La nostra storia.
Le testimonianze di chi allora aderì alla Repubblica sociale
La Puglia negli «ultimi giorni di Salò»
Per patriottismo e coerenza: dicono. Ma le stragi naziste e l'olocausto?

Sessant'anni fa circa, nel novembre del 1943, fu fondata la Repubblica sociale italiana. Era un tentativo per continuare la guerra contro gli angloamericani. Per alcuni storici, la Rsi fu voluta dai tedeschi, per legittimare la loro presenza nel Nord Italia; secondo chi vi aderì, invece, per limitare lo strapotere delle truppe del Reich. L'Italia era divisa in due e la guerra era già chiaramente segnata a favore degli angloamericani. Ciononostante, molti giovani aderirono e andarono a combattere. Tuttavia dal Sud, dove c'erano le truppe alleate e il re Vittorio Emanuele III, che era fuggito in tutta fretta da Roma con la famiglia, non furono molti ad andare al Nord.
D'altronde, pur volendo aderire, non era facile superare la linea gotica, controllata dagli alleati (non mancarono giovani diretti al Nord intercettati e rispediti a casa; come d'altronde non mancarono giovani meridionali che tentarono di raggiungere il sud libero, e furono anch'essi intercettati dai tedeschi).
La Puglia non fece eccezione: molti dei pugliesi aderenti a Salò erano già al Nord (un libro sulla presenza di pugliesi nella Rsi manca). Giuseppe Mastroserio, oggi novantenne, tuttora vispo e responsabile dell'associazione d'arma «Milizia», della Guardia nazionale repubblicana, sostiene che «aderì un buon numero, ma superare la linea Gotica era molto difficile. Molti altri erano già al Nord. Attraversare le linee non era facile. Io ero a Roma quando fu costituita la Repubblica sociale e aderii. Non rinnego nulla, nulla di nulla. È vero, ci possono essere stati anche degli errori, questo sì, ma eravamo lì per l'onore, per difendere l'Italia dagli angloamericani e dai partigiani titini».
Per altri che aderirono alla Rsi i momenti più difficili arrivarono quando la guerra civile finì, e ci fu l'inevitabile «redde rationem» per chi si era schierato con i tedeschi. Le esecuzioni dei fascisti o comunque di coloro che avevano aderito alla Rsi proseguirono fino al 1947. Ma, a quanto pare, tutto ciò non successe a militari pugliesi che avevano aderito all'Esercito repubblicano, come all'altamurano Giovanni Plotino che fu fatto prigioniero e poi la fece franca. O per il barese Leonardo di Bari, sergente della X Mas, fra i primi a entrare in Trieste liberata dai partigiani titini, primo a entrare nel Municipio e a issare al balcone il tricolore. Andò bene anche a Enrico Bàrbera, di Minervino, combattente della Guardia nazionale repubblicana, che alla fine dell'aprile del'45, dopo una fuga rocambolesca, si nascose per mesi in un monastero, all'insaputa della maggior parte delle suore.
Il barese Giuseppe Citelli, 84 anni oggi, era a Varese quando aderì la Repubblica sociale. «Sapevo che la guerra era persa ma non potevamo lasciare tutto, dopo la fuga del re volevamo dimostrare che i soldati italiani non erano traditori, voltagabbana. Mi arruolai nella Guardia nazionale repubblicana e combattetti. Fui internato nel campo di concentramento di Coltano, vicino Pisa, dove ho visto soldati Usa uccidere per nulla militari della Rsi. Ho conosciuto bene il federale di Milano, Vincenzo Costa e lo scrittore Ezra Pound che gli americani ritenevano un traditore perché aderì alla Rsi e lo tenevano chiuso in una gabbia esposta al sole, peggio che allo zoo». A Coltano fu rinchiuso anche Pio Ulivieri, foggiano, capitano della Divisione Italia. Ha 91 anni e vive a Bari da più di 50 anni.
Ma la testimonianza più dettagliata è quella di un marò della Decima Mas, Angelo Apicella, barese, oggi 79enne, volontario in guerra, dove combattè a Bir el Gobi e poi aderì alla Rsi (anche suo fratello Ennio aderì alla Rsi e cadde combattendo contro gli americani). «Ero in libera uscita, a Sarzana, con altri commilitoni, fra i quali ricordo alcuni baresi e nella piazza da un altoparlante fu diffuso il proclama secondo il quale la guerra era finita. Tornammo all'accampamento per sapere che fare. Decidemmo di non deporre le armi e di dirigerci alla Spezia, per unirci ai mezzi d'assalto della Marina militare. Fummo accolti e inquadrati, dopo un breve addestramento, nel battaglione Barbarigo della Decima Mas del principe Junio Valerio Borghese. Fra i suoi più stretti collaboratori, l'alto ufficiale Enzo Grossi, di famiglia coratina». Apicella continuò nella Val d'Ossola, nella selva di Tarnova, poi finì nel campo di concentramento del lido di Venezia, dove ci rimase sei mesi. «Aderii alla Rsi - dice - perché ero fascista. La guerra civile fu dura: ho ancora negli occhi i resti di trecento alpini che furono fatti spogliare, furono torturati e poi uccisi dai partigiani titini».
Anche il sacerdote Olindo del Donno, cappellano militare che partecipò alla guerra di Russia, aderì alla Rsi, dopo aver superato la linea Gotica di notte. Dice: «La mia fu una testimonianza di fede religiosa e di fedeltà alla bandiera. Un impegno per la patria, che era stata bistrattata, ma anche un'esigenza per la nostra coscienza».
Le loro dichiarazioni chiariscono la buona fede di tanti militari che aderirono alla Rsi, una repubblica che tuttavia convisse (e subì) con le stragi e le efferatezze dei nazisti.

Manlio Triggiani
La Gazzetta del mezzogiorno
20 01 04