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    Pasdar
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    Exclamation La cultura non è solo di sinistra. Ma la destra non vuole capirlo

    Il ministro Bondi, in vari suoi interventi sulla stampa, ha sempre sottolineato di avere una concezione «liberale» della cultura, di non aspirare a nessuna «egemonia», come era stato per il Pci e la Sinistra in genere nei decenni passati, di non voler fare alcuna «epurazione». Però è anche costretto ad ammettere che oggi, pur essendo la «cultura di sinistra» in profonda crisi, essa è rimasta una «tecnica di gestione del potere» (Corriere della Sera, 16 settembre). In altri termini, le sue idee sono sempre più confuse e superate, ma la Sinistra ha i suoi uomini ancora insediati nei posti decisionali e negli snodi più importanti della «gestione del potere» culturale. Non è difficile capirlo dopo mezzo secolo di occupazione e di stratificazione anche semplicemente burocratica, ma sta di fatto che in ministeri e assessorati, editori e riviste, giornali e case cinematografiche, televisioni e università, gli uomini della sinistra, siano essi intellettuali o semplicemente personaggi d’apparato, stanno ancora lì inamovibili a decidere, giudicare, escludere, sanzionare, filtrare, bloccare, così indirizzando la cultura italiana in una certa direzione e sbarrando il passo a chi la pensa diversamente, condizionando alla fine una certa parte dell’opinione pubblica.

    Con tutto il rispetto per il ministro Bondi e la sua visione liberale, occorrerebbe fare come invece dice Marcello Veneziani: «Tentare una strategia di conquista civile e culturale delle posizioni chiave, o quantomeno una presenza bilanciata, che apra alle culture plurali del Paese» (Il Giornale, 21 settembre). E una simile operazione potrebbe partire, aggiungo, dalla periferia per raggiungere man mano il centro: da paesi, cittadine e città dove, sempre di più, gli assessorati alla cultura e simili passano nelle mani dei rappresentanti del centrodestra. Non sarebbe un’operazione difficile se non imperversasse quella che è stata chiamata «la sindrome culturale di Stoccolma». Come i sequestrati di Stoccolma alla fine cedettero psicologicamente e passarono dalla parte dei rapitori sino al punto di innamorarsene, così, a quanto pare, sta accadendo ai «gestori della cultura» di centrodestra che hanno raggiunto posizioni di responsabilità nei confronti della cultura dei loro «avversari».
    È quanto mi è capitato di constatare di recente andando in giro per varie conferenze. Non potevo credere a quanto mi veniva raccontato: e cioè di assessori soprattutto ex An paralizzati e resi impotenti dalla paura di prendere decisioni, per le quali si correva il rischio di venir accusati di essere di destra o ancor peggio fascisti da parte delle opposizioni comunali ovviamente di sinistra. Non si può organizzare una conferenza con quel personaggio o per quel libro; non si può proiettare quel film; non si può organizzare quella mostra; non si può ricordare quell’anniversario; non si può finanziare quella biblioteca o restaurare quella collezione di giornali; non si può mettere quella targa o renderla leggibile; non si può organizzare un concerto di quel gruppo musicale... Non si può proprio, scusate: altrimenti cosa dirà l’opposizione? Cosa scriveranno le pagine locali della «grande stampa»? Che accuse ci lanceranno le sinistre? E se magari si mobilitassero i centri sociali? Sono sequestrati dai progressisti e succubi, e ormai quasi innamorati, dalla loro cultura.


    La lezione di coraggio e anticonformismo dello sfortunato Marzio Tremaglia, assessore alla cultura della Regione Lombardia scomparso nel 2000, l’hanno appresa purtroppo in pochissimi: non possiamo non citare Massimo Greco a Trieste e Carlo Sburlati ad Acqui Terme, che vanno avanti con iniziative non certo di parte ma di certo politicamente scorrette e di certo indirizzate a mettere in evidenza quella «presenza bilanciata che apra alle culture plurali del Paese» di cui parlava Veneziani. È così che si fa, non ci si nasconde dietro un dito, che nel nostro caso è quel famigerato trinomio «laico democratico antifascista» che all’epoca del demitiano «arco costituzionale» mise fuori gioco il Msi, ma che oggi è tanto di moda nella corrente aennina del Pdl.

    C’è da chiedersi, dunque, il perché di questa sindrome che condiziona molti assessori alla cultura del centrodestra, che fa loro accettare la cultura degli avversari ed abbracciare tutti i luoghi comuni e le parole d’ordine della Sinistra. Da cosa nasce questa incultura generalizzata, questo vero e proprio rinnegamento di una «visione del mondo», se non un taglio alle radici di appartenenza?
    Considerando i fatti che ho conosciuto penso che la risposta sia sociologico-politica e si riferisca alla involuzione del Msi-An: gli assessori alla cultura locali sono ormai quasi tutti dei giovani fra i 30 e i 40 anni che quindi sono cresciuti fisicamente e si sono svezzati culturalmente dopo il passaggio delle acque a Fiuggi, or sono quindici anni. Il clima unanimistico (nei fatti, anche se non in teoria) creatosi intorno all’allora segretario del partito, le sue svolte o «strappi» imposti dall’alto, le sue oscillanti e nebulose posizioni culturali, hanno creato a poco a poco una specie di «pensiero unico» che ha condizionato quelli che nel 1995 avevo 20-30 anni. Sicché, una volta approdati sugli scranni di assessore alla cultura di centinaia di città e cittadine italiane (per non parlare delle regioni) non hanno fatto altro che muoversi secondo la forma mentis cui erano stati abituati, tanto più che per raggiungere quel posto devono essere in genere (le poche eccezioni confermano la regola) uomini di apparato.

    Il secondo punto è questo: se per caso l’assessore in questione fosse uno spirito indipendente e pensasse di operare in modo politicamente scorretto rispetto alle direttive del centro o dei vertici locali, c’è sempre il ricatto delle liste. Le liste per le elezioni amministrative le compila il coordinatore locale nominato da Roma, e se non ti adegui e vuoi fare culturalmente di testa tua ricevendo per di più le accuse di «fascista», e magari anche di «anticomunista», ledendo la nuova immagine del centrodestra in generale e degli ex An in particolare, sei messo fuori gioco. Soltanto chi è un esterno all’apparato e non fa il politico di professione perché ha già un proprio lavoro, può magari fregarsene di rientrare in lista. Ma ci vuole disinteresse e coraggio intellettuale.

    Nel loro libro La destra nuova (Marsilio), due teorici finiani, Alessandro Campi e Angelo Mellone, nel delinearne il profilo fanno un elenco di tutto e del contrario di tutto, e a un certo punto scrivono - ed è questo che qui a noi interessa - che essa è «rispettosa delle proprie radici culturali, ma aperta alle sfide del futuro» (nelle tesi culturali di Fiuggi in sostanza era lo stesso, facendosi un ampio elenco di personalità di varia estrazione che però è stato poi dimenticato). Se fosse così non potremmo che sottoscrivere questa frase: ma così assolutamente non è, dati alla mano. La «destra nuova» non sembra avere più alcun aggancio col proprio passato culturale, che ha rinnegato quasi in blocco e di cui, ecco il punto cruciale, ha il terrore di affrontare o di occuparsene in qualche modo anche indiretto, perché teme di essere accusata di «fascismo».



    Se dunque i rappresentanti ufficiali della cultura del centrodestra si comportano né più né meno come quelli di centrosinistra che li hanno preceduti sugli stessi scranni, ditemi voi l’elettore che differenza potrà mai fare su questo piano tra il prima e il dopo... E perché mai gli assessori di centrodestra a questo punto dovrebbero far riferimento ad altro se non a quello cui faceva riferimento il precedente centrosinistra? Ed è infatti quanto sta accadendo, non essendoci più soluzione di continuità, culturalmente parlando, fra certa sinistra e certa destra, mentre della famosa «discontinuità» non se ne vede l’ombra ed a gestire il potere culturale dietro le quinte, al di là della facciata destrorsa, c’è ancora e chissà sino a quando sempre lo stesso apparato burocratico e ideologico messo in piedi dalla famosa «egemonia» progressista. Che, però, come dice la «destra nuova» non è mai esistita ed è solo l’alibi dietro cui si nascondono certi «intellettuali lamentosi»... Vabbè, diciamo per farla contenta che non c’è stata, ma ora la sindrome culturale di Stoccolma del centrodestra fa ottenere alla Sinistra gli stessi, identici risultati!


    La cultura non è solo di sinistra Ma la destra non vuole capirlo - Cultura - ilGiornale.it del 12-10-2009
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    Predefinito Rif: La cultura non è solo di sinistra. Ma la destra non vuole capirlo

    Citazione Originariamente Scritto da Defender Visualizza Messaggio
    Il ministro Bondi, in vari suoi interventi sulla stampa, ha sempre sottolineato di avere una concezione «liberale» della cultura, di non aspirare a nessuna «egemonia», come era stato per il Pci e la Sinistra in genere nei decenni passati, di non voler fare alcuna «epurazione». Però è anche costretto ad ammettere che oggi, pur essendo la «cultura di sinistra» in profonda crisi, essa è rimasta una «tecnica di gestione del potere» (Corriere della Sera, 16 settembre). In altri termini, le sue idee sono sempre più confuse e superate, ma la Sinistra ha i suoi uomini ancora insediati nei posti decisionali e negli snodi più importanti della «gestione del potere» culturale. Non è difficile capirlo dopo mezzo secolo di occupazione e di stratificazione anche semplicemente burocratica, ma sta di fatto che in ministeri e assessorati, editori e riviste, giornali e case cinematografiche, televisioni e università, gli uomini della sinistra, siano essi intellettuali o semplicemente personaggi d’apparato, stanno ancora lì inamovibili a decidere, giudicare, escludere, sanzionare, filtrare, bloccare, così indirizzando la cultura italiana in una certa direzione e sbarrando il passo a chi la pensa diversamente, condizionando alla fine una certa parte dell’opinione pubblica.

    Con tutto il rispetto per il ministro Bondi e la sua visione liberale, occorrerebbe fare come invece dice Marcello Veneziani: «Tentare una strategia di conquista civile e culturale delle posizioni chiave, o quantomeno una presenza bilanciata, che apra alle culture plurali del Paese» (Il Giornale, 21 settembre). E una simile operazione potrebbe partire, aggiungo, dalla periferia per raggiungere man mano il centro: da paesi, cittadine e città dove, sempre di più, gli assessorati alla cultura e simili passano nelle mani dei rappresentanti del centrodestra. Non sarebbe un’operazione difficile se non imperversasse quella che è stata chiamata «la sindrome culturale di Stoccolma». Come i sequestrati di Stoccolma alla fine cedettero psicologicamente e passarono dalla parte dei rapitori sino al punto di innamorarsene, così, a quanto pare, sta accadendo ai «gestori della cultura» di centrodestra che hanno raggiunto posizioni di responsabilità nei confronti della cultura dei loro «avversari».
    È quanto mi è capitato di constatare di recente andando in giro per varie conferenze. Non potevo credere a quanto mi veniva raccontato: e cioè di assessori soprattutto ex An paralizzati e resi impotenti dalla paura di prendere decisioni, per le quali si correva il rischio di venir accusati di essere di destra o ancor peggio fascisti da parte delle opposizioni comunali ovviamente di sinistra. Non si può organizzare una conferenza con quel personaggio o per quel libro; non si può proiettare quel film; non si può organizzare quella mostra; non si può ricordare quell’anniversario; non si può finanziare quella biblioteca o restaurare quella collezione di giornali; non si può mettere quella targa o renderla leggibile; non si può organizzare un concerto di quel gruppo musicale... Non si può proprio, scusate: altrimenti cosa dirà l’opposizione? Cosa scriveranno le pagine locali della «grande stampa»? Che accuse ci lanceranno le sinistre? E se magari si mobilitassero i centri sociali? Sono sequestrati dai progressisti e succubi, e ormai quasi innamorati, dalla loro cultura.


    La lezione di coraggio e anticonformismo dello sfortunato Marzio Tremaglia, assessore alla cultura della Regione Lombardia scomparso nel 2000, l’hanno appresa purtroppo in pochissimi: non possiamo non citare Massimo Greco a Trieste e Carlo Sburlati ad Acqui Terme, che vanno avanti con iniziative non certo di parte ma di certo politicamente scorrette e di certo indirizzate a mettere in evidenza quella «presenza bilanciata che apra alle culture plurali del Paese» di cui parlava Veneziani. È così che si fa, non ci si nasconde dietro un dito, che nel nostro caso è quel famigerato trinomio «laico democratico antifascista» che all’epoca del demitiano «arco costituzionale» mise fuori gioco il Msi, ma che oggi è tanto di moda nella corrente aennina del Pdl.

    C’è da chiedersi, dunque, il perché di questa sindrome che condiziona molti assessori alla cultura del centrodestra, che fa loro accettare la cultura degli avversari ed abbracciare tutti i luoghi comuni e le parole d’ordine della Sinistra. Da cosa nasce questa incultura generalizzata, questo vero e proprio rinnegamento di una «visione del mondo», se non un taglio alle radici di appartenenza?
    Considerando i fatti che ho conosciuto penso che la risposta sia sociologico-politica e si riferisca alla involuzione del Msi-An: gli assessori alla cultura locali sono ormai quasi tutti dei giovani fra i 30 e i 40 anni che quindi sono cresciuti fisicamente e si sono svezzati culturalmente dopo il passaggio delle acque a Fiuggi, or sono quindici anni. Il clima unanimistico (nei fatti, anche se non in teoria) creatosi intorno all’allora segretario del partito, le sue svolte o «strappi» imposti dall’alto, le sue oscillanti e nebulose posizioni culturali, hanno creato a poco a poco una specie di «pensiero unico» che ha condizionato quelli che nel 1995 avevo 20-30 anni. Sicché, una volta approdati sugli scranni di assessore alla cultura di centinaia di città e cittadine italiane (per non parlare delle regioni) non hanno fatto altro che muoversi secondo la forma mentis cui erano stati abituati, tanto più che per raggiungere quel posto devono essere in genere (le poche eccezioni confermano la regola) uomini di apparato.

    Il secondo punto è questo: se per caso l’assessore in questione fosse uno spirito indipendente e pensasse di operare in modo politicamente scorretto rispetto alle direttive del centro o dei vertici locali, c’è sempre il ricatto delle liste. Le liste per le elezioni amministrative le compila il coordinatore locale nominato da Roma, e se non ti adegui e vuoi fare culturalmente di testa tua ricevendo per di più le accuse di «fascista», e magari anche di «anticomunista», ledendo la nuova immagine del centrodestra in generale e degli ex An in particolare, sei messo fuori gioco. Soltanto chi è un esterno all’apparato e non fa il politico di professione perché ha già un proprio lavoro, può magari fregarsene di rientrare in lista. Ma ci vuole disinteresse e coraggio intellettuale.

    Nel loro libro La destra nuova (Marsilio), due teorici finiani, Alessandro Campi e Angelo Mellone, nel delinearne il profilo fanno un elenco di tutto e del contrario di tutto, e a un certo punto scrivono - ed è questo che qui a noi interessa - che essa è «rispettosa delle proprie radici culturali, ma aperta alle sfide del futuro» (nelle tesi culturali di Fiuggi in sostanza era lo stesso, facendosi un ampio elenco di personalità di varia estrazione che però è stato poi dimenticato). Se fosse così non potremmo che sottoscrivere questa frase: ma così assolutamente non è, dati alla mano. La «destra nuova» non sembra avere più alcun aggancio col proprio passato culturale, che ha rinnegato quasi in blocco e di cui, ecco il punto cruciale, ha il terrore di affrontare o di occuparsene in qualche modo anche indiretto, perché teme di essere accusata di «fascismo».



    Se dunque i rappresentanti ufficiali della cultura del centrodestra si comportano né più né meno come quelli di centrosinistra che li hanno preceduti sugli stessi scranni, ditemi voi l’elettore che differenza potrà mai fare su questo piano tra il prima e il dopo... E perché mai gli assessori di centrodestra a questo punto dovrebbero far riferimento ad altro se non a quello cui faceva riferimento il precedente centrosinistra? Ed è infatti quanto sta accadendo, non essendoci più soluzione di continuità, culturalmente parlando, fra certa sinistra e certa destra, mentre della famosa «discontinuità» non se ne vede l’ombra ed a gestire il potere culturale dietro le quinte, al di là della facciata destrorsa, c’è ancora e chissà sino a quando sempre lo stesso apparato burocratico e ideologico messo in piedi dalla famosa «egemonia» progressista. Che, però, come dice la «destra nuova» non è mai esistita ed è solo l’alibi dietro cui si nascondono certi «intellettuali lamentosi»... Vabbè, diciamo per farla contenta che non c’è stata, ma ora la sindrome culturale di Stoccolma del centrodestra fa ottenere alla Sinistra gli stessi, identici risultati!


    La cultura non è solo di sinistra Ma la destra non vuole capirlo - Cultura - ilGiornale.it del 12-10-2009
    Interessante articolo che solo parzialmente analizza il quid focale. Ricordo tempo fa' di aver ascoltato Luca Barbareschi affermare che l'egemonia culturale in realtà non sarebbe di sinistra, ma di destra, avendo egli elencato alcuni artisti di (secondo me molto dubbia) affiliazione politica conservatrice. Tra i tanti, citò Totò e Sordi. Il primo era uno straordinario massone, che cozza clamorosamente con la concezione canonica della desta conservatrice. In realtà non cozza assolutamente, ma questo è un altro discorso. Sordi invece si tenne sempre in disparte da bieche contese politiche e sebbene ritengo fosse un conservatore, era più di concezione social-popolare (quindi poco a che fare con la destra odierna).

    Detto ciò, quale sarebbe secondo me il punto focale? La destra attuale, nella sua accezione più vasta ed ampia, non ha mai ritenuto considerare la cultura, nel senso anche qui più lato, come propositiva sul lungo termine, ma solo sul breve termine. Cosa intendo? Tutto ciò che vediamo tramite i media è una strategia di breve termine, poiché esaurito l'exploit mediatico televisivo (basti pensare all'avvento del digitale da una parte e soprattutto al passaggio graduale sulla rete), quel repertorio di investimento decennale verrà perso. Perché a destra si critica l'egemonia culturale della sinistra? Perché a differenza della destra, la sinistra creò dal dopo guerra ad oggi un piano d'azione globale, capillare, propositivo e di lungo termine. L'avanguardia letteraria, musicale, poetica e visiva fu portata avanti da persone che la pensavano politicamente in un certo modo ed ancora oggi le giovani leve di artisti si rifanno a 40-50-60 anni fa'. Ma poi creano nuovi movimenti, nuove correnti. Le modificano a loro vantaggio. Ecco cosa vuol dire egemonia culturale.
    Ad oggi, non esiste alcuna scuola di pensiero nuova, vivace, rivoluzionaria nel senso delle idee. Manca sostanzialmente a destra una "scuola di formazione", mancano i capisaldi, le linee guida, i punti di riferimento ben definiti. O mi verrete a dire che nel XXI secolo si possa ancora far riferimento ad Evola e D'Annunzio? Certo, se si è dei nostalgici si può anche fare, ma lascia il tempo che trova, perché rimarrai sempre limitato in una nicchia asfittica, priva di futuro, in sostanza, non futuristica, marinettianamente parlando.

    Ed aggiungo per finire: a destra, almeno nella sua parte più liberale, vi è sempre stato un incredibile interessamento all'attività individuale, al suo incentivo. Non è un caso infatti che con una destra attuale questa componente latiti spaventosamente ed è su questo che la critica di "assenza di liberalismo" nella destra italiana dovrebbe puntare, prima che dal punto di vista economico-finanziario. Quella è solo una conseguenza, ma senza la corretta forma mentis, verrebbe fuori un liberalismo annacquato, spento, fiacco, debole.
    Paradossalmente, invece, questa spinta liberale, di intraprendenza individuale, è stata la ragione del successo della cultura di sinistra. Non è solo necessario avere il comico famoso o lo scrittore famoso per creare egemonia, ma tutto il substrato popolare che ragiona e produce, crea e diffonde in tutti i modi, in tutti gli ambienti. I Ministri non c'entrano nulla. Senza gli "artisti di strada", senza la "manodopera" non vai da nessuna parte.

    Questa è la debolezza della cultura di destra attuale.
    Ultima modifica di Cabala Candelaia Circea; 12-10-09 alle 17:24

  3. #3
    Pasdar
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    Predefinito Rif: La cultura non è solo di sinistra. Ma la destra non vuole capirlo

    Rimproverare a de Turris la mancanza di liberalismo (e quindi richiedere nelle sue analisi che si analizzi il dato9 è come rimproverare a una pietra la mancanza di flessibilità.
    Ultima modifica di Defender; 12-10-09 alle 17:26
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

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    Predefinito Rif: La cultura non è solo di sinistra. Ma la destra non vuole capirlo

    Citazione Originariamente Scritto da Defender Visualizza Messaggio
    Rimproverare a de Turris la mancanza di liberalismo (e quindi richiedere nelle sue analisi che si analizzi il dato9 è come rimproverare a una pietra la mancanza di flessibilità.
    Il liberalismo è solo una faccia della medaglia.

    Guarda, il PCI creò egemonia culturale gramsciana pur non essendo mai al governo. Si commette un errore fondamentale qui: si sostiene che, essendo al governo ed avendo la maggioranza politica, si dovrebbe quindi avere automaticamente egemonia anche culturale.
    La DC stette al governo per 60 anni, ma l'avanguaria musicale, teatrale e letteraria la crearono gli artisti di "sinistra", non donsturziani, né degasperiani. Perché? Perché chiunque abbia anche solo una leggerissima infarinatura di psicoanalisi dovrebbe sapere che la concezione conservatrice della vita porta ad escludere un movimento culturale rivoluzionario, e quindi pregnante. La mentalità conservatrice si regge su capisaldi autocratici, su paletti ben definiti di rigore morale ed etico. Il pensiero progressista fa l'esatto opposto. Nella vita più politica, sono i conservatori spesso a vincere. Nella vita più culturale ed intellettuale, sono i progressisti.

    E se hai una concezione ferma delle cose, ferma nel senso di rigidamente strutturata, allora non potrai mai essere per definizione un artista, poiché l'artista più efficiente è colui che prende lo status quo e lo disossa, lo scardina o lo rimodella. Guarda Dalì: mi potresti dire che fosse "progressista"? Ovviamente no, ma era rivoluzionario, era un uomo di "destra" imprestato al pensiero progressista. Ed infatti vinse la sua battaglia.
    Atteggiamento che non è nella indole del pensiero conservatore ufficiale. Lo è, invece, nel pensiero più liberale, sebbene con le dovute precauzioni filosofiche.

    Quindi, il mio parere è che o i conservatori italiani cambiano atteggiamento, radicalmente, oppure avranno sì sempre maggioranza politica, ma non culturale, quella che crea i movimenti delle nuove generazioni. Ma facendo questo, si de-ideologizzerebbe, e quindi vi sarebbe un controsenso palese. Che fare dunque?

    Osserva il GOP: sta seguendo i democratici sulla strada dell'egemonia culturale e si sta trasformando in una corrente dei democrat di destra. Stessa cosa la sta facendo Cameron. Ed infatti quei due partiti non sono popolar-conservatori, come lo è la destra italiana, ma liberal-conservatori.

    Ecco cosa intendo per "critica liberale". Niente di più, niente di meno.

  5. #5
    Papessa
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    Predefinito Rif: La cultura non è solo di sinistra. Ma la destra non vuole capirlo

    Citazione Originariamente Scritto da Cabala Candelaia Circea Visualizza Messaggio
    Il liberalismo è solo una faccia della medaglia.

    Guarda, il PCI creò egemonia culturale gramsciana pur non essendo mai al governo. Si commette un errore fondamentale qui: si sostiene che, essendo al governo ed avendo la maggioranza politica, si dovrebbe quindi avere automaticamente egemonia anche culturale.
    La DC stette al governo per 60 anni, ma l'avanguaria musicale, teatrale e letteraria la crearono gli artisti di "sinistra", non donsturziani, né degasperiani. Perché? Perché chiunque abbia anche solo una leggerissima infarinatura di psicoanalisi dovrebbe sapere che la concezione conservatrice della vita porta ad escludere un movimento culturale rivoluzionario, e quindi pregnante. La mentalità conservatrice si regge su capisaldi autocratici, su paletti ben definiti di rigore morale ed etico. Il pensiero progressista fa l'esatto opposto. Nella vita più politica, sono i conservatori spesso a vincere. Nella vita più culturale ed intellettuale, sono i progressisti.

    E se hai una concezione ferma delle cose, ferma nel senso di rigidamente strutturata, allora non potrai mai essere per definizione un artista, poiché l'artista più efficiente è colui che prende lo status quo e lo disossa, lo scardina o lo rimodella. Guarda Dalì: mi potresti dire che fosse "progressista"? Ovviamente no, ma era rivoluzionario, era un uomo di "destra" imprestato al pensiero progressista. Ed infatti vinse la sua battaglia.
    Atteggiamento che non è nella indole del pensiero conservatore ufficiale. Lo è, invece, nel pensiero più liberale, sebbene con le dovute precauzioni filosofiche.

    Quindi, il mio parere è che o i conservatori italiani cambiano atteggiamento, radicalmente, oppure avranno sì sempre maggioranza politica, ma non culturale, quella che crea i movimenti delle nuove generazioni. Ma facendo questo, si de-ideologizzerebbe, e quindi vi sarebbe un controsenso palese. Che fare dunque?

    Osserva il GOP: sta seguendo i democratici sulla strada dell'egemonia culturale e si sta trasformando in una corrente dei democrat di destra. Stessa cosa la sta facendo Cameron. Ed infatti quei due partiti non sono popolar-conservatori, come lo è la destra italiana, ma liberal-conservatori.

    Ecco cosa intendo per "critica liberale". Niente di più, niente di meno.

    Interessante quanto dici.
    Mi piacerebbe tu ampliassi il concetto contenuto nella frase:

    "Atteggiamento che non è nella indole del pensiero conservatore ufficiale. Lo è, invece, nel pensiero più liberale, sebbene con le dovute precauzioni filosofiche."

    Vuoi?
    "Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
    (Sutra di diamante)

  6. #6
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    Predefinito Rif: La cultura non è solo di sinistra. Ma la destra non vuole capirlo

    Citazione Originariamente Scritto da primahyadum Visualizza Messaggio
    Interessante quanto dici.
    Mi piacerebbe tu ampliassi il concetto contenuto nella frase:

    "Atteggiamento che non è nella indole del pensiero conservatore ufficiale. Lo è, invece, nel pensiero più liberale, sebbene con le dovute precauzioni filosofiche."

    Vuoi?
    Certo.

    Secondo la teoria cognitiva, esistono solo due estremi, quello conservatore e quello progressista. Tutto il resto è una composizione, pesata, di queste due visioni del mondo. I liberali (o meglio, i liberalisti), intesi all'italiana, non all'americana, sono perciò un misto di conservatorismo e progressismo.

    Il pensiero conservatore, nella teoria cognitiva, si sviluppa tramite alcuni asserti fondamentali: una figura dominante, la figura maschile, il quale determina cosa è giusto da cosa è sbagliato. Il figlio è quindi cresciuto secondo una struttura educativa molto squadrata, categorica.

    Il pensiero progressista, al contrario, si basa su asserti diametralmente opposti: due figure paterne, uomo e donna, i quali per empatia comunicano la propria esperienza. Non esiste più un giudizio morale postulato, ma esiste invece un'etica più dinamica.

    La componente di progressismo nel liberalismo a cui mi rifaccio io è appunto la concezione dinamica dello status quo, il quale può ed in alcuni casi deve essere rimodulato a seconda dell'esigenza individuale ed individualista, non patriarcale. Nella concezione conservatrice più pura, l'individuo è soltanto frutto di una morale precisa e decodificata, statica ed immutabile, a meno che non sia il patriarca stesso a mutarla. Egli, l'individuo, non dovrà mai mettere in dubbio la figura dominante. Un liberale, come puoi immaginare, ha sì una chiara figura dominante da seguire, ma è egli stesso, non il padre, patriarca. Diventa egli stesso il padre e determina egli stesso una nuova morale. Il liberale quindi applica il progressismo alla concezione conservatrice della morale.

  7. #7
    Papessa
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    Predefinito Rif: La cultura non è solo di sinistra. Ma la destra non vuole capirlo

    Citazione Originariamente Scritto da Cabala Candelaia Circea Visualizza Messaggio
    Certo.

    Secondo la teoria cognitiva, esistono solo due estremi, quello conservatore e quello progressista. Tutto il resto è una composizione, pesata, di queste due visioni del mondo. I liberali (o meglio, i liberalisti), intesi all'italiana, non all'americana, sono perciò un misto di conservatorismo e progressismo.

    Il pensiero conservatore, nella teoria cognitiva, si sviluppa tramite alcuni asserti fondamentali: una figura dominante, la figura maschile, il quale determina cosa è giusto da cosa è sbagliato. Il figlio è quindi cresciuto secondo una struttura educativa molto squadrata, categorica.

    Il pensiero progressista, al contrario, si basa su asserti diametralmente opposti: due figure paterne, uomo e donna, i quali per empatia comunicano la propria esperienza. Non esiste più un giudizio morale postulato, ma esiste invece un'etica più dinamica.

    La componente di progressismo nel liberalismo a cui mi rifaccio io è appunto la concezione dinamica dello status quo, il quale può ed in alcuni casi deve essere rimodulato a seconda dell'esigenza individuale ed individualista, non patriarcale. Nella concezione conservatrice più pura, l'individuo è soltanto frutto di una morale precisa e decodificata, statica ed immutabile, a meno che non sia il patriarca stesso a mutarla. Egli, l'individuo, non dovrà mai mettere in dubbio la figura dominante. Un liberale, come puoi immaginare, ha sì una chiara figura dominante da seguire, ma è egli stesso, non il padre, patriarca. Diventa egli stesso il padre e determina egli stesso una nuova morale. Il liberale quindi applica il progressismo alla concezione conservatrice della morale.

    E dunque, seguendo il filo del tuo discorso anche relativo al post precedente, la creazione di una autentica cultura di destra liberale dovrebbe necessariamente attraversare e posizionarsi in una sorta di terra di mezzo tra conservazione assoluta e progressismo, in modo tale da mantenere alcune caratteristiche di base tradizionalmente conservatrice pur aprendosi alle necessarie dinamiche del cambiamento legato ai tempi....non credo sia cosa facile, piuttosto il frutto di un equilibrismo eternamente sul filo.

    Tu hai in mente chi potrebbe personificare un simile atto fondativo culturale da un punto di vista che so...filosofico, letterario, estetico? Secondo la tua ottica esistono già gli elementi su cui possa poggiare il fondamento di una nuova cultura liberale futuribile? O vanno radicalmente reinventati e scoperti?

    Sono di idee tradizionaliste rifacentesi al pensiero di Evola, Junger, Guenon e altri antimoderni, ma mi rendo perfettamente conto trattarsi di prospettive utopistiche legate ad una visione incompatibile con l'odierno ed è per questo che politicamente ho trovato logico identificarmi con il pensiero liberale, stante che trovo impossibile rinnegare praticamente gli aggiustamenti resi necessari dallo scorrere dei tempi storici e dal mutamento delle coscienze umane, pur dando per fondamentali alcuni valori tradizionali.

    Al momento non mi sento rappresentata, lo confesso. E ho trovato stimolante e molto lucido il tuo percorso analitico.
    Ultima modifica di primahyadum; 13-10-09 alle 00:33
    "Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
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  8. #8
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    Predefinito Rif: La cultura non è solo di sinistra. Ma la destra non vuole capirlo

    Citazione Originariamente Scritto da primahyadum Visualizza Messaggio
    E dunque, seguendo il filo del tuo discorso anche relativo al post precedente, la creazione di una autentica cultura di destra liberale dovrebbe necessariamente attraversare e posizionarsi in una sorta di terra di mezzo tra conservazione assoluta e progressismo, in modo tale da mantenere alcune caratteristiche di base tradizionalmente conservatrice pur aprendosi alle necessarie dinamiche del cambiamento legato ai tempi....non credo sia cosa facile, piuttosto il frutto di un equilibrismo eternamente sul filo.

    Tu hai in mente chi potrebbe personificare un simile atto fondativo culturale da un punto di vista che so...filosofico, letterario, estetico? Secondo la tua ottica esistono già gli elementi su cui possa poggiare il fondamento di una nuova cultura liberale futuribile? O vanno radicalmente reinventati e scoperti?

    Sono di idee tradizionaliste rifacentesi al pensiero di Evola, Junger, Guenon e altri antimoderni, ma mi rendo perfettamente conto trattarsi di prospettive utopistiche legate ad una visione incompatibile con l'odierno ed è per questo che politicamente ho trovato logico identificarmi con il pensiero liberale, stante che trovo impossibile rinnegare praticamente gli aggiustamenti resi necessari dallo scorrere dei tempi storici e dal mutamento delle coscienze umane, pur dando per fondamentali alcuni valori tradizionali.

    Al momento non mi sento rappresentata, lo confesso. E ho trovato stimolante e molto lucido il tuo percorso analitico.
    No, al momento non credo che vi siano gli elementi umani per portare avanti questa battaglia necessaria per il centro destra. Per un semplice motivo: c'è una volontà legittima di egemonizzare e cambiar rotta nella vita culturale italiana. Ma manca totalmente una strategia efficiente e soprattutto mancano le persone in grado di farlo. Non basta volerlo, bisogna anche saperlo fare.

    Basti pensare ad un dato su tutti: quante manifestazioni culturali di massa il centro destra ha sponsorizzato, fortemente voluto e radicato sul territorio?
    Non parlo del family day, parlo di attività culturali locali, di concerti, di spazi culturali sotto il controllo/direzione del partito. Quanti artisti il cdx ha lanciato ultimamente?

    Esempio pratico: se un ragazzino/a vuole iniziare a suonare con il suo gruppo, dove pensate possa andare? Quali sono gli spazi che gli concederanno un luogo dove esprimersi?
    Se un attore alle prime armi volesse recitare, dove pensate che vada a farlo?

    Il centro destra o capisce questo, oppure l'articolo iniziale è una cantata di sirena omerica e nulla di più.

  9. #9
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    Predefinito Rif: La cultura non è solo di sinistra. Ma la destra non vuole capirlo

    E' lampante l'egemonia culturale storica della sinistra in Italia: Leopardi, Verga, Pirandello, Lombroso, Marinetti, D'Annunzio, Gentile, Prezzolini, Soffici, Evola, Longanesi...

    Il problema è di propaganda e capacità di instaurare nell'opinione collettiva una verità artefatta (scuola gramsciana), grazie alla solita opera di omissione e demonizzazione: si pensi a Guerri, e soprattutto a Buttafuoco, che non si capisce per quale motivo non avrebbe diritto ad una trasmissione in prima serata Rai sui temi della letteratura.

    Se Benigni legge la Divina Commedia, avrà diritto ad uno spazio anche un plurititolato come Buttafuoco?

    Ma la guerra contro una macchina collaudata da decenni è durissima.
    Patria mihi est Italia, conditio ius sanguinis

  10. #10
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    Predefinito Rif: La cultura non è solo di sinistra. Ma la destra non vuole capirlo

    Citazione Originariamente Scritto da Cadorna Visualizza Messaggio
    E' lampante l'egemonia culturale storica della sinistra in Italia: Leopardi, Verga, Pirandello, Lombroso, Marinetti, D'Annunzio, Gentile, Prezzolini, Soffici, Evola, Longanesi...

    Il problema è di propaganda e capacità di instaurare nell'opinione collettiva una verità artefatta (scuola gramsciana), grazie alla solita opera di omissione e demonizzazione: si pensi a Guerri, e soprattutto a Buttafuoco, che non si capisce per quale motivo non avrebbe diritto ad una trasmissione in prima serata Rai sui temi della letteratura.

    Se Benigni legge la Divina Commedia, avrà diritto ad uno spazio anche un plurititolato come Buttafuoco?

    Ma la guerra contro una macchina collaudata da decenni è durissima.
    Volevi intendere "destra", immagino...è un refuso (speriamo non un lapsus freudiano.... )

    Ma hai ragione. Neppure in tempi di governo di cdx abbiamo visto spazi per quei pochi personaggi che qualcosa avrebbero da esprimere.

    Non solo...si esaltano a livello collettivo (una sorta di ipnosi di massa) figure massmediatiche sovrastimate (penso a Benigni e alle sue buffonesche lecturae Dantis) come se si fosse in presenza di elementi geniali da riverire.
    Un giochetto nel quale cadono tutti, anche coloro che di sinistra non sono.

    Sono in pochi a vedere la nudità dei re.
    Ultima modifica di primahyadum; 13-10-09 alle 01:26
    "Così penseremo di questo mondo fluttuante: una stella all'alba; una bolla in un flusso; la luce di un lampo in una nube d'estate; una lampada tremula, un fantasma ed un sogno:"
    (Sutra di diamante)

 

 
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