale di Rastenburg, Hitler discusse la situazione strategica e in particolare le possibili conseguenze della guerriglia scatenata dai russi dietro le linee. Alla presenza di Alfred Rosenberg, Hans Heinrich Lammers, Wilheim Keitel, Hermann Göring e Martin Bormann, il dittatore addossò agli ebrei la responsabilità dell’ostinata resistenza dei sovietici e disse che bisognava «eliminare chiunque (ci) guardi anche soltanto in cagnesco». Poco dopo toccò a Keitel sottolineare con forza che «le truppe disponibili per garantire la sicurezza dei territori orientali occupati» sarebbero state sufficienti solo se, in considerazione della vastità dei medesimi, la potenza occupante fosse stata capace di «spargere tanto terrore da togliere alla popolazione ogni velleità di ribellione». Più di un elemento fa ritenere che Himmler abbia approfittato di questa situazione per imprimere una decisa accelerazione alla politica di sterminio nei territori occupati. Risulta impossibile dare conto nel dettaglio dei molti aspetti dello sterminio ormai in pieno svolgimento. Di norma, gli «Einsatzkommandos» poterono sfruttare il lavoro preliminare svolto dai comandanti regionali, i quali provvedevano a contrassegnare e a registrare gli ebrei, a confiscarne i beni, a concentrarli, se necessario, in ghetti o in campi di lavoro per impiegarli poi come manodopera e, infine, a istituire i Consigli ebraici. Gli «Einsatzkommandos», inoltre, poterono contare sull’appoggio logistico del personale delle divisioni di sicurezza. Nei primi mesi di guerra divenne prassi normale giustificare le esecuzioni di ebrei, in particolare uomini, con l’accusa, loro rivolta, di attività partigiana, saccheggio, mercato nero e infrazioni di varia natura contro l’occupazione o, infine, come misura di rappresaglia per le vere o presunte atrocità commesse dai sovietici. A ciò si aggiunga che anche il pericolo di epidemie e altri argomenti del genere tornarono utili per giustificare le azioni di sterminio. E, mentre in un primo tempo furono soprattutto i rabbini e i membri dell’ intellighenz ia a cadere vittime degli «Einsatzkommandos», a partire dalla tarda estate l’azione di queste unità investì intere comunità e villaggi e puntò alla sistematica decimazione della popolazione ebraica.
Una volta imboccata la strada delle liquidazioni di massa, che fino a luglio inoltrato ebbero luogo solo in via eccezionale e di regola in coincidenza con pogrom scatenati da gruppi locali, queste assunsero ben presto un carattere sistematico. Così si spiega, tra l’altro, il rafforzamento che ebbe inizio nella tarda estate del 1941 delle unità già operative mediante l’impiego delle brigate SS, tra cui la brigata di Cavalleria, che ancor prima della fine di luglio portò a termine un’«operazione di pulizia» nella zona delle paludi dei Pripjat che si concluse con il massacro di 13.778 «saccheggiatori» e la cattura di altri 714. Oltre a questa, ebbero luogo anche altre «operazioni di pulizia» del genere, con il risultato che la persecuzione degli ebrei assunse una nuova e ben diversa dimensione. Nel frattempo, nella zona di operazioni dell’Einsatzgruppe C, il 322° battaglione di polizia effettuò una serie di operazioni su vasta scala che culminarono in una «operazione speciale» nella zona di Mogilev, costata la vita a più di «2.000 ebrei di entrambi i sessi»; tra cui, probabilmente, anche bambini. Stando ai dati forniti da Erich von dem Bach-Zelewski, «Hsspff» per la Russia Centrale, nel corso di queste azioni, fortemente volute e appoggiate da Himmler, vennero massacrate, fino a tutto il 4 agosto, non meno di 30 mila persone.
Nelle file delle «Einsatzgruppen», queste operazioni innescarono un processo di radicalizzazione e condussero a una strategia basata sulla creazione di «zone libere da ebrei». In ogni caso, a partire dalla tarda estate anche gli «Einsatzkommandos» cominciarono a effettuare azioni di vasta portata, all’insegna di una sempre più stretta collaborazione con i battaglioni di polizia. L’«Einsatzgruppe B» riferì di aver liquidato, a tutto il 13 settembre, 23.804 persone, tra cui, e ormai la cosa aveva assunto un carattere di normalità, donne e bambini. Da allora il metodo delle operazioni su vasta scala si impose pressoché dovunque, incluso il settore operativo dell’«Einsatzgruppe C», dove alla fine di agosto portò al massacro di Kamestsk-Podolsk, che, nel giro di soli tre giorni, costò la vita a 23.600 persone e il cui maggiore responsabile fu Friedrich Jockeln. Questi instaurò in Ucraina un regime di terrore che, dopo essersi tradotto nel solo mese di agosto nell’eccidio di ben 44.125 persone, culminò nel terribile massacro di Babi Yar.
Tra gli eccidi, che si consumarono in quei giorni, il più tristemente celebre è senza dubbio quello avvenuto nella fossa di Babi Yar, alla periferia di Kiev. Come reazione all’esplosione, avvenuta a Kiev, di alcune bombe a tempo collocate dai sovietici in ritirata, Jeckeln, il comandante dell’«Einsatzgruppe C», Rasch, il comandante del «Sonderkommando 4a», Blobel, e il comandante della piazza di Kiev, decisero di intraprendere una vasta azione di rappresaglia contro i membri della locale comunità ebraica ancora presenti in città. Con il pretesto di una operazione di evacuazione, essi riuscirono a portare la maggior parte degli ebrei a Babi Yar, località dove venne compiuto il massacro: nel giro di due giorni (29 e 30 settembre 1941), stando al resoconto che ne venne fatto in seguito, si concluse con l’eliminazione di 33.771 persone.
Particolare interesse, inoltre, ha suscitato un episodio accaduto nella città ucraina di Bjelaja-Zerkov. Qui, nell’agosto del 1941, il «Sonderkommando 4a», per l’occasione appoggiato da una compagnia di Waffen-SS, massacrò alcune centinaia di ebrei tra uomini e donne, e lasciò in vita, benché ridotti in condizioni pietose e privi di ogni sostentamento, circa 90 bambini di età compresa tra pochi mesi e sei anni. Quando Helmut Grosscurth, ufficiale di Stato maggiore della 295ª divisione di fanteria, venne messo al corrente dell’accaduto e cercò, intervenendo personalmente presso il gruppo di armate Sud, al comando del quale si trovava il feldmaresciallo von Reichenau, di impedire l’uccisione anche dei bambini, non solo le sue richieste caddero nel vuoto, ma venne perfino ripreso, mentre il comandante sul campo, che reclamava l’eliminazione anche di «questa covata», ottenne il via libera al completamento dell’«operazione». I fatti di Bjelaja-Zerkov mostrano non solo l’estremo abbrutimento morale ormai riscontrabile in tutti i protagonisti sul terreno, ma anche la pratica impossibilità, per una singola persona come, in questo caso, Grosscurth, di intervenire con successo contro una simile deriva. A partire dal periodo compreso tra la fine di luglio e l’inizio di agosto del 1941 si registra un radicale inasprimento della pratica delle eliminazioni di massa anche nel caso dell’«Einsatzgruppe A», che operava in Lituania, Lettonia e Bielorussia insieme a numerosi battaglioni di polizia. A ciò si aggiunga che dopo la liquidazione della popolazione ebraica delle città, con l’unica eccezione di quella parte considerata indispensabile come manodopera e per sostenere l’economia locale, le esecuzioni di massa si estesero ben presto anche alle campagne. Gli aguzzini, inoltre, fecero sempre più ricorso alla pratica di stipare gli ebrei, quando, beninteso, non si procedeva alla loro immediata liquidazione, in ghetti, i quali, d’altra parte, venivano spesso parzialmente «ripuliti» mediante l'eliminazione di quanti erano costretti a viverci.
Le dimensioni del massacro superano ogni possibile immaginazione. Le cifre, del resto, parlano da sole: a metà ottobre del 1941 l’«Einsatzgruppe A» riferì di aver effettuato 118 mila esecuzioni, l’«Einsatzgruppe B» 45.467 (a tutto il 31 ottobre), l’«Einsatzgruppe C» 80 mila e l’«Einsatzgruppe D» 54.496 (a tutto il 12 dicembre). Mezzo milione furono le persone che vennero complessivamente trucidate entro la primavera del 1942. A tutto questo occorre ancora aggiungere le esecuzioni dei prigionieri di guerra ebrei nonché l’atroce destino cui andarono incontro i profughi ebrei, falcidiati dalla fame e dalle epidemie o che trovarono la morte tra i fronti. L’Olocausto era già una realtà prima ancora di divenire formalmente parte del programma del regime, per cui il processo complessivo, qui descritto solo per sommi capi, non può «essere ridotto a un ordine del Führer» o a una «direttiva di Himmler autorizzata da Hitler».
Corriere della Sera


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