Casini si defila, ora sulla verifica il vicepremier teme l'isolamento. Voci, smentite, di una telefonata tra i due
"Silvio sa che faccio sul serio..."
di BARBARA JERKOV


Gianfranco Fini

ROMA - "Maledetto il giorno che mi sono infilato in questa storia...". Non è tipo da lasciarsi andare agli sfoghi emotivi, Gianfranco Fini. E invece stavolta in via della Scrofa raccontano di un leader che, arrivato alla fine della scorsa settimana, non faceva proprio niente per nascondere la preoccupazione. "Maledetto il giorno...", appunto. Ieri, però, l'umore del vicepremier si è trasformato. La marcia indietro della Lega sulla devolution, nonostante i sospetti di chi parla di una manovra architettata da Bossi per sottrarre agli alleati un'arma di ricatto nella verifica, è stata letta da Fini come una vittoria strategica. "Berlusconi ha capito che faccio sul serio", ha spiegato a sera ai suoi con tono bellicoso, "convocando i nostri senatori a quarantott'ore dal voto del Senato abbiamo dato un segnale forte, il segnale che non scherziamo, esattamente come sul futuro del governo".

Berlusconi rientra a Roma oggi e domani potrebbe esserci l'atteso vertice di maggioranza. Il premier vuole chiudere entro sabato, giorno della fastosa kermesse di Forza Italia. Ieri si era sparsa la voce di una serie di telefonate con i leader alleati, segnale, secondo Forza Italia, di una crisi in via di soluzione. Telefonate smentite però sia da An sia dall'Udc, dove la tensione resta alta.

Venerdì scorso Fini aveva avuto a Montecitorio un lungo colloquio con Casini. Quando ne è uscito, è apparso affranto ai fedelissimi. Affranto, dicono proprio così. Perché in quella franca chiacchierata con il vecchio amico oggi salito alla terza carica dello Stato Fini ha avuto la conferma di come, secondo Casini, l'Udc avrebbe solo da guadagnare a rinviare il rimpasto a dopo le europee. "Mi rendo conto che tu invece, anche per tenere buoni i tuoi, hai l'esigenza di risolvere la verifica adesso", ha sorriso il fondatore del Ccd, "e per lealtà non ti lasceremo solo". Parole che invece di rassicurare il vicepremier gli hanno dato la brutta sensazione di essere a un passo, come ha confidato ai suoi colonnelli, dall'essere "mollato" dai centristi.
- Pubblicità -


Certo, Fini sa bene che in questa partita un conto è Casini, altro conto è Follini. Soprattutto sulla prospettiva di lista unica alle elezioni di giugno, tornata attuale. Il presidente della Camera, poi, spinge perché il leader centrista accetti la pressante offerta di Berlusconi di entrare nel governo. Follini resiste. "Solo se si arrivasse a un'autentica pacificazione della Casa delle libertà, di cui il mio ingresso nel governo fosse un tassello indispensabile, mi troverei costretto ad accettare", ha spiegato ai suoi. In tal caso potrebbe assumere un ministero senza portafoglio per continuare a guidare il partito: magari le Politiche comunitarie, se è vero come si dice che Buttiglione preferirebbe trasferirsi a Bruxelles come commissario europeo. O magari con un ministero ad hoc. E' saltata fuori perfino l'idea di offrire a Follini il ruolo, del tutto nuovo per l'Italia, di "ministro portavoce del governo".

Nel quartier generale centrista assicurano che Fini non ha nulla da temere dall'Udc. "Per noi il gioco di squadra di queste settimane è qualcosa che va ben oltre la tattica, è una prospettiva politica in cui crediamo sul serio", dettano perentori. "Semmai sappiamo che Berlusconi sta offrendo a Fini poltrone di ogni specie per provare a divaricarci, scommettendo sui problemi interni di An...". "Quello che ho posto non è un problema di poltrone ma di cambiare il passo del governo: questo vuol dire maggiore collegialità", insiste a ripetere Fini. Il quale, più che su una poltrona ministeriale, per sé punta a presiedere un consiglio di gabinetto dotato del potere di fissare l'agenda trimestrale dell'esecutivo, a partire dai temi dell'economia: un modo per limitare l'autocrazia di Tremonti, a maggior ragione se nel consiglio di gabinetto alla fine entrasse anche Follini.

Ecco perché a La Russa, Bocchino e Briguglio che, reduci da una serie di incontri con i loro omologhi forzisti Bondi e Cicchitto, gli hanno portato un appunto con un ventaglio di possibili soluzioni, il vicepremier ha risposto picche. No al ministero delle Attività produttive, per dar vita a un "polo economico" alternativo a via XX Settembre. No alla presidenza del Cipe. No anche a un ministero "per lo sviluppo" tutto da inventare, ma senza le deleghe per il Mezzogiorno che, i vertici forzisti hanno spiegato ai colleghi di An non essere oggetto di trattative. Micciché, al pari di Tremonti, non si tocca. Semmai, Bondi e Cicchitto hanno avuto mandato dal premier di trattare su altri punti: i ministeri tecnici (la Funzione pubblica è stata offerta a D'Antoni) e qualche spostamento di delega da un dicastero all'altro.

"La riforma Bassanini ha dato via a degli accorpamenti assurdi, sommando le competenze di quattro, cinque ministeri in uno", spiega Bondi. "Adesso è troppo tardi per smontarla pezzo per pezzo, ma qualche piccolo ritocco è senz'altro possibile". Piccolo, però.


(21 gennaio 2004