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Discussione: La sanità del CDX

  1. #1
    "SI PUO' FARE"
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    Predefinito La sanotà del CDX

    15.01.2004 l' Unità


    Fitto cancella un ospedale. La città, e un giudice, lo riaprono
    di Marco Montrone

    In qualche modo, è figlio della protesta. E' appena nato nell’ospedale che non ci sarà più, quel Sarcone di Terlizzi, in provincia di Bari, che secondo il piano di riordino sanitario voluto dalla giunta regionale pugliese sta chiudendo per essere incorporato in quello Corato. Da martedì trentamila persone si sono riversate nelle strade di Terlizzi, comune a nord del capoluogo pugliese, per difendere non solo il proprio ospedale, vero e proprio monumento cittadino, ma il fondamentale diritto alla salute minacciato dalla filosofia politica del piano di riordino ospedaliero voluto dal Centrodestra, che per ridurre la spesa sanitaria chiude le strutture sanitarie.

    La protesta è stata indetta tra gli altri da Cigl, Federazione Pensionati Cisl, Uil, Coldiretti, Confesercenti e tante amministrazioni comunali pugliesi, anche di Centrodestra, perché “i diritti fondamentali non hanno bandiera”. In corteo sfilano e hanno sfilato gente di tutte le età, dai bambini delle scuole materne ed elementari, alle tante le donne, che vogliono che i propri figli “nascano a casa”, agli ottantenni, che hanno sempre vissuto con l’ombra rassicurante del Sarcone.

    L’ospedale è sempre stato lì, a Terlizzi, la “città dei fiori” del Mezzogiorno: già secoli fa accoglieva i crociati e i pellegrini. E ora sta chiudendo, già defraudata dei reparti di pediatria e neonatologia, ostetricia e ginecologia, ortopedia, chirurgia generale, oculistica, chirurgia plastica. Quasi l’intero ospedale insomma.

    E in questa situazione, stamane nel nosocomio è nata un bambino. Si chiama Giuseppe. Il piccolo è nato qui, a due passi da casa sua, solo per volere di un giudice. La madre s'è appellata alla giustizia che ha quindi ordinato alla Ausl competente di ricoverare la mamma. La gente dice che non deve ssere l’ultimo bambino nato a Terlizzi.
    "La guerra è la vicenda in cui innumerevoli persone, che non si conoscono affatto, si massacrano per la gloria e per il profitto di alcune persone che si conoscono e non si massacrano affatto." (Paul Valèry, poeta francese).

  2. #2
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    Se la gente sapesse quanto costano e quanto sono inutili i piccoli ospedali di provincia...... E se lo sapesse anche il governo regionale piemontese (di centrodestra) che continua a mantenere in vita ospedalini...... (un plauso alla Regione Emilia Romagna che ha un numero di presidi ospedalieri di quasi un quarto inferiore a quello del Piemonte in relazione agli abitanti).
    Saluti liberali

  3. #3
    "SI PUO' FARE"
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    In origine postato da Pieffebi
    Se la gente sapesse quanto costano e quanto sono inutili i piccoli ospedali di provincia...... E se lo sapesse anche il governo regionale piemontese (di centrodestra) che continua a mantenere in vita ospedalini...... (un plauso alla Regione Emilia Romagna che ha un numero di presidi ospedalieri di quasi un quarto inferiore a quello del Piemonte in relazione agli abitanti).
    Saluti liberali

    Forse è diverso anche il sistema sanitario.

    Non si privilegia il privato, come in tutte le regioni di CDX, con costi maggiori per la collettività e riduzione di servizi.

    BYE
    "La guerra è la vicenda in cui innumerevoli persone, che non si conoscono affatto, si massacrano per la gloria e per il profitto di alcune persone che si conoscono e non si massacrano affatto." (Paul Valèry, poeta francese).

  4. #4
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    Io sono un liberale. Per me le parole pubblico e privato sono neutre. Quel che conta è il risultato (in termini di efficacia, efficienza ed economicità). La difesa dei piccoli ospedali (fatta anche dal centrodestra in molte occasioni, per mere ragioni elettorali, visto l'attaccamento irrazionale delle popolazioni a presidi ....spesso di consistenza ridicola e costi giganteschi) è irrazionale. Nel merito poi si possono discutere i metodi e le strategie. Io sono notoriamente iper-critico verso la politica sanitaria della Regione Piemonte (di cdx), e non perchè "favorirebbe il privato". Anche perchè il privato...convenzionato....è privato per modo di dire.... Ma per le sue oscillazioni irragionevoli e la mancanza di una politica di ristrutturazione della rete sanitaria forte e fondata su un'analisi accurata dei costi e dei benefici, tenendo conto dei livelli di assistenza essenziali da garantire in modo uniforme alla popolazione regionale.
    Se si vogliono fare critiche tecniche invece suggerisco di lasciar perdere il foglio demogogico della sinistretta più massimalista e più incontrovertibilmente illiberale e passare a riviste serie....

    " Bisogna prevedere i finanziamenti
    La rimodulazione della rete ospedaliera con la creazione di centri di eccellenza collegati tra loro e la trasformazione dei piccoli ospedali in centri distrettuali con funzioni per lo più di primo soccorso e di diagnostica di base e poco più, rappresenta, come è noto, uno dei dieci obiettivi strategici del nuovo piano sanitario, presentato dal ministro della salute, Girolamo Sirchia. Le considerazioni e le valutazioni che sono alla base della proposta sono elementari e condivisibili. Negli ultimi venti anni i mutamenti intervenuti nel nostro, come nella gran parte dei paesi industrializzati, hanno reso alquanto obsoleto il modello di assistenza concentrato prevalentemente sulle strutture ospedaliere come luogo delle tecnologie e delle professionalità più avanzate. La crescita dell’aspettativa di vita e l’incremento parallelo e conseguente delle patologie cronico degenerative hanno fatto lievitare altri bisogni, collegati alla necessità di assicurare assistenza a domicilio, riabilitazione, assistenza nelle fasi terminali della vita.
    Dunque non si può che concordare con la diagnosi, un po’ meno con le proposte avanzate. Vediamo sinteticamente perché. Nell’ipotesi presentata dal nuovo piano, i piccoli ospedali verrebbero trasformati in centri distrettuali di salute. I loro compiti dovrebbero consistere nell’assicurare il primo soccorso, una diagnostica di base e un reparto di osservazione. Tutto ciò che non può essere affrontato da queste strutture, distribuite capillarmente sul territorio, dovrebbe essere indirizzato ai centri di eccellenza. In altre parole si propone la riconversione dei piccoli ospedali in reparti di pronto soccorso di primo livello, ai quali sarebbe associata una diagnostica di base e qualche posto letto di osservazione. Sulla necessità di riconvertire i piccoli ospedali, soprattutto in relazione all’inadeguatezza e all’insicurezza delle cure che essi sono in grado di erogare, si registra ormai un consenso pressoché unanime tra gli addetti ai lavori. Scegliere di partorire in un reparto di ostetricia nel quale si effettui solo qualche decina di parti all’anno può voler dire, per i cittadini, esporsi a non pochi rischi in più. Così come effettuare un qualunque intervento chirurgico in un reparto con una casistica assai limitata.
    Dunque il disaccordo non risiede nell’indicazione alla riconversione dei piccoli ospedali, quanto piuttosto nelle soluzioni prospettate e, in particolare, nel ruolo prefigurato per i cosiddetti centri di eccellenza. Il piano sanitario li indica come centri di altissima specialità e complessità e non si fa fatica a comprendere a che cosa intende far riferimento. D’altro canto, di centri di eccellenza l’Italia ne annovera già oggi più di qualcuno. Ma se ai centri distrettuali sono riservati compiti così limitati, ciò significa che sui centri di eccellenza si riverseranno gran parte delle prestazioni per le quali è richiesta l’ospedalizzazione. E per quanto si punti a eseguire in day surgery e in day hospital un numero di prestazioni ben più significativo di quello attuale, e si guardi con fiducia a un’utilizzazione migliore dei posti letto degli stessi centri di eccellenza e alle economie di scala che sarà possibile realizzare concentrando solo in alcune strutture l’erogazione di talune prestazioni, non si può sottovalutare l’impatto che una scelta di questo genere comporterà in termini di incremento e di concentrazione della domanda. Se le cose stanno così, i centri di eccellenza - tutti e non solo una parte di essi - avranno bisogno di un rafforzamento significativo, anche in termini di posti letto. A questo punto si prospettano due questioni, che non possono essere tralasciate né sottovalutate. La prima: demandare ai centri di eccellenza la gran parte dei compiti che oggi sono affidati ai piccoli ospedali significa garantire collegamenti efficienti tra gli stessi centri e il territorio di riferimento e collocarli in modo tale che non siano - e non si prestino a essere percepiti dai cittadini - come distanti dal loro luogo di residenza. Una delle ragioni per le quali i piccoli ospedali, anche se inefficienti, sono difesi a spada tratta dalle popolazioni, risiede proprio nell’essere a portata di mano.
    Qualunque esigenza di programmazione e di razionalizzazione non può non tenerne conto, a meno che non si voglia costringere una parte della popolazione di questo paese, quella che si sposta con maggiori difficoltà e non può contare sull’appoggio di una rete di sostegno, a rivolgersi a una struttura privata vicina. La seconda: le trasformazioni delle quali si parla richiedono investimenti di risorse finanziarie consistenti. Di esse nel piano sanitario non si fa alcun cenno. In parte ciò può essere considerato assolutamente logico, visto il genere letterario al quale siamo ormai abituati con tanti documenti di programmazione sanitaria. Ma obiettivi così ambiziosi non si realizzano certo a costo zero, anche ammesso che a regime comportino una migliore utilizzazione delle risorse impegnate attualmente. Le ristrutturazioni strategiche e coraggiose che lo stesso piano sanitario richiede alle regioni necessitano, almeno in una prima fase, di un impegno di spesa aggiuntivo. A meno che non si immagini, come spesso è avvenuto in Italia, di realizzare la solita politica dei due tempi, nella quale il primo tempo, quello dei tagli, è sicuro, e il secondo, quello della ristrutturazione e della riorganizzazione è un po’ meno certo, soprattutto nei tempi di realizzazione. Ed è questo il terreno sul quale si gioca la credibilità di operazioni di questo genere nei confronti dei cittadini.
    La comunicazione più efficace nei confronti dei cittadini consiste nel dimostrare in modo concreto che il nuovo modello di rete di servizi prospettato viene effettivamente realizzato e funziona di più e meglio dell’esistente. E’ questa l’unica maniera per evitare le difese a oltranza anche di quei presidi che funzionano poco e male. Essi non rappresentano certo la struttura ideale, ma esistono. E in un momento nel quale gran parte delle regioni è impegnata nella difficile arte di far quadrare i conti, è piuttosto difficile immaginare che esse riescano a reperire nuove risorse, mentre è assai più facile che esse cedano alla tentazione di chiudere comunque le piccole strutture. Al di là della condivisione o meno su singoli temi e proposte, è questa la ragione per la quale, e ciò vale anche per altri obiettivi presentati, il piano sanitario di Sirchia rischia di essere niente di più che un bel libro dei sogni.

    Stefano A. Inglese
    Tribunale per i diritti del malato, Roma

    © 2002 Tempo Medico (n. 741 del 16 maggio 2002)
    "

    Queste sono osservazioni ragionevoli, su cui si può discutere.

    Saluti liberali

  5. #5
    "SI PUO' FARE"
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    SANITA'


    Medici e dirigenti in rivolta contro il governo
    Ospedali al collasso, farmaci sempre più cari, personale precario.


    Sciopero generale il 9 febbraio
    ANTONIO SCIOTTO


    Il mondo della sanità è in rivolta contro il governo e la maggioranza. Il 9 febbraio si prepara un grande sciopero generale di tutte le sigle sindacali contro la politica di tagli dissennati operata dall'esecutivo. Ieri, poi, si è aggiunta anche una proposta di legge di Forza Italia che, se approvata, porterebbe l'età della pensione dei medici a 70 anni rispetto agli attuali 65 (67 facoltativi). Una bella ciliegina che si somma alla già indigesta torta della delega pensionistica targata Maroni attualmente in discussione. «Scendiamo in piazza perché la situazione della sanità è ormai insostenibile, sia dal punto di vista del servizio che delle condizioni dei lavoratori - spiega Massimo Cozza, segretario nazionale Funzione pubblica Cgil medici - La Cgil ha deciso di unirsi alle altre sigle che avevano già indetto lo sciopero: con la nostra adesione, l'unico importante risultato che il governo ha raggiunto in sanità è stato di riuscire a ricompattare in una protesta tutti i sindacati dei medici e dei dirigenti sanitari». La Cgil individua alcuni nodi principali che vanno risolti al più presto se non si vuole rischiare il totale collasso di un sistema già critico: tornare a stanziare più fondi per gli ospedali e le spese farmaceutiche dei cittadini; correggere, ma non rinnegare, la legge sull'esclusività in modo da accorciare le liste di attesa dei pazienti; chiudere il contratto dei medici, già scaduto da ben due anni (e qui vengono in mente tante altre categorie ugualmente indietro, come i tranvieri e i vigili del fuoco); risolvere il delicato problema del numero sempre più alto di medici precari, assunti a termine per pochi mesi con retribuzioni e garanzie normative inferiori a quelle dei colleghi a tempo indeterminato.

    Quanto all'esclusività del rapporto con il servizio sanitario nazionale, il governo avrebbe in animo di tornare al vecchio sistema, quando i medici potevano decidere con assoluta libertà come gestire i tempi dedicati all'ospedale e al proprio studio. Un sistema che permette di rallentare i ritmi del servizio pubblico, per instradare i pazienti verso le cliniche private, dove «magicamente» le liste di attesa si accorciano. «La riforma operata dal governo di centrosinistra - spiega Cozza - ha finalmente introdotto un criterio di trasparenza, perché il medico deve rendere conto alle Asl del lavoro e delle tariffe applicate nel proprio studio. C'è però un punto che chiediamo di correggere, senza gettare alle ortiche l'esclusività: bisogna che i medici stabiliscano precisamente con le Asl quanto lavoro devono svolgere per il servizio pubblico, ad esempio quante operazioni in un turno, altrimenti si rischiano liste di attesa poco chiare».

    La Cgil denuncia anche la sempre maggiore fatiscenza delle strutture ospedaliere, causata dai tagli operati dal governo e conseguentemente dalle regioni. «Ci preoccupano anche i dati diffusi dallo stesso ministero della salute e riferiti al primo semestre del 2003 - dice Cozza - Sono diminuite le spese per i farmaci a carico dello stato, e aumentate quelle dei singoli cittadini. Inoltre i circa 150 mila medici e dirigenti ospedalieri attendono da oltre due anni il rinnovo e il recupero sull'inflazione reale del 2001. Senza parlare dei tantissimi giovani medici assunti per soli tre o sei mesi dalle Asl, con diversi rinnovi, pur di risparmiare sulle buste paga: prendono stipendi più bassi, non hanno ferie né malattia. Un lavoro precario che certo non giova alla qualità del servizio. Il personale della sanità è arrivato a un grado di esasperazione insostenibile».
    "La guerra è la vicenda in cui innumerevoli persone, che non si conoscono affatto, si massacrano per la gloria e per il profitto di alcune persone che si conoscono e non si massacrano affatto." (Paul Valèry, poeta francese).

  6. #6
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    CGIL medici? E quanti iscritti avrebbe? Ad Alessandria 5 o 6 forse 7 (non conosco i nuovi assunti) su oltre 600 camici bianchi (però un primario, ex consigliere comunale del PCI).

    Avevo proposto dei temi seri, oggettivi. Ma evidentemente agli agit-prop della sinistretta non interessa la sanità......interessa far casino....ossia fare gli agit-prop di terza classe, quelli da bar e da forum internet.

    Saluti liberali

 

 

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