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    Predefinito Lodo "Maccanico", prima.....

    ....della sentenza

    Dicono che il lodo Maccanico sull’immunità del premier e delle alte cariche dello Stato sia destinato a saltare. C’è una maggioranza della Corte costituzionale, secondo fonti generalmente attendibili, orientata per l’abrogazione della norma. Fosse vera la diceria, le conseguenze politiche di una sentenza simile sarebbero pesanti. Ripartirebbe, intanto, la giostra giustizialista.
    E’ vero che la sentenza Sme e le procedure del dibattimento, con un processo che ripartirebbe da zero affidato a un altro collegio giudicante, rendono meno impellente e drammatica la specifica vicenda giudiziaria dell’imputato Silvio Berlusconi, ma non è questo che è principalmente in ballo.
    Il lodo Maccanico, indecorosamente ribattezzato lodo Schifani da un giornalismo che ha una lunga coda di paglia, e che mente per la gola, nacque per consentire la prosecuzione della legislatura e anzi, più direttamente, per impedire un secondo rovesciamento per mano giudiziaria del governo eletto dagli italiani.
    Nacque in ambiente non berlusconiano, lo studio del laico-ulivista e quirinalizio Maccanico per l’appunto. Nacque con l’avallo informale del presidente della Repubblica, e per corrispondere al meglio al suo disegno: tutelare la transizione politica italiana, dopo un decennio di battaglie tra politica e giustizia inaugurato dalla manomissione delle immunità parlamentari nel corso di un’ondata forcaiola, e rendere impossibile un secondo ribaltone nato in Tribunale.

    E’ vero che i giudici costituzionali sono chiamati a un parere giuridico, non a una decisione politica, e che devono solo stabilire della conformità alla Carta costituzionale di una legge ordinaria regolarmente impugnata e messa in discussione. E’ vero che la politica italiana, quella di sempre, è capace di trovare stratagemmi di varia natura per uscire dagli impicci in cui si va a mettere il sistema.
    Ma la vera crisi, più che il presidente del Consiglio, capace su questi temi di difendersi e di difendere i diritti sovrani della politica elettiva con argomenti forti, investirebbe l’autorevolezza e la credibilità dei poteri neutri, del massimo tra di essi.
    Assistiamo ogni giorno allo spettacolo anomalo di un ex presidente della Repubblica, il clericale e reazionario Oscar Luigi Scalfaro, impegnato a diffondere un messaggio di irriducibile faziosità politica nelle assemblee girotondine.
    Tutti sanno che la composizione della Corte costituzionale è in larga misura opera del suo settennato.
    Una sentenza “scalfariana”, oltre che uno schiaffo al presidente che ha promulgato il lodo Maccanico, sarebbe il ritorno di fiamma di un incendio che le forze migliori della maggioranza e dell’opposizione speravano estinto

    su il Foglio di ieri, martedì 13 gennaio 2004

    saluti

  2. #2
    Ex ore tuo te judico
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    Predefinito

    Ferrara ha chiaramente spiegato, da Vespone, il suo elefantin pensiero. "Se la Consulta avesse approvato la legge, non sarei qui a parlare di sentenza politica, ma direi 'che brava questa corte che la pensa come me'".

    Più chiaro di così. E ancora lo state a sentire? Come lo Schifani che si affannava a sostenere che la legge è costituzionale "perchè l'ha scritta Maccanico". Questo è il punto in cui siamo, ben oltre la frutta.

    Ovviamente nessuno parla di dimissioni, tutto normale....

  3. #3
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    Predefinito ....e il giorno dopo

    Roma. Le previsioni della vigilia si sono avverate nella versione più netta: la Consulta ha dichiarato illegittimo il cuore stesso del lodo Maccanico. Viene infatti preso di mira l’articolo 1 della legge e con esso l’immunità per le cinque massime cariche dello Stato.
    Nel Polo si parla senza mezzi di “un cambio di scenario” le cui conseguenze non sono tutte prevedibili. Si fanno i conti sui voti espressi nel conclave della Consulta e si ritiene che almeno tre giudici considerati favorevoli al lodo siano passati dalla parte opposta determinando il capovolgimento di un risultato che poteva essere favorevole per otto contro sette, trasformandolo in una sconfitta dieci a cinque. I nomi dei giudici che si crede abbiano cambiato bandiera all’ultimo momento affollano le conversazioni delle ore successive alle sentenza.
    Sono quelli del presidente Riccardo Chieppa, di Giovanni Maria Flick e di Fernanda Contri. Per ognuno di loro si evocano fatti ed episodi a riprova di un cambiamento di fronte.
    Di Chieppa vengono ricordati colloqui privati ma piuttosto espliciti e ripetuti fino alle ultime settimane in cui il presidente ormai prossimo alla scadenza del suo mandato assicurava di volersi spendere per un risultato a favore della legittimità del lodo Maccanico.
    Su Flick vengono ricordati alcuni passaggi dell’ultimo libro di Bruno Vespa, mai smentiti, in cui l’ex ministro della Giustizia di Prodi veniva dipinto come un convinto paladino della “continuità delle più alte cariche dello Stato” come bene supremo della Repubblica.
    Quanto alla Contri si cita malignamente una vecchia polemica su non meglio precisati debiti di gratitudine per la sua ascesa alla Consulta senza tutti i requisiti in regola. Sono accenni sussurrati, forse pettegolezzi, ma riempiono l’attesa di capire meglio le nuove prospettive aperte dalla sentenza della Corte costituzionale.

    Referendum addio? “Aspetto le motivazioni”
    E’ infatti con più ponderazione che già si ragiona sulle possibili vie d’uscita e si cerca di interpretare i motivi della bocciatura della Consulta.
    Molto si aspetta di capire dalla lettura della sentenza che dovrebbe arrivare a giorni. Alcuni osservatori sostengono che se i 15 giudici si sono alla fine trovati d’accordo sul giudizio di non costituzionalità del lodo, meno facile sarà concordare sui termini della motivazione, con il rischio che alla fine il testo della motivazione possa risultare ambiguo e aperto a più interpretazioni.
    Un punto importante che dovrebbe essere chiarito è quello che riguarda il giudizio sulla natura dell’intervento legislativo.
    Se la Corte dovesse sostenere che il privilegio concesso alle massime cariche dello Stato dalla legge sull’immunità contrasta apertamente col dettato costituzionale significherebbe che un simile intervento non si potrebbe operare se non con una revisione della Costituzione e non—come si è fatto – con legge ordinaria.
    Il giudizio della Corte potrebbe invece essere più tenue e sostenere che la legge ordinaria era sì possibile ma non quella in oggetto. Si potrebbe in questo caso desumere dalla motivazione quali possibili modifiche renderebbero la legge passibile di un giudizio costituzionale positivo. Alcuni costituzionalisti vicini al Polo suggeriscono in via riservata la possibilità di limitare l’immunità a un solo mandato, al termine del quale non sarebbe più possibile avvalersi di quella protezione.
    In ogni caso, per quanto grave si giudichi il versante politico della sentenza, si tende invece a molto ridimensionare le sue conseguenze giudiziarie sul presidente del Consiglio.
    Nel centrodestra, con il passare delle ore, i toni si sono fatti più forti. Se lo stesso Renato Schifani appena appresa la notizia aveva rilasciato un cauto commento, nel pomeriggio parlava di “un verdetto politico della Corte contro Berlusconi” e di “sentenza squisitamente politica: oggi più che mai la Corte costituzionale è un organo politico a maggioranza ulivista”.
    Netto anche il commento della vicepresidente dei deputati azzurri, Isabella Bertolini: “Un insulto forte al presidente della Repubblica”.
    E per il portavoce di Forza Italia, Sandro Bondi, “è stata persa un’altra occasione per aprire una pagina nuova nella vita politica italiana”.
    Per Marco Follini, il leader dell’Udc, “la legge era giusta e coerente con la Costituzione”.
    Molta cautela nei commenti di esponenti di An. Per Ignazio La Russa, “non possiamo che prenderne atto”. Sulla stessa linea il ministro Maurizio Gasparri: “La Corte è un organo supremo e quindi bisogna accettare le decisioni”.

    Nel centrosinistra, ovviamente, molta soddisfazione. Secondo il segretario dei Ds, Piero Fassino, “è un bene per il paese” e “ha vinto la legalità”.
    Per Francesco Rutelli la decisione della Corte “è cristallina”. Ma resta aperta, nelle file dell’opposizione, la questione del referendum abrogativo promosso da Antonio Di Pietro. “Un argomento – fa sapere Rutelli – che non è più sul tavolo”.
    Ma non la pensa allo stesso modo l’ex pm. Anche lui, nel corso della giornata, ha mutato opinione. Se all’ora di pranzo comunicava alle agenzie: “Chiederemo la cessazione della materia del contendere”; tre ore dopo gelava gli alleati ulivisti: “Prima di rinunciare al referendum aspettiamo di leggere le motivazioni della sentenza”.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito

    La Consulta ha stabilito che la sovranità appartiene ai giudici

    L’ora non è alla diplomazia. I giudici della Consulta chiamati a decidere sul lodo Maccanico non erano in una posizione invidiabile, ma la scelta che hanno compiuto è assai deludente. E – che sia chiaro già da ora – gravida di conseguenze tanto sul rapporto tra i poteri dello Stato quanto sul ruolo della Corte che ha deciso di passare il Rubicone.
    Che cos’era infine questo deprecato lodo?
    Era nato come una dichiarazione di tregua in una situazione di inaccettabile guerriglia e squilibrio tra i poteri dello Stato.
    Era una bandiera bianca innalzata per riportare il sereno e la ragionevolezza nel degrado innescato da una esondazione del potere giudiziario senza precedenti in Europa.
    Era l’opportunità per riportare il sereno nei palazzi delle istituzioni e restituire alla politica e al Parlamento ciò che gli appartiene.
    La presenza in seno alla Corte di autorevoli esponenti di una ermeneutica per principi, esperta in tecniche di bilanciamento e disposta a inoltrarsi nella rarefazione dei valori fondamentali lasciava sperare che non ci si appiattisse su una lettura formalista, all’insegna del più trito positivismo, del dettato della Costituzione.
    E invece è ciò che è avvenuto.
    Altro che bilanciamento, altro che separazione dei poteri: lo scettro torna a uno dei poteri dello Stato che rabbiosamente lo aveva preteso proclamandosi unico depositario e interprete della legalità, quasi che questa fosse il monopolio di qualcuno e non un patrimonio di tutti.
    In nome della dea uguaglianza, nume in Italia di dubbia castità, si è gettato un’ombra sull’imparzialità della Corte (au dessus de la mêlée?) e si è posta un’ipoteca gravosa sulla sovranità popolare, posta sotto tutela da una giurisprudenza che legge nella Costituzione ciò che vuole e quando vuole.
    La Corte costituzionale si è assunta la responsabilità di fronte al paese di dichiarare rotta la tregua. Le ostilità possono ora riprendere a tutto campo e così lo stillicidio di udienze, schermaglie, circo processuale che degrada a lotta per bande il legittimo scontro politico. Ecco che cosa ci dice la Corte: la sovranità appartiene ai giudici e ai loro fiancheggiatori che se la riprendono con l’insolenza dei Parlamenti francesi di Antico regime e dei giudici antidemocratici di Weimar.

    Eppure il lodo Maccanico non scaturiva da un capriccio, bensì da una esigenza strutturale della separazione dei poteri.
    Proprio in questi giorni ci pensa la Francia a ricordarcelo.
    Rammentiamo che il Consiglio costituzionale e la Corte di cassazione hanno ricavato da una lettura dei principi fondamentali
    – la separazione dei poteri in testa - l’esistenza di una immunità del capo dello dello Stato per il tempo della durata del mandato. I giuristi francesi hanno dato il loro benestare e la classe politica non ha eretto barricate.
    Ecco che la cronaca giudiziaria parigina ci offre uno spaccato di come i magistrati d’oltralpe abbiano recepito il messaggio. Nessuno dei procedimenti penali nei quali è coinvolto il presidente Chirac –i licei dell’Ile-de-France, le spese di rappresentanza e i falsi elettori – mina la solidità del capo dello Stato anche se la sua situazione processuale è ben più seria di quella del Cav.
    I fondi per i licei alimentavano le casse dei partiti che se li spartivano allegramente (escluso il solo Front National, non abbastanza “rispettabile”).
    Dopo sei anni di indagini la procura chiede di processare il capo di gabinetto dell’allora sindaco, ma del suo patron, Chirac, nemmeno una parola. Come dire: il re regna ma non governa. Eppure c’era un bello scoop a disposizione: la famosa videocassetta del faccendiere contabile Jean-Claude Méry che spiegava la tecnica di appalto dei lavori pubblici praticata all’Hotel de Ville.
    Macché: gli inquirenti si sono inchinati davanti all’altare dell’immunità.
    E lo stesso è avvenuto circa i 3.000 falsi elettori iscritti d’autorità nelle liste del V arrondissement parigino, regnante il sindaco Chirac. Qualcuno potrebbe suggerire che la Francia non è un modello da seguire né in questo campo né in Europa dove, stando ai dati della Commissione, costituisce, con Belgio e Germania, il fanalino di coda del rispetto e attuazione del diritto comunitario.
    Oppure si potrebbe ritenere più ragionevolmente che la scelta francese rifletta l’istinto di sopravvivenza di un ordinamento che non può ammettere la dichiarazione di incapacità di agire, a opera di singoli magistrati, dei propri rappresentanti, depositari temporanei di quote della sovranità e investiti dal popolo della missione di tutelare gli interessi del paese.
    O anche solo di grand commis come Jean-Claude Trichet, liberato con tempismo dai suoi guai giudiziari allorché la ragion di Stato imponeva che il tricolore sventolasse a Francoforte.
    C’è ancora in Occidente chi pensa che siano gli elettori a giudicare se la classe politica è all’altezza della missione.
    E vi sono forze politiche che vogliono battere gli avversari nell’arena del voto e non nei tribunali.
    E vi sono mandarini del diritto i quali esercitano la mite arte del self-restraint, della misura, nella consapevolezza che la legge non guadagna nulla a farsi politica e discrezionalità.
    Se le toghe della Consulta pensavano di fare scuola hanno avuto torto: questo beau geste non ci avvicina all’Europa.

    Stefano Mannoni su il Foglio di mercoledì 14 gennaio 2004

    saluti

  5. #5
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    Predefinito E' questo il regime....

    ....di Berlusconi

    Da dieci anni in politica, l’autocrate ha tuttora un solo potere: i voti

    Come previsto giusto ieri su questo giornale, la Corte costituzionale ha restituito il presidente del Consiglio ai suoi processi.
    La legge è tornata uguale per tutti.
    Non lo è stata dal ’48 al ’93, gli anni in cui la democrazia italiana fu costruita nel rispetto di una Costituzione che prevedeva l’immunità parlamentare, cioè la garanzia che gli eletti del popolo fossero protetti da eventuali manomissioni politiche dell’accusa da parte dei magistrati.
    Poi il diritto eguale è tornato, con le monetine e il soffocamento della libertà del Parlamento degli inquisiti, negli anni in cui la democrazia italiana è stata ridisegnata da nuovi costituenti come il coraggioso Napolitano, il giacobino Borrelli e il clericale Scalfaro, ma il lodo Maccanico ha ristabilito per alcuni mesi l’immondo privilegio con la complicità della maggioranza del Parlamento, serva di Berlusconi. Eccoci tornati alla legalità con la sentenza di ieri.
    Evviva.
    Il Cav. sopravviverà per alcun tempo, come imputato e come improbabile ma insostituibile politico eletto dal popolo.
    Forse le persone affette da ironia e intelligenza, cinici morbi sconosciuti nella sana Italia della propaganda faziosa, gli concederanno che il suo regime, la sua autocrazia, ha basi meno solide di quel che appaia a prima vista.
    Dopo dieci anni di impegno in politica, due elezioni vinte, sette anni di opposizione, al mediocrate restano, più o meno (e vediamo adesso per quanto tempo), i suoi soldi e le sue aziende, che non è poco, ma nient’altro.
    I poteri neutri, nonostante gli sforzi di galantuomini come Tonino Maccanico, ideatore del lodo che ha preso nome dal senatore Schifani, non hanno alcuna intenzione di concedere un centimetro di terreno all’ipotesi di una regolare alternanza alla guida del governo, magari determinata dal voto popolare.
    Fosse per loro, tra processi e sentenze della Cassazione e della Corte costituzionale, avremmo già un altro governo Dini.
    D’altra parte non è facile districarsi nel coacervo dei poteri consociativi italiani, che si sono sempre accaniti con particolare golosità, com’è ovvio, sui referendum e sui risultati sgraditi delle elezioni.
    Anche i soldi, quelli veri, quelli tutelati e garantiti dal partito bancario che orienta il sistema economico e consolida eventuali debiti, girano più intorno alla confraternita di centro sinistra che dalle parti di Berlusconi, inteso come leader e non come imprenditore.
    I giornali, vogliamo parlarne? E le tv, a parte derrate di ruffiani cronici già pronti alla riconversione, sono talmente impermeabili alla voce del padrone mediatico che lo stesso sogna di rimettere in vigore gli spot.
    Insomma, a Berlusconi dopo un decennio resta soltanto il potere derivante dal voto popolare.
    Ecco perché, da uomo pratico, ha rimilitarizzato il suo sorriso, si è messo in forma in villeggiatura e si prepara ad affrontare una lunghissima campagna elettorale contro i poteri forti che prendono a schiaffi lui e tutti i riformisti miserelli che si mettono tra di lui e i girotondi, in maschera o in toga.
    Così si governa l’Italia. Complimenti.

    Ferrara sul suo Foglio

    saluti

  6. #6
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    Predefinito

    MA SE NE DEVONO LGGERE DI CAZZATE.........
    UNA LEGGE CHE GARANTISCA L'IMMUNITà DELLE MASSIME CARICHE DELLO STATO DURANTE IL LORO MANDATO è PURE POSSIBILE AVERLA.......
    MA DEVE ESSERE UNA LEGGE COSTITUZIONALE, DEVE PREVEDERE CHE NESSUN INQUISITO O CONDANNATO PER CRIMINI NON POLITICI POSSA ESSERE ELETTO AD UNA QUALSIASI CARICA ELETTIVA, DEVE PREVEDERE CHE PRIMA DI ESSERE RIELETTO AD UNA NUOVA CARICA CHIUNQUE DEBBA PRIMA ESSERE PROSCIOLTO DA QUALSIASI IMPUTAZIONE........
    QUESTI SONO I PRINCIPI CHE UN PAESE CIVILE DOVREBBE PRETENDERE DA UNA LEGGE DEL GENERE.....QUALSIASI DIVERSO METODO E QUALSIASI ALTRA FORMULA RIMANE FORIERA DI GRAVI PERICOLI......
    IPOTIZZARE LOTTE DI POTERI DALLA GIUSTA BOCCIATURA DI QUESTA LEGGE SIGNIFICA SOLO PESCARE NEL TORBIDO PER CERCARE DI RIPULIRSI DA UN VERGOGNOSO INCIDENTE DI PERCORSO POLITICO E LEGISLATIVO......
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  7. #7
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    Guardate cosa ho scovato in rete: la sinistretta giacobina giustizialista finalmente toglie la maschera!!


  8. #8
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    Predefinito

    dal quotidiano di Torino

    " La Stampa del 15/01/2004


    --------------------------------------------------------------------------------
    Scettici Ds e Margherita: "Il problema non è solo la via ordinaria ma anche il merito". E a sinistra c'è che riparla di Referendum

    Lodo Schifani, il Polo verso una legge costituzionale
    Il Carroccio attacca Scalfaro e la Consulta
    Jacopo Iacoboni
    --------------------------------------------------------------------------------

    Attaccare o dialogare? Riproporre pari pari il lodo Schifani, soltanto nella forma di una legge costituzionale, o scegliere una soluzione diversa, ispirata al modello dell'immunità degli europarlamentari?
    La domanda del day after serve a capire cosa farà il centrodestra dopo la sentenza della Corte. Per ora prevale la linea della fermezza, anche con discrete punte polemiche; esiste però tutto un lavorìo per aprire un dialogo modificando la legge Schifami nella sostanza. L'unica certezza è che "il problema non rimarrà irrisolto", per usare le parole del ministro degli Esteri Frattini. Carlo Giovanardi assicura che "si ricomincerà con una legge costituzionale". Con o senza modiche? Senza, a giudicare da quanto il ministro dice a proposito di uno dei rilievi della Consulta: "È curioso che si faccia riferimento all'articolo 3 della Costituzione, affermando che c'è una lesione del principio della parità dei cittadini. Anche i giudici costituzionali, in base all'articolo 68, godono di guarentigie che li rendono diversi dagli altre". Ora, la via costituzionale è percorribile?
    Di sicuro è accarezzata da quella parte della maggioranza tentata da una prova muscolare con il Colle e la Consulta sulle leggi Gasparri e Schifami. Una parte che attacca la Corte senza giri di parole. Il leghista Roberto Calderoli se l'è presa con Scalfaro e ha alluso a un giudice costituzionale (Fernanda Contri?) che non avrebbe i requisiti per accedere alla carica, cioè venti anni di avvocatura alle spalle: "Sarebbe falso dire che nella Corte vi sono esponenti girotondini; è vero però che ci sono membri indicati da un presidente che frequenta l'assemblea dei girotondi e ne raccoglie applausi scroscianti. A questo si aggiunge che vi siede persona priva dei requisiti per potervene fare parte". E tuttavia quest'ala barricadera (che non vedrebbe male la proposta del centrista Ronconi, inserire il lodo come emendamento nel pacchetto-riforme) deve fronteggiare sia l'opposizione ferma dell'Ulivo, sia alcune ipotesi alternative che circolano nella stessa maggioranza.
    Nel partito maggiore, Forza Italia, la riflessione su un eventuale aggiustamento è maturata ieri in una serie di telefonate. Non si escludono quelle che vengono definite "possibilità alternative" al lodo. E si è consapevoli che, come spesso in passato, "l'onere di una mediazione potrebbe toccare a Gianni Letta". Su quali basi? Michele Saponara ha chiesto la calendarizzazione della legge Palma, norma costituzionale che sospenderebbe i processi per i parlamentari. Ma al termine della giornata la strada più percorribile sembrava il cosiddetto "modello Strasburgo": un'immunità che avrebbe il duplice vantaggio di cambiare il lodo Schifami, conformandosi ai rilievi della Consulta; e di somigliare discretamente all'antica proposta Maccanico, il che potrebbe assicurare una certa disponibilità dal centrosinistra.
    Per questa opzione si è subito speso un uomo come Carlo Taormina, outsider rispetto agli apparati ma ampiamente esperto di alchimie giuridiche e amante della contesa da assicurare subito che la presenterà lui, la nuova legge. Un personaggio come il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera, il forzista Donato Bruno, ha concesso che "andrebbe cambiata strada, guardando al modello europeo che prevede un'autorizzazione a procedere". Il vantaggio? In quel caso il centrosinistra avrebbe difficoltà a tirarsi indietro, "quel testo lo hanno votato a Strasburgo, dovrebbero spiegarci perché non lo voterebbero anche in Italia".
    Appunto: cosa sta facendo in queste ore l'Ulivo? Davanti a una riproposizione del lodo com'è, solo per via costituzionale, il no sembra scritto: il problema sottolineato dalla Consulta, lo ricordava Anna Finocchiaro, non è solo "la via scelta, una norma ordinaria piuttosto che una costituzionale; in quella legge c'è la violazione dei diritti delle vittime di eventuali reati commessi dalle alte cariche dello Stato, ed è un punto che non capisco come si possa risolvere". E un no arriva da Castagnetti, il percorso costituzionale sarebbe corretto "nel metodo ma resta il merito. E poi i tempi non andrebbero bene per le loro esigenze". Al contrario, davanti al "modello Strasburgo" qualche spiraglio c'è, se è vero che un dirigente della Margherita spiega: "Ora che s'è evitato il referendum possiamo dare il nostro contributo, a patto che si torni indietro dal lodo Schifani".
    Se sia una possibilità concreta resta da vedere. Oltretutto, tra i radicai della centrosinistra c'è anche chi sussurra un'eventualità micidiale per il processo unitario, estendere il referendum sulle riforme - vagheggiato dai verdi e da settori del pdci - anche a un eventuale lodo Schifani bis. Sarebbe un esito beffardo: lo spettro del referendum (Di Pietro) cacciato dalla porta rientrerebbe dalla finestra
    "

    Cordiali saluti

  9. #9
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    Predefinito Re: E' questo il regime....

    In origine postato da mustang
    [...]I giornali, vogliamo parlarne? E le tv, a parte derrate di ruffiani cronici già pronti alla riconversione, sono talmente impermeabili alla voce del padrone mediatico che lo stesso sogna di rimettere in vigore gli spot.
    Insomma, a Berlusconi dopo un decennio resta soltanto il potere derivante dal voto popolare. [...]

    Ferrara sul suo Foglio

    saluti
    Detta dal PIU' GROSSO ruffiano su piazza è quasi da sbellicarsi.

    Al Capo, resta TUTTO quanto; e di più.

  10. #10
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    Predefinito Dal sen sfuggite....

    Breve antologia (bypartisan) delle meglio marzianate di ieri:

    Giuliano Ferrara.
    ”Resta irrisolto il riequilibrio del rapporto fra politici e Giudici dopo l’elezione di un signore che aveva dei processi”
    Uno ne fa di cotte e di crude come imprenditore. Lo scoprono e lo processano. Un attimo prima che arrivi la sentenza, si fa eleggere. Subito dopo, i suoi dipendenti cominciano a strillare che bisogna riequilibrare i rapporti tra politica e giustizia.
    E passano pure per “molto intelligenti”.


    Enrico Borselli (Sdi)
    ”Resta aperto un problema: dare protezione alle alte cariche dello Stato.”
    Qui Borselli supera anche Craxi che non aveva mai detto una sciocchezza simile. Dove ma, nel mondo, s’è posto questo problema se non nell’Italia di Berlusconi? Quando mai, in Italia, i presidenti della Repubblica, di Camera e Senato, di Corte Costituzionale sono stati aggrediti dalla Magistratura? L’unica richiesta su un capo di Stato negli ultimi vent’anni, fu quella sui fondi neri del Sisde che lambì Scalfaro (poi totalmente prosciolto); ed a cavalcarla furono gli stessi che oggi pontificano sulla “protezione delle alte cariche”. Gli stessi (vedi Taormina) che tentarono di coinvolgere Ciampi in Telekom Serbia.
    Forse per proteggerlo meglio.


    Bruno Vespa.
    ”La Magistratura è immune ed i parlamentari no. La vogliamo reintrodurre l’autorizzazione a procedere?”
    Ma la Magistratura è tutt’altro che immune. Per informazioni, Vespa può rivolgersi ad alcuni colleghi ed amici della sua signora, regolarmente arrestati e/o processati a Milano ed a Perugina per corruzione giudiziaria: Squillante, Savia, Napolitano; quelli, per intenderci, che il 21 gennaio 1996 prendevano il caffè al Bar Tombini con la signora Vespa.

    Paolo Gambescia (il Messaggero).
    ”L’immunità per i presidenti del Consiglio c’è in tutta Europa.”
    Per la verità NON esiste in nessun Paese d’Europa, anzi, dell’occidente. In Francia il premier non è parlamentare e non ha immunità. In Inghilterra è parlamentare ma senza immunità. In Germania ce l’avrebbe come parlamentare ma solo in teoria, perché le Camere autorizzano preventivamente i Giudici a procedere su tutti i loro membri all’inizio di ogni legislatura. In Spagna il premier è processato dai giudici della Corte suprema; e così via. Per non parlare del Presidente degli Stati Uniti, processabile per qualsiasi reato durante il suo mandato.
    Per informazioni, citofonare Clinton.


    Domenico Nania (An).
    ”Chirac in Francia è come Berlusconi in Italia.”
    Chirac è il Presidente della Repubblica e gode dell’insindacabilità funzionale come il suo omologo italiano; che non è Berlusconi ma Ciampi.

    Paolo Gambescia.
    Rinvierei il processo a Berlusconi a dopo le elezioni europee e amministrative. Per il bene di tutti.”
    Nel 2001 le politiche, nel 2003 il semestre europeo, ora le europee e amministrative. Ogni scusa è buona. Così Berlusconi guadagna altri sei mesi per la prescrizione; per il bene di tutti.

    Domenico Nania.
    ”Oggi per i giudici c’è una giustizia domestica al Csm, che assolve nel 95% dei casi. Per i politici no!”
    Ma il Csm non giudica i reati dei Giudici; solo le infrazioni disciplinari. Per i reati c’è la giustizia ordinaria, che quando scopre un giudice che ruba lo mette in galera.
    Di parlamentari arrestati, non ce n’è a memoria d’uomo.


    Roberto Calderoni (vicepresidente del Senato, Lega Nord).
    ”In democrazia è inaccettabile che una legge approvata da 354 deputati venga cancellata da un organismo di 15 membri politicizzati, in parte nominati da Scalfaro.”
    Certo, è inaccettabile che la Consulta, prevista dalla Costituzione per valutare la costituzionalità delle leggi, dichiari incostituzionale una legge senza chiedere il permesso a calderoni e altri studiosi della polenta taragna. Quanto ai membri politicizzati, sono quelli nominati (come prevede la Costituzione) dal Parlamento. Anche con i voti della Lega.
    Il problema, dunque, non sono i politicizzati genericamente intesi; sono i politicizzati degli altri.
    Due anni fa, Polo ed Ulivo mandarono alla Consulta l’avvocato Vaccarella, il civilista di Previti e Berlusconi.
    Dev’essere l’unico non politicizzato.


    Giuliano Ferrara.
    ”La partecipazione di Scalfaro ai girotondi getta un’ombra politica sulla decisione della Corte, dove siedono membri nominati da lui.”
    Il ragionamento (si fa per dire) del Molto Intelligente, subito ripreso dall’acuto Calderoni, spazza via due millenni di logica aristotelica e spalanca orizzonti inesplorati ai superstiti della legge 180.
    Si potrebbe sostenere, per esempio, che le sentenze dell’ex presidente Baldassarre non valgono perché poi è stato nominato dai berluscones presidente della Rai. Idem per le sentenze dei Giudici nominati da Cossiga, che poi s’è rituffato nella politica attiva esternando a tutto spiano, fondando e sfondando partiti.


    Italo Bocchino (An).
    ”Ma Scalfaro fa politica da una sola parte, a sinistra; mentre Cossiga da tutte e due le parti”.
    Ecco trovato il rimedio: gli ex presidenti della Repubblica devono far politica da entrambe le parti, contemporaneamente a destra e sinistra.
    Su Marte, qualcuno potrebbe chiedere come si fa. Ma in Italia c’è qualcuno che ci riesce benissimo.


    Paolo Franchi (Corriere della Sera).
    Titolo: “Tutti sconfitti”. Svolgimento: “Si fosse seguita fin dall’inizio la via suggerita da Meccanico […] avremmo un’onesta norma di garanzia per tenere fuori dalle aule di giustizia, almeno fino al termine del mandato, le più alte cariche istituzionali […] invece il lodo Meccanico s’è tramutato in un lodo Schifani dannato in partenza alla bocciatura.”
    Intanto non hanno perso tutti; hanno perso quelli che han fatto una legge incostituzionale e vinto quelli che vi si erano opposti: Magistrati, giuristi, girotondini, gran parte dell’opposizione, Scalfaro ed alcuni giornali (ma non il Corriere).
    Fra la proposta Meccanico ed il testo Schifani una differenza c’è: Meccanico la voleva votata da tutti, il Polo se l’è votato da solo.
    Ma è il principio base che la Corte ha respinto: quello che stabiliva che cinque cittadini non erano più uguali di fronte alla legge, in barba all’art.3 della Costituzione. Bisogna farsene una ragione

 

 
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