L'obiettivo di Bobbio: depurare Marx
Di Gianfranco Morra
Per "purificare" il marxismo dagli eccessi leninisti e staliniani, Bobbio aveva fatto conoscere in Italia, sul finire degli anni quaranta, le opere giovanili di Marx, soprattutto i "Manoscritti economico - filosofici", nei quali la dimensione umanistica prevale su quella utopistica del "Manifesto" e su quella pseudoscientifìca del 'Capitale". Contribuendo così alla nascita di un mito menzognero: che il totalitarismo non sia implicito nel marxismo, ma sia stato solo il tributo pagato in Russia alla arretratezza sociale e politica.
Nell'epoca della democrazia di massa Bobbio non poteva che trasformare, nella linea che da Gobetti e Rosselli giunge a Calogero e Capitini, il suo "lib" in un "lab", ossia sentirsi vicino soprat_tutto al socialismo democratico. Egli riteneva che la tesi di Gramsci, dell'intellettuale organico che si realizza nel Partito, fosse pericolosa per la libertà della cultura. L'intellettuale, per lui, deve interessarsi di politica, ma non essere al servizio dei partiti («indipendente ma non indifferente»).
Era naturale che non si iscrivesse ai partiti, ma appoggiasse quelli che, di volta in volta, realiz_zavano a sinistra alcune delle sue proposte. Fu vicinissimo al PSI di Pertini, che infatti lo fece senatore a vita nel 1984, e ancor più fu nemico di Craxi.
Fu, in qualche modo, il bostik ideologico della sinistra, sempre pronto a richiamarla ai "lumi" della ragione, ma anche ad appoggiare le sue battaglie.
Negli anni della contestazione, che nell'università di Torino ebbe uno dei suoi punti focali, il suo insegnamento ispirò non pochi, nella lotta contro lo "Stato padrone".
Nel '72, 600 intellettuali firmarono contro Luigi Calabresi, definendolo «commissario torturatore» e «responsabile della fine di Pinelli». Calabresi sarà assassinato poco dopo da militanti della Lotta Continua di Adriano Sofri. Quel manifesto recava anche la firma di Norberto Bobbio. La cui autorità crebbe a tal punto, da essere chiamato il guru della sinistra. Una definizione del tutto fuori luogo, non meno dell'altra: "papa laico della sinistra".
Bobbio nulla aveva dello spirito religioso e del suo fascino. La sua po_litica non era una missione, ma un progetto scientifico, egli stesso era un travet dell'illuminismo, sempre cauto e guardingo, un artigiano che produceva tute di amianto e museruole più che vessilli e labari.
La sua fama tanto si accrebbe dopo il 1989, quando cadde il comunismo. Ora una sinistra "illuminata" era possibile e Bobbio non mancò di cavalcarla. Ce lo spiegò nel saggio: "Destra e sinistra" ('94). Purtroppo poco dopo cadde anche il socialismo italiano, per motivi meno nobili.
Essere lab era difficile e nell'internazionale socialista erano entrati gli eredi di Togliatti. Non perciò Bobbio abbandonò il suo impegno di politica culturale. Il suo bersaglio è ora la "destra' e, ancor più, il "rozzo" uomo politico che ne era leader, Berlusconi.
Bobbio continuò la sua corsa senza ostacoli e rispolverò l'antifasci_smo proprio nel momento in cui non aveva più senso alcuno. Ancora nel '99, quando il giornalista Pietrangelo Buttafuoco si recò da lui per una intervista, lo accolse con questa domanda: «Ecco, mi spiega perché lei è fascista?». Una domanda priva di risposta, dato che nessuno più, in quegli anni, poteva essere fascista o antifascista, se non i fantasmi di Bobbio. Il quale rimaneva legato ad uno schema fuorviante, che più volte aveva sostenuto.
Compagno di strada dei comunisti, egli ne stigmatizzava gli errori e gli eccessi, ma non mancava poi, non diversamente da Eric Hobsbawm, di fare l'agghiacciante distinzione: Stalin ne ha commessi tanti di errori, ma tutti anirnati da nobili ideali e aspirazioni di giustizia, che mancavano del tutto in Hitler, il "male assoluto".
Da Libero del 10 gennaio 2004


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