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  1. #1
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    -L'Italia non è un paese povero è un povero paese(C.de Gaulle)
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    Predefinito Gli alpini di ferruccio

    IL NEMICO RUSSO: ONORE ALLE GAVETTE DI GHIACCIO

    Alle prime luci dell’alba di quel 26 gennaio il Comandante dei reparti russi ammassati a


    Nikolajewka poteva a buon diritto considerarsi soddisfatto: l’ultima trappola stava per scattare, egli l’aveva preparata a puntino, in giornata avrebbe senz’altro segnato sulla neve, dinnanzi a



    Nikolajewka, la parola "fine" alla incredibile storia di quel moribondo Corpo d’Armata Italiano. Cosa si credevano quei dannati "alpini" o come si chiamavano? (…).
    Erano passate le ore della mattina, e il comandante russo si sentiva ancora più tranquillo: l’attacco degli alpini a Nikolajewka non raggiungeva nessun risultato, era un gioco il contenerlo, bastava sparare contro quei plontoncini sparsi, quelle mezze compagnie che si facevano avanti strisciando sulla neve; per inchiodarli bastava il tiro teso delle mitragliatrici, o al più un bel grappolo di bombe di mortaio, e i colpi secchi dei controcarro per far tacere qualche mitragliatrice isolata; gente di fegato senz’altro quegli alpini , ma non concludevano niente di più che farsi ammazzare.
    C’erano anche quegli altri, è vero, che nelle ultime ore si andavano ammassando sul costone ad est del paese: egli era salito più volte sul campanile della chiesa di Nikolajewka per osservarli meglio, se ne stavano là sulla sinistra, su quel costone che prendeva quota dal fondo della valletta, al di là della ferrovia, e si raccordava con la pianura aperta; se ne stavano là come torme di lupi affamati che non si arrischiavano di avvicinarsi all’abitato; erano molti, migliaia e migliaia; ma cosa importa, se era evidente che non avevano forza offensiva? Era inutile sprecare munizioni per quelli; per quelli andavano meglio le bombe e gli spezzoni di mitraglia dell’aviazione, che aveva già iniziato il suo intervento.
    Bastava tenerli bloccati là dov’erano, sulla neve, dopo il tramonto del sole e durante la notte il generale Inverno avrebbe fatto il suo servizio conclusivo, non valeva neppure la pena di far fatica ad annientarsi; sarebbe bastato salire lassù all’indomani per vedere lo spettacolo di un corpo d’armata impietrato al completo sulla neve, e al massimo saldare il conto con qualcuno più duro degli altri, sopravvissuto ai quaranta sotto zero.
    Dannazione, non la piantano, e c’è ancora un paio d’ore di luce – diceva più tardi il Comandante russo di Nikolajewka agli ufficiali rimasti nell’isla-comando – attaccano di continuo e con più forza di stamattina, non mi piacciono queste infiltrazioni al sottopassaggio della ferrovia e intorno alla stazione.
    Li respingiamo, e quelli tornano. Cosa vogliono? Non capiscono che li facciamo fuori a uno a uno, fossero anche cento volte più numerosi? Eppure, basterebbe che contassero i loro morti sulla neve (…).
    Certo, i suoi uomini combattevano bene. Stavano vincendo da quarantacinque giorni, in lungo e in largo per l’Ucraina; e si sa cosa vuol dire respirare l’aria di una vittoria sempre più grande. Ora erano lì schierati con le loro armi, facevano un fuoco d’inferno, non poteva passare una mosca. Certo però che quegli alpini avevano ancora del fiato in corpo. Molto. Incredibile, dopo la vita orrenda alla quale l’Armata Rossa li aveva sottoposti nell’ultimo mese e mezzo. Certo che erano riusciti ad infiltrarsi parecchio, qui e là, avevano annientato diversi nidi di mitragliatrici avanzati. Si facevano ammazzare, ma causavano anche forti perdite. Ma ci voleva altro. Anche quei due cannoni semoventi tedeschi che erano riusciti a mettere fuori uso qualche carro armato, erano stati costretti a ripiegare e tacere, si capisce: non potevano né proseguire né stare, finché i reparti alpini non ce la facevano ad avanzare in forze su Nikolajewka. Ancora mezz’ora, un’ora al massimo, poi il buoi, e tutto finiva; i suoi reparti avrebbero riposato al caldo delle isbe, lui avrebbe ordinato solo brevi turni agli uomini alle armi, un attento servizio di sentinelle, e dei pattuglioni a tener d’occhio il settore, che per quei pazzi italiani ormai si stava trasformando in ghiacciaia. E buonanotte, all’indomani avrebbe tirato le somme (…).
    Fuori l’aria era gelida, il sole ormai galleggiava all’orizzonte, tra poco sarebbe affondato. Le esplosioni si infittivano, granate cadevano qui e là fra le isbe, pallottole di mitragliatrice sibilavano,, quegli italiani avevano ripreso lena, effettivamente nuovi reparti avanzavano in ordine sparso sulla neve, proprio adesso non ci volevano quelle due compagnie sulla sinistra e sulla destra, che mettevano sotto tiro Nikolajewka dai fianchi e prendevano d’infilata le postazioni avanzate russe. Puntò il binocolo sul costone est, e osservò l’enorme massa d’uomini, non più immobili: una agitazione, una insofferenza nuova percorreva le schiere, come se una voce o un ordine passasse da uomo a uomo, era quel fremito oscuro che in una massa precede il tumulto. E’ soltanto una manovra pensò, testardo. E’ una grossa mandria, non scenderà mai dove si spara. Volse infine il binocolo al basso, alla ferrovia, e allora vide un’autoblinda che già avanzava, con ritto un uomo che si sbracciava; e con lui, introno a lui, dietro a lui avanzavano gruppi di uomini forsennati, e altri giù dalla neve sorgevano e accorrevano, o puntavano dritti verso le isbe, ormai al di qua della ferrovia, puntavano radi ma da ogni parte verso le mitragliatrici e i cannoni.
    "Sparate a quello! – gridò il Comandante fissando di nuovo attraverso le lenti del binocolo il piccolo uomo che sull’autoblinda avanzava puntando un braccio verso Nikolajewka; - sparate tutti contro quello!".
    Si ritrovò a gridare come un pazzo esasperato. Si contenne. Abbassò il binocolo, si guardò attorno, scambiò un’occhiata inquieta con l’aiutante maggiore: dalla parte della ferrovia, al bordo della conca, ora molti alpini avevano raggiunto sparando la linea dello schieramento russo, molte mitragliatrici tacevano, qualche anticarro veniva arretrato alla svelta e perciò taceva, varie isbe bruciavano, alcune compagnie avevano ripiegato in posizioni arretrate e gli uomini sparavano riparandosi dietro gli angoli delle isbe, pronti ad arretrare ancora".
    "Compagno Comandante – disse nervosamente l’aiutante maggiore – la massa sul costone si muove". Non occorreva il binocolo. Nell’ultima luce, a poco più di un chilometro di distanza, il Comandante vide che dalla sommità del costone il bordo inferiore della massa compatta si espandeva lentamente verso il basso. Sulla neve bianca, come un esercito di formiche, la massa scura scendeva verso Nikolajewka. "Compagno Comandante – disse un ufficiale del Comando giungendo di corsa, il vapore gli usciva a sbuffi dalla bocca – il settore verso la ferrovia non si può più tenere, il nemico ha occupato la fascia esterna del paese, bisogna attestarsi sulla parte alta, verso la chiesa".
    "Provvedete in questo senso", disse passivamente il Comandante. Guardò verso la ferrovia, l’omino non si vedeva più, né l’autoblinda; era certamente giunto fra le isbe, con quella torma di suoi dannati uomini che già sfruttavano ferocemente il loro successo tattico; impossibile ricacciarli ormai.
    Guardò il costone, la macchia nera si distingueva appena, nel primo buoi, ma era scesa.
    Strinse le labbra, aggrottò la fronte sotto il berretto di pelo. Era un valoroso soldato, i pensieri che gli attanagliavano il cervello gli facevano male. Presto: "Far affluire gli autocarri e i cannoni sulla pista nord", ordinò all’aiutante. "Motori accesi, ma tenere la pista sgombra, evitare intasamenti. Resistere all’attacco isba per isba, arretrare lentamente e con ordine. Ridurre gradualmente il numero dei combattenti sulla linea del fuoco, usare soltanto armi portatili e mitragliatrici leggere, caricare il resto".
    Duri, duri questi alpini, non avrei creduto tanto, ormai conviene arretrare, li finiremo domani, non voglio sacrificare altri miei uomini per quei pazzi scatenati (…).
    Nel buio, la massa scura continuava a calare, le schiere di testa avevano ormai raggiunto il sottopassaggio della ferrovia, in cui già s’imbottigliavano uomini, slitte e muli.
    Formicolante di braccia di gambe di barbe e di stracci, gonfia e mesta dal dolore, nella sua mole informe e gigantesca, sulla via aperta del sacrificio della "Tridentina" la massa stava calando dal costone e già risaliva, affannando, verso le isbe di Nikolajewka.

    di Giulio Tedeschi
    da "Corriere della Sera" - 26 aprile 2003


    Tieni Ferruccio, godi.

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  2. #2
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    Predefinito PER PASQUINO

    GRAZIE PASQUINO !

    GODO E TANTO.

    " SOLO IL CORPO ALPINO ITALIANO ESCE IMBATTUTO DAL SUOL DI RUSSIA "

    da un bollettino dello STAVKA . comando generale esercito russo.


    Grazie ancora e buona Domenica !

  3. #3
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    -L'Italia non è un paese povero è un povero paese(C.de Gaulle)
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    Predefinito Re: PER PASQUINO

    In Origine postato da Ferruccio

    " SOLO IL CORPO ALPINO ITALIANO ESCE IMBATTUTO DAL SUOL DI RUSSIA "
    esagerato.

  4. #4
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    Predefinito Re: Re: PER PASQUINO

    In Origine postato da Pasquin0
    esagerato.
    Sono parole dello STAKVA mica mie !

    Un saluto

 

 

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