«La guerra era pronta prime dell’11 settembre»

Di Franco Santarelli - «Il Manifesto» 14 gennaio 2004

Per l'ex ministro «la guerra all'Iraq era pronta prima dell'11 settembre». E Bush «ammette»
NEW YORK

Ed ecco, puntualissima, la vendetta della Casa Bianca. Non erano passate neanche 24 ore da quando era andata in onda sulla Cbs l'intervista con Paul O'Neill che sbugiardava George Bush sull'Iraq che l'ex ministro era già sotto inchiesta. Lunedì sera, l'ispettore generale di quello che per due anni è stato il «suo» ministero, ha ricevuto l'incarico di vedere se c'è modo di «punire» O'Neill per aver fornito i documenti che il giornalista Ron Suskind ha usato per scrivere il suo libro, «Il prezzo della lealtà», nel quale si racconta appunto l'esperienza di O'Neill in mezzo alla banda Bush, prima di essere cacciato per contrasti sulla politica fiscale adottata dal governo che lui giudicava «irresponsabile». Nel libro si racconta che quella di attaccare l'Iraq non è stata «una conseguenza dell'11 settembre» ma una decisione che Bush aveva preso almeno sette mesi prima dell'attacco terroristico contro le Torri Gemelle; che l'urgenza di togliere di mezzo Saddam Hussein era stata annunciata al Consiglio per la sicurezza nazionale (di cui Paul O'Neill faceva parte) già nel febbraio 2001 dal ministro della Difesa Donald Rumsfeld e che O'Neill medesimo, che come ministro del Tesoro partecipava a tutte le riunioni importanti dell'amministrazione, non aveva mai avuto modo di vedere uno straccio di prova sulla presenza in Iraq delle famose armi di distruzione di massa, quelle con l'attacco è stato giustificato e che ancora oggi non si trovano. Appena saputo dell'indagine, l'ex ministro ha spiegato che i documenti da lui «passati» a Suskind per scrivere il suo libro li ha avuti addirittura dal capo dell'uffico legale del suo ex ministero. «Gli chiesi - ha raccontato ieri mattina attraverso un'altra emittente televisiva, la Nbc - di dirmi quali documenti era lecito avere e dopo tre settimane lui mi mandò un paio di cd che io francamente ho consegnato a Suskind senza neanche aprirli».

Non sembrano proprio esserci, dunque, gli estremi per un «vero» procedimento legale nei suoi confronti, ma l'annuncio dell'inchiesta deve essere apparso, nella mente degli strateghi di Bush, una buona cosa per dipingere O'Neill come «traditore», specie in presenza di un «accompagnamento» adeguato fornito da tutta una serie di elementi «medi» del partito repubblicano - deputati che in questi giorni di vacanza del Congresso se ne stanno nei loro collegi a «curare» gli elettori - che si sono scatenati contro l'ex ministro. Uno di loro, per far vedere che lui la storia la conosce, ha definito l'operato di O'Neill «la peggiore pugnalata nella schiena dai tempi di Giulio Cesare»; mentre la tv amica per antonomasia, la Fox di Murdoch, continuava a mostrare la cartellina con la parola «Secret» apparsa durante l'intervista di O'Neill (una cosa destinata a scandalizzare i patriottici elettori di Bush), sebbene la Cbs abbia immediatamente «confessato» che era stato un espediente per dare un po' di pepe all'intervista medesima. Della linea adottata dalla Casa Bianca per ridurre i danni dell'uscita di O'Neill fa parte anche l'espediente di ricordare che in fondo quella di essere per una caduta del regime di Saddam Hussein era anche la politica di Bill Clinton e quindi «noi l'abbiamo ereditata» e comunque era «chiara», ha detto Bush in Messico, dove si trova per il vertice con i Paesi latinoamericani, sicché il fatto che se ne parlasse già prima dell'attacco terroristico è cosa normale. E qui tutti i giornalisti presenti hanno capito che Bush, nemmeno senza giri di parole, ha di fatto riconosciuto che la guerra all'Iraq, compresi i piani di occupazione, erano pronti già prima dell'11 settembre, armi o non armi di distruzione di massa da trovare.

L'ex ministro O'Neill, a questo punto assediato da amici e nemici, non è sembrato molto «attrezzato» per gestire la grande pressione cui è sottoposto in queste ore. Le ultime cose da lui dette ieri pomeriggio, per esempio, erano chiaramente tese ad attenuare la polemica evitando di rimangiarsi ciò che aveva detto in precedenza. E' vero, quella di Bush era una continuazione della politica di Clinton, ha riconosciuto, ma ciò che lo aveva colpito non era tanto la politica quanto l'«alta priorità» che l'amministrazione aveva dato al rovesciamento del regime di Saddam Hussein. Per quanto riguarda le armi di distruzione di massa ha ripetuto di non avere mai visto una «prova concreta», ma per quella sua espressione che ha deliziato i denigratori di Bush, «sembrava un cieco in mezzo a dei sordi«, si è detto dispiaciuto: «Se potessi la ritirerei».