Risultati da 1 a 8 di 8
  1. #1
    I amar prestar aen
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    Predefinito Bbc, retromarcia sulle armi di Saddam

    Trasmessa un’intervista allo scienziato Kelly, morto suicida: «Bagdad è una vera minaccia»


    DAL NOSTRO CORRISPONDENTE
    LONDRA - Colpo di scena: quando manca una settimana esatta dal rapporto di Lord Hutton sulla morte di David Kelly, l’esperto di armi trovato suicida nel luglio dello scorso anno, la Bbc tira fuori dall’archivio, come un prestigiatore che estrae il coniglio dal cappello, un’intervista inedita che rovescia il caso. Nel filmato trasmesso iersera da Panorama , il maggior programma giornalistico, ci appare Kelly, col volto ascetico incorniciato dalla barba, che soppesa le parole per dire che certo Saddam possiede armi di distruzioni di massa ed è pronto a usarle, anche se non entro 45 minuti, come disse il premier Tony Blair, bensì «nel giro di giorni o settimane». Non solo la Bbc sconfessa così il reporter Andrew Gilligan, che accusò il governo d’avere inserito dati che sapeva falsi nel dossier sulle armi di Saddam: condanna pure i dirigenti della tv di Stato che si fidarono di Gilligan senza controllarne gli appunti, scommettendo così «la casa su fondamenta malferme». La svolta provoca stupore, attenuato solo dalla notizia che Lord Hutton, almeno lui, era stato informato dell’intervista ignota a tutti e, quindi, ne terrà conto nel suo verdetto.
    L’intervista di Kelly, concessa nell’ottobre 2002, cioè un mese prima del dossier del governo e otto mesi prima del suicidio, è clamorosa sia per ciò che dice che per il momento in cui viene rivelata. La sostanza è chiara: pur ammettendo che «l’intrinseca capacità dell’Iraq è stata ridotta dal 1991» e che l’intelligence occidentale manca di certezze, per cui «in verità non sappiamo in quale modo» le armi possano essere utilizzate, tuttavia Kelly è sicuro che Saddam abbia tali armi: «Anche se non sono innescate e dispiegate proprio oggi, esiste la capacità di farlo nel giro di giorni e settimane». Intende armi batteriologiche, Kelly, e aggiunge: «Parliamo di Israele e Iran, qui, e di certo egli (Saddam) può usare le armi contro di loro. E non c’è bisogno di un grande arsenale per avere un affetto militare terribile».
    Il senso politico di queste parole dall’oltretomba è evidente: non assolvono Blair da errate valutazioni sull’esistenza delle armi di sterminio, ma confermano che la sua convinzione era avvalorata dagli esperti. La colpa dell’errore, se si crede a Kelly, passa dalle spalle dei politici a quelle dei servizi segreti. E non è un caso che un ex capo del Joint Intelligence Committee dica che i suoi successori sono caduti «nel circolo magico del primo ministro» lasciandosi così trascinare a valutazioni non «spassionate». In fondo, la famosa accusa di Gilligan al governo (anzi, al portavoce Alastair Campbell) di avere «reso più affascinante» il dossier non si ritrova nei suoi appunti delle conversazioni con Kelly.
    Più comprensibile, quindi, che Kelly stesso si sentisse vittima nello scontro tra Downing Street e Bbc , anche se ciò non giustifica il suicidio.
    Ma sconcerta il comportamento della Bbc . Si ha l’impressione che sia in atto uno scontro interno, dove i dirigenti sono, scrive un giornale, «baroni medioevali che si battono per far prevalere la loro versione della guerra delle due rose». Divulgata prima, l’intervista avrebbe rovinato la reputazione di molta gente. Resa nota oggi, svela una verità prima che sia sentenziata da Hutton.
    Pochi si salvano dalle rivelazioni di «Panorama», se non il direttore generale, Greg Dike, il quale, alle prime proteste da Downing Street, avrebbe gridato: «Abbiamo raccontato bene questa fottuta vicenda? Altrimenti, è meglio rimediare subito». Invece, s’è atteso fino a ieri.
    Di certo, la questione delle armi di sterminio di massa non sarà dimenticata presto. Ieri l’International Institute for Strategic Studies ha emesso un rapporto sugli armamenti della Corea del Nord e l’ha fatto precedere dalla confessione che un suo vecchio dossier, in cui si diceva che Saddam «avrebbe probabilmente usato armi chimiche» in caso d’attacco, «si è rivelato sbagliato».
    Una ammissione dovuta, prima di nuove ipotesi su un altro Stato canaglia. Per la cronaca: il rischio che Pyongyang abbia già armi nucleari con cui colpire la Corea del Sud o il Giappone è notevole, ma «c’è ancora tempo per sforzi diplomatici tesi a eliminare l’arsenale nucleare finché è limitato a un pugno di ordigni nucleari».

    Alessio Altichieri

    © Corriere della Sera

    Cordiali Saluti
    E voi tutti, o Celesti, ah! concedete,
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    Dell'armi onusto de' nemici uccisi,
    Dica talun: NON FU SI' FORTE IL PADRE:
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  2. #2
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    DA RIDERE.......SI DICE E NON SI DICE........ SI FA CAPIRE MA SI SMENTISCE...........CHISSà QUALI PRESSIONI SONO STATE FATTE PER SALVARE BLAIR DALLA FORCA.......
    IN UN CASO DEL GENERE SAREBBE STATO GIUSTO METTERE SUBITO BLAIR IN GALERA PER EVITARE CHE POTESSE MANIPOLARE LE PROVE E FAR CA,NOARE VERSONE AI TESTIMONI......
    COMUNQUE IL POVERO KELLY è MORTO E POSSONO FARGLI DIRE CIò CHE VOGLIONO.....
    MENTRE ADM SI CONTINUA A NON TROVARSENE...
    su questo forum è meglio non rispondere ai fessi!
    PURTROPPO GLI ITALIANI SI BEVONO QUALSIASI MINCHIATA, DA SEMPRE (CETTO LA QUALUNQUE)

  3. #3
    I amar prestar aen
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    In Origine Postato da antonio
    non e' una retromarcia..ma , casomai, una conferma delle menzogne... le AdM non ci sono.
    ci hanno creduto...era giusto crederci e farlo credere per poter giustificare la guerra agli occhi dell'opinione pubblica.
    ma i fatti dimostrano che non ci sono.
    dunque sara' interessante capire come si e' arrivati a far credere che esistessero e come e' possibile che ci siano cascati pure i Tony Blair...
    tantopiu' che la guerra era gia' decisa da tempo..molto prima dell'11 settembre..
    E' dal 1998 che Gli Usa (Cilnton presidente) se ne parlava se non c'era 11/9 al posto dell'Afganistan ci sarebbe stato l'Iraq.

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  4. #4
    I amar prestar aen
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    In Origine Postato da antonio
    infatti le AdM non si trovano.
    e questo e' il punto.
    tutto il resto ci dice casomai che siamo in mano a degli incompetenti..perche' sono arrivati a dare per certe possibilita' belliche inesistenti...AdM..armi atomiche...45 minuti...
    il tutto per giustificare una guerra che era gia' decisa da tempo..
    diciamo dal giorno stesso dell'insediamento di Bush...
    Come gia detto sbagli i tempi, fai un errore simile a quello di Barbara Palombelli.

    http://www.wittgenstein.it/cr/spinelli.html

    Gentile signora Barbara Spinelli, domenica ha iniziato il suo consueto editoriale sulla Stampa con una "menzogna". Le chiedo scusa per l'uso brutale della parola "menzogna" ma, diciamo così, è una sua citazione. E' stata lei a scriverla più volte nel corso del suo articolo, a proposito della politica estera dell'Amministrazione Bush.
    Vengo subito al merito della "menzogna" (la sua, non quella di Bush). Lei ha scritto alla prima riga questa frase: "Abbattere i tiranni ed esportare la democrazia: alla fine, non avendo trovato le armi di distruzione di massa e non potendo certificare l'esistenza di un patto fra Saddam e i terroristi che avevano abbattuto le torri di New York, l'amministrazione americana è giunta a quest'ultima giustificazione della guerra iniziata nel 2003 in Iraq". Ha scritto "alla fine", "infine", "quest'ultima". Secondo lei, dunque, "non avendo trovato le armi di distruzione di massa", l'Amministrazione Bush "è giunta a quest'ultima giustificazione", cioè "estendere l'uso della democrazia nei paesi petroliferi del Golfo e in Medio Oriente, far sì che i popoli governino se stessi senza l'oppressione d'un tiranno". Di questo progetto, scrive ancora, "Bush vuol apparire ultimamente profeta, e garante". Lei scrive "ultimamente". Gentile signora, ha scritto una "menzogna", peraltro su un grande giornale che meglio di altri ha raccontato ai suoi lettori le ragioni e le finalità della guerra al terrorismo.
    Sia chiaro, gentile signora: Bush ha certamente sempre parlato delle armi (che non si sono trovate ma che tutti, Onu, Francia e Saddam compresi davano per scontato che ci fossero) e di legami tra Iraq e al Qaida (che sono stati provati), ma contemporaneamente non ha mai nascosto che l'obiettivo di questo enorme sforzo contro il terrorismo fosse la sicurezza degli Stati Uniti, e che la sicurezza nel lungo periodo non potesse che essere assicurata dalla liberazione dalla tirannia e dall'avvio del processo liberale e democratico in Medio Oriente. Non è una mia opinione, è un suo errore. Una sua "menzogna" direbbe lei. La prego di prendere un taccuino e segnarsi queste date e queste frasi che dimostrano la fallacità delle sue affermazioni.
    Ottobre 2002, 15 mesi fa, non "ultimamente", la risoluzione del Congresso americano che autorizza l'uso della forza contro l'Iraq dice esplicitamente che, come già previsto dall'Iraq Liberation Act, "la politica degli Stati Uniti deve essere quella di sostenere gli sforzi per rimuovere dal potere l'attuale regime iracheno e promuovere la nascita di un governo democratico che rimpiazzi quel regime". Preso nota? Bene. Qualche giorno prima, il 19 settembre 2002 (16 mesi fa, non "infine"), Bush ha presentato il testo della risoluzione, e alla domanda di un giornalista che chiedeva se l'obiettivo del "cambio di regime" facesse parte della risoluzione, ha risposto: "Sì, questa è la politica del governo".
    Se non le bastasse, e sempre restando ai documenti ufficiali, nel discorso sullo Stato dell'Unione del 29 gennaio 2002, Bush ha detto che "l'America starà sempre fermamente al fianco delle non negoziabili richieste di dignità umana: stato di diritto, limiti al potere dello Stato, rispetto delle donne, proprietà privata, libertà di parola; giustizia equa e tolleranza religiosa. L'America sarà sempre a fianco degli uomini e delle donne coraggiose che reclamano questi valori nel mondo, incluso nel mondo islamico". Perché crede di essere più buona? No, "perché ha un obiettivo più grande che non la semplice eliminazione delle minacce e del contenimento del rancore. Noi oltre la guerra al terrore, cerchiamo un mondo giusto e pacifico".
    Non le sembra chiaro? Legga allora cosa rispose Bush, era il 7 settembre del 2002, a una giornalista che gli chiedeva quale fosse "davvero il suo obiettivo in Iraq: le armi di distruzione di massa o Saddam Hussein?". Lo sventurato rispose: "L'Amministrazione Clinton ha sostenuto il cambio di regime. Molti senatori hanno sostenuto il cambio di regime. La mia Amministrazione continua a sostenere il cambio di regime".
    Ancora. Siamo sempre nel 2002, due anni solari fa. A Cincinnati, citando un ispettore dell'Onu, Bush ha spiegato perché tra tutti i regimi con armi di distruzione di massa sarebbe stato necessario fermare proprio l'Iraq: "Il problema fondamentale dell'Iraq è la natura stessa del suo regime". Bush sperava ancora che Saddam accettasse di adempiere alle risoluzioni Onu, se lo avesse fatto non ci sarebbe stata la guerra. Lei, signora Spinelli, potrebbe dire: vedete? la democrazia non c'entra, Bush voleva solo il disarmo, del regime non gli interessava un fico secco. E invece no, gli interessava. Sempre in quel discorso, infatti, Bush ha detto che se Saddam avesse adempiuto agli obblighi imposti dalla comunità internazionale sarebbe stato un fatto così clamoroso che avrebbe, di per sé, "cambiato la natura stessa del regime iracheno".
    Stessa cosa nei giorni seguenti, alle domande dei giornalisti su quale fosse il vero obiettivo, le armi o Saddam, Bush ha sempre detto: il cambio di regime. Oltre alle armi, insomma, c'era da abbattere la dittatura. Tutti i discorsi, gentile signora, può trovarli sul sito della Casa Bianca.
    Arriviamo al 2003. Ventisei febbraio, un mese prima dell'inizio della guerra, discorso all'American Enterprise Institute (la citazione, qui, è lunga, perché Bush ha parlato soltanto della necessità di esportare la democrazia in Medio Oriente): "Intervenire per rimuovere la minaccia contribuirà in modo essenziale alla costruzione di una sicurezza e stabilità durature per il nostro pianeta. L'attuale regime iracheno ha dimostrato ampiamente come la tirannia abbia la capacità di diffondere la discordia e la violenza in tutto il Medio Oriente. Un Iraq liberato mostrerà come la libertà abbia la forza di trasformare questa regione di importanza vitale, portando speranza e progresso nella vita di milioni di persone. La preoccupazione dell'America per la sicurezza e la sua fede nella libertà conducono nella stessa direzione: a un Iraq libero e pacifico. I primi a trarre vantaggi da un Iraq libero saranno gli stessi iracheni. Oggi vivono nella miseria e nella paura, sotto il giogo di un dittatore che non gli ha dato altro che guerra, povertà e tortura. La loro vita e la loro libertà non contano niente per Saddam; ma per noi sono assolutamente importanti. Portare la stabilità e l'unità in un Iraq libero non sarà facile. Ma questa non è una scusa per lasciare che le camere di tortura e i laboratori di armi chimiche del regime iracheno continuino a funzionare. Qualunque futuro si sceglierà il popolo iracheno sarà sempre migliore dell'incubo in cui li costringe a vivere Saddam".
    Continua Bush, peraltro anche in italiano, gentile signora Spinelli, in particolare sul Foglio del 28 febbraio: "Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di stabilire la forma precisa del nuovo governo iracheno. Questa scelta appartiene al popolo dell'Iraq. Tuttavia, non permetteremo che un brutale dittatore sia sostituito da un altro uguale a lui. Tutti gli iracheni dovranno avere voce in capitolo nel nuovo governo, e a tutti i cittadini dovranno essere garantiti i propri diritti. La ricostruzione dell'Iraq richiederà l'impegno attivo di molte nazioni, compresa la nostra: resteremo in Iraq per tutto il tempo necessario, e non un giorno di più. L'America ha già preso e rispettato in passato questo tipo di impegno: nella pace seguita alla Seconda guerra mondiale. Dopo avere sconfitto i nemici, non abbiamo lasciato eserciti d'occupazione ma Costituzioni e Parlamenti. Abbiamo creato un'atmosfera di sicurezza, grazie alla quale capi locali riformisti hanno potuto dare vita a stabili istituzioni di libertà. Nelle società che avevano nutrito il fascismo e il militarismo, la libertà ha messo radici permanenti. Ci fu un momento in cui molti dissero che il Giappone e la Germania erano incapaci di vivere nel rispetto dei valori democratici. Ebbene, si sbagliavano. Oggi alcuni dicono la stessa cosa dell'Iraq. Si sbagliano anche loro. La nazione irachena _ con la sua prestigiosa eredità culturale, le sue abbondanti risorse e la sua capace e istruita popolazione _ è perfettamente in grado di muoversi verso la democrazia e verso una vita vissuta in piena libertà".
    Legga qui, gentile signora, la guerra non era ancora iniziata: "Il mondo ha un evidente interesse nella diffusione dei valori democratici, perché le nazioni solide e libere non alimentano le ideologie della violenza. Incoraggiano invece la ricerca di una vita migliore. E nel Medio Oriente ci sono segnali di una voglia di libertà che danno molte speranze. Gli intellettuali arabi hanno invitato i governi degli Stati arabi ad affrontare il problema della 'mancanza di libertà', in modo che i loro popoli possano avvantaggiarsi pienamente dei progressi della nostra era. I leader della regione parlano di una nuova Carta degli Arabi che promuova le riforme interne, una maggiore partecipazione politica, l'apertura e la trasparenza economica, e il libero commercio. Dal Marocco al Bahrein e anche oltre, le nazioni stanno facendo passi concreti in direzione delle riforme politiche. Un nuovo regime in Iraq rappresenterà un esempio di libertà straordinario e ispiratore per altre nazioni della regione. E' una cosa presuntuosa e insultante sostenere che un'intera regione del mondo _ o un quinto dell'umanità, di religione musulmana _ sia in qualche modo sorda alle più fondamentali aspirazioni della vita. Le culture possono essere diverse tra loro. Ma, in qualsiasi parte del mondo, il cuore dell'uomo desidera le stesse buone cose. Il desiderio di vivere al sicuro dall'oppressione dei violenti e dei prepotenti è condiviso da tutti gli uomini, così come la preoccupazione per i propri figli e la speranza che abbiano una vita migliore. Per queste fondamentali ragioni, la libertà e la democrazia avranno sempre e dovunque un fascino e un richiamo molto superiore a quello degli slogan fomentatori d'odio e della strategia del terrore".
    Il 16 marzo, al summit atlantico alle Azzorre, Bush ha promosso un documento con Tony Blair e José María Aznar che diceva: "Noi vorremmo sottoporci a un impegno solenne per aiutare il popolo iracheno a costruire un nuovo Iraq in pace con se stesso e con i vicini. Gli iracheni meritano di essere sollevati dall'insicurezza e dalla tirannia, e liberati per autodeterminare il futuro del loro paese. Sosterremo le aspirazioni per un governo rappresentativo che consideri i diritti umani e lo stato di diritto come pietre miliari della democrazia".
    Signora Spinelli, la guerra non era ancora iniziata in quel momento. Tre giorni dopo, Bush l'ha annunciata con queste parole: "Cari cittadini, a quest'ora, le forze americane e della coalizione, hanno appena iniziato le operazioni militari per disarmare l'Iraq, liberare il suo popolo, e difendere il mondo da un grave pericolo".
    A guerra finita, i discorsi sulla democrazia non si contano, ma almeno uno glielo vorrei segnalare, magari Le potrà servire per un prossimo articolo. Era il 7 novembre, due mesi e mezzo fa (non "infine" come ha scritto Lei domenica), al National Endowment for Democracy. Lì è stata spiegata la dottrina del virus democratico, simile a quella attuata venti anni fa da Ronald Reagan. Le riporto solo due parole: "Creare un Iraq libero nel cuore del Medio Oriente sarà un evento spartiacque". Il discorso piacque finanche agli anti Bush New York Times e Washington Post. La Stampa, il suo giornale, ne parlò ampiamente. Lei, gentile Barbara Spinelli, non ne ha tenuto conto e, sempre domenica, ha scritto che "a forza di passare disinvoltamente da una menzogna all'altra, tuttavia, c'è il pericolo di affezionarsi alle menzogne". Sottoscrivo.
    Christian Rocca

    Buona lettura

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  5. #5
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    In Origine Postato da locke
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    http://www.wittgenstein.it/cr/spinelli.html

    Gentile signora Barbara Spinelli, domenica ha iniziato il suo consueto editoriale sulla Stampa con una "menzogna". Le chiedo scusa per l'uso brutale della parola "menzogna" ma, diciamo così, è una sua citazione. E' stata lei a scriverla più volte nel corso del suo articolo, a proposito della politica estera dell'Amministrazione Bush.
    Vengo subito al merito della "menzogna" (la sua, non quella di Bush). Lei ha scritto alla prima riga questa frase: "Abbattere i tiranni ed esportare la democrazia: alla fine, non avendo trovato le armi di distruzione di massa e non potendo certificare l'esistenza di un patto fra Saddam e i terroristi che avevano abbattuto le torri di New York, l'amministrazione americana è giunta a quest'ultima giustificazione della guerra iniziata nel 2003 in Iraq". Ha scritto "alla fine", "infine", "quest'ultima". Secondo lei, dunque, "non avendo trovato le armi di distruzione di massa", l'Amministrazione Bush "è giunta a quest'ultima giustificazione", cioè "estendere l'uso della democrazia nei paesi petroliferi del Golfo e in Medio Oriente, far sì che i popoli governino se stessi senza l'oppressione d'un tiranno". Di questo progetto, scrive ancora, "Bush vuol apparire ultimamente profeta, e garante". Lei scrive "ultimamente". Gentile signora, ha scritto una "menzogna", peraltro su un grande giornale che meglio di altri ha raccontato ai suoi lettori le ragioni e le finalità della guerra al terrorismo.
    Sia chiaro, gentile signora: Bush ha certamente sempre parlato delle armi (che non si sono trovate ma che tutti, Onu, Francia e Saddam compresi davano per scontato che ci fossero) e di legami tra Iraq e al Qaida (che sono stati provati), ma contemporaneamente non ha mai nascosto che l'obiettivo di questo enorme sforzo contro il terrorismo fosse la sicurezza degli Stati Uniti, e che la sicurezza nel lungo periodo non potesse che essere assicurata dalla liberazione dalla tirannia e dall'avvio del processo liberale e democratico in Medio Oriente. Non è una mia opinione, è un suo errore. Una sua "menzogna" direbbe lei. La prego di prendere un taccuino e segnarsi queste date e queste frasi che dimostrano la fallacità delle sue affermazioni.
    Ottobre 2002, 15 mesi fa, non "ultimamente", la risoluzione del Congresso americano che autorizza l'uso della forza contro l'Iraq dice esplicitamente che, come già previsto dall'Iraq Liberation Act, "la politica degli Stati Uniti deve essere quella di sostenere gli sforzi per rimuovere dal potere l'attuale regime iracheno e promuovere la nascita di un governo democratico che rimpiazzi quel regime". Preso nota? Bene. Qualche giorno prima, il 19 settembre 2002 (16 mesi fa, non "infine"), Bush ha presentato il testo della risoluzione, e alla domanda di un giornalista che chiedeva se l'obiettivo del "cambio di regime" facesse parte della risoluzione, ha risposto: "Sì, questa è la politica del governo".
    Se non le bastasse, e sempre restando ai documenti ufficiali, nel discorso sullo Stato dell'Unione del 29 gennaio 2002, Bush ha detto che "l'America starà sempre fermamente al fianco delle non negoziabili richieste di dignità umana: stato di diritto, limiti al potere dello Stato, rispetto delle donne, proprietà privata, libertà di parola; giustizia equa e tolleranza religiosa. L'America sarà sempre a fianco degli uomini e delle donne coraggiose che reclamano questi valori nel mondo, incluso nel mondo islamico". Perché crede di essere più buona? No, "perché ha un obiettivo più grande che non la semplice eliminazione delle minacce e del contenimento del rancore. Noi oltre la guerra al terrore, cerchiamo un mondo giusto e pacifico".
    Non le sembra chiaro? Legga allora cosa rispose Bush, era il 7 settembre del 2002, a una giornalista che gli chiedeva quale fosse "davvero il suo obiettivo in Iraq: le armi di distruzione di massa o Saddam Hussein?". Lo sventurato rispose: "L'Amministrazione Clinton ha sostenuto il cambio di regime. Molti senatori hanno sostenuto il cambio di regime. La mia Amministrazione continua a sostenere il cambio di regime".
    Ancora. Siamo sempre nel 2002, due anni solari fa. A Cincinnati, citando un ispettore dell'Onu, Bush ha spiegato perché tra tutti i regimi con armi di distruzione di massa sarebbe stato necessario fermare proprio l'Iraq: "Il problema fondamentale dell'Iraq è la natura stessa del suo regime". Bush sperava ancora che Saddam accettasse di adempiere alle risoluzioni Onu, se lo avesse fatto non ci sarebbe stata la guerra. Lei, signora Spinelli, potrebbe dire: vedete? la democrazia non c'entra, Bush voleva solo il disarmo, del regime non gli interessava un fico secco. E invece no, gli interessava. Sempre in quel discorso, infatti, Bush ha detto che se Saddam avesse adempiuto agli obblighi imposti dalla comunità internazionale sarebbe stato un fatto così clamoroso che avrebbe, di per sé, "cambiato la natura stessa del regime iracheno".
    Stessa cosa nei giorni seguenti, alle domande dei giornalisti su quale fosse il vero obiettivo, le armi o Saddam, Bush ha sempre detto: il cambio di regime. Oltre alle armi, insomma, c'era da abbattere la dittatura. Tutti i discorsi, gentile signora, può trovarli sul sito della Casa Bianca.
    Arriviamo al 2003. Ventisei febbraio, un mese prima dell'inizio della guerra, discorso all'American Enterprise Institute (la citazione, qui, è lunga, perché Bush ha parlato soltanto della necessità di esportare la democrazia in Medio Oriente): "Intervenire per rimuovere la minaccia contribuirà in modo essenziale alla costruzione di una sicurezza e stabilità durature per il nostro pianeta. L'attuale regime iracheno ha dimostrato ampiamente come la tirannia abbia la capacità di diffondere la discordia e la violenza in tutto il Medio Oriente. Un Iraq liberato mostrerà come la libertà abbia la forza di trasformare questa regione di importanza vitale, portando speranza e progresso nella vita di milioni di persone. La preoccupazione dell'America per la sicurezza e la sua fede nella libertà conducono nella stessa direzione: a un Iraq libero e pacifico. I primi a trarre vantaggi da un Iraq libero saranno gli stessi iracheni. Oggi vivono nella miseria e nella paura, sotto il giogo di un dittatore che non gli ha dato altro che guerra, povertà e tortura. La loro vita e la loro libertà non contano niente per Saddam; ma per noi sono assolutamente importanti. Portare la stabilità e l'unità in un Iraq libero non sarà facile. Ma questa non è una scusa per lasciare che le camere di tortura e i laboratori di armi chimiche del regime iracheno continuino a funzionare. Qualunque futuro si sceglierà il popolo iracheno sarà sempre migliore dell'incubo in cui li costringe a vivere Saddam".
    Continua Bush, peraltro anche in italiano, gentile signora Spinelli, in particolare sul Foglio del 28 febbraio: "Gli Stati Uniti non hanno alcuna intenzione di stabilire la forma precisa del nuovo governo iracheno. Questa scelta appartiene al popolo dell'Iraq. Tuttavia, non permetteremo che un brutale dittatore sia sostituito da un altro uguale a lui. Tutti gli iracheni dovranno avere voce in capitolo nel nuovo governo, e a tutti i cittadini dovranno essere garantiti i propri diritti. La ricostruzione dell'Iraq richiederà l'impegno attivo di molte nazioni, compresa la nostra: resteremo in Iraq per tutto il tempo necessario, e non un giorno di più. L'America ha già preso e rispettato in passato questo tipo di impegno: nella pace seguita alla Seconda guerra mondiale. Dopo avere sconfitto i nemici, non abbiamo lasciato eserciti d'occupazione ma Costituzioni e Parlamenti. Abbiamo creato un'atmosfera di sicurezza, grazie alla quale capi locali riformisti hanno potuto dare vita a stabili istituzioni di libertà. Nelle società che avevano nutrito il fascismo e il militarismo, la libertà ha messo radici permanenti. Ci fu un momento in cui molti dissero che il Giappone e la Germania erano incapaci di vivere nel rispetto dei valori democratici. Ebbene, si sbagliavano. Oggi alcuni dicono la stessa cosa dell'Iraq. Si sbagliano anche loro. La nazione irachena _ con la sua prestigiosa eredità culturale, le sue abbondanti risorse e la sua capace e istruita popolazione _ è perfettamente in grado di muoversi verso la democrazia e verso una vita vissuta in piena libertà".
    Legga qui, gentile signora, la guerra non era ancora iniziata: "Il mondo ha un evidente interesse nella diffusione dei valori democratici, perché le nazioni solide e libere non alimentano le ideologie della violenza. Incoraggiano invece la ricerca di una vita migliore. E nel Medio Oriente ci sono segnali di una voglia di libertà che danno molte speranze. Gli intellettuali arabi hanno invitato i governi degli Stati arabi ad affrontare il problema della 'mancanza di libertà', in modo che i loro popoli possano avvantaggiarsi pienamente dei progressi della nostra era. I leader della regione parlano di una nuova Carta degli Arabi che promuova le riforme interne, una maggiore partecipazione politica, l'apertura e la trasparenza economica, e il libero commercio. Dal Marocco al Bahrein e anche oltre, le nazioni stanno facendo passi concreti in direzione delle riforme politiche. Un nuovo regime in Iraq rappresenterà un esempio di libertà straordinario e ispiratore per altre nazioni della regione. E' una cosa presuntuosa e insultante sostenere che un'intera regione del mondo _ o un quinto dell'umanità, di religione musulmana _ sia in qualche modo sorda alle più fondamentali aspirazioni della vita. Le culture possono essere diverse tra loro. Ma, in qualsiasi parte del mondo, il cuore dell'uomo desidera le stesse buone cose. Il desiderio di vivere al sicuro dall'oppressione dei violenti e dei prepotenti è condiviso da tutti gli uomini, così come la preoccupazione per i propri figli e la speranza che abbiano una vita migliore. Per queste fondamentali ragioni, la libertà e la democrazia avranno sempre e dovunque un fascino e un richiamo molto superiore a quello degli slogan fomentatori d'odio e della strategia del terrore".
    Il 16 marzo, al summit atlantico alle Azzorre, Bush ha promosso un documento con Tony Blair e José María Aznar che diceva: "Noi vorremmo sottoporci a un impegno solenne per aiutare il popolo iracheno a costruire un nuovo Iraq in pace con se stesso e con i vicini. Gli iracheni meritano di essere sollevati dall'insicurezza e dalla tirannia, e liberati per autodeterminare il futuro del loro paese. Sosterremo le aspirazioni per un governo rappresentativo che consideri i diritti umani e lo stato di diritto come pietre miliari della democrazia".
    Signora Spinelli, la guerra non era ancora iniziata in quel momento. Tre giorni dopo, Bush l'ha annunciata con queste parole: "Cari cittadini, a quest'ora, le forze americane e della coalizione, hanno appena iniziato le operazioni militari per disarmare l'Iraq, liberare il suo popolo, e difendere il mondo da un grave pericolo".
    A guerra finita, i discorsi sulla democrazia non si contano, ma almeno uno glielo vorrei segnalare, magari Le potrà servire per un prossimo articolo. Era il 7 novembre, due mesi e mezzo fa (non "infine" come ha scritto Lei domenica), al National Endowment for Democracy. Lì è stata spiegata la dottrina del virus democratico, simile a quella attuata venti anni fa da Ronald Reagan. Le riporto solo due parole: "Creare un Iraq libero nel cuore del Medio Oriente sarà un evento spartiacque". Il discorso piacque finanche agli anti Bush New York Times e Washington Post. La Stampa, il suo giornale, ne parlò ampiamente. Lei, gentile Barbara Spinelli, non ne ha tenuto conto e, sempre domenica, ha scritto che "a forza di passare disinvoltamente da una menzogna all'altra, tuttavia, c'è il pericolo di affezionarsi alle menzogne". Sottoscrivo.
    Christian Rocca

    Buona lettura

    Cordiali Saluti
    Post interessante!
    Mr. Hyde


  6. #6
    God, Gold & Guns
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    In Origine Postato da locke
    Ci fu un momento in cui molti dissero che il Giappone e la Germania erano incapaci di vivere nel rispetto dei valori democratici. Ebbene, si sbagliavano. Oggi alcuni dicono la stessa cosa dell'Iraq. Si sbagliano anche loro.
    Germania e Giappone si convertirono perche' furono messi, non solo a parole, di fronte a un bivio: Americanizzazione o morte

    Per l'Iraq, anzi, per l'Islam, vale la stessa regola.

  7. #7
    Giu' la maschera!
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    In Origine Postato da Il Condor
    Germania e Giappone si convertirono perche' furono messi, non solo a parole, di fronte a un bivio: Americanizzazione o morte

    Per l'Iraq, anzi, per l'Islam, vale la stessa regola.
    Non essendoci schieramenti di truppe in massa come durante la 2a guerra, la gente sembra non rendersi conto della serieta' di questa situazione..quindi non sembra esserci la volonta' di usare il pugno di ferro come con tedeschi e giapponesi. Cosa ne pensi?
    Mr. Hyde


  8. #8
    God, Gold & Guns
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    In Origine Postato da Mr. Hyde
    Non essendoci schieramenti di truppe in massa come durante la 2a guerra, la gente sembra non rendersi conto della serieta' di questa situazione..quindi non sembra esserci la volonta' di usare il pugno di ferro come con tedeschi e giapponesi. Cosa ne pensi?
    Penso che il buonismo e' il cancro che sta corrodendo l'Occidente.

    E' stato dimostrato che bastano due temperini per abbattere due Torri. Sappiamo che bastano due taniche da 5 litri per sterminare il 30% degli Americani.

    Lo slogan di tanti mullah islamici e' "Costantinopoli la abbiamo conquistata con i cannoni, Roma la conquisteremo con la propaganda".

    Non sempre servono gli schieramenti di truppe per vincere le guerre....

    Per me e' ora che l'Occidente tutto si decida a dare un ultimatum all'islam (ad esempio non e' tollerabile che i sauditi usino i nostri soldi per finanziare le scuole coraniche e le moschee in Occidente), e se questo lo rifiuta passare all'azione usando tutta la potenza disponibile, escluso le ADM

    Se Europa&co non ci stanno, e se abitassi in America, chiederei una drastica svolta isolazionista. Chiudere il Paese al resto del mondo, lasciando solo un minimo di rapporti con i paesi anglofoni. Le risorse che mancano ci si procurano dai fondali marini e in futuro dallo Spazio

 

 

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