Fonte: Area

Le città del Duce di qua e di là dal mare
di Giano Accame
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Quante erano le città nuove create dal fascismo? Così, a memoria, ne contavo poco più d’una dozzina: Littoria, Sabaudia, Aprilia, Pomezia, Pontinia, Guidonia (dedicata alla ricerca aeronautica) nel Lazio; Carbonia, Fertilia, Arborea in Sardegna; Tirrenia (concepita da Forzano per la produzione cinematografica) in Toscana; Torviscosa (per le fibre tessili della Snia cantate da Marinetti) a Udine e le città perdute Arsia (centro minerario), Pozzo Littorio e Villaggio Luigi Razza (per la pesca) in Istria e Dalmazia. Un anno fa, nel catalogo del Touring per la mostra della Regione Lazio Metafisica costruita - Le città di fondazione degli anni Trenta dall’Italia all’Oltremare, Carlo Fabrizio Carli e Antonio Pennacchi hanno tentato un censimento che ne comprendeva già 74. Ma Pennacchi, che si è rivelato, oltre che straordinario narratore con Palude (Donzelli) e Il fasciocomunista (Mondadori), un grande specialista in bonifiche e costruzione di nuove città, proseguendo la ricerca è arrivato nel frattempo a contarne sino a 132. Lo riferisce nel suo nuovo libro Viaggio per le città del Duce, ultimo importante prodotto editoriale del povero Gianfranco Monti per Terziaria (per richiederlo l’indirizzo è: Asefi, via San Simpliciano 2, 20121 Milano - tel. 02 86462274 - email [email protected]).

Il Viaggio è il risultato d’una inchiesta a puntate, che Antonio Pennacchi ha condotto per anni sulla rivista di geopolitica Limes, e può essere letto, come è capitato a me in momenti di malinconia, quale contravveleno agli sproloqui del presidente di An in un altro viaggio. La cosa è curiosa. Perché Pennacchi, che fu attivista missino da ragazzo, ora fa il comunista (in realtà sia dalla Cgil che dal Pci, come lui stesso racconta, l’hanno cacciato), ma del fascismo parla con più intelligenza, cultura, sincera passione, di chi per anni sulle nostalgie ha fatto carriera. La tesi conclusiva di Pennacchi, che il fascismo sia stata la forma italiana del socialismo reale e della dittatura del proletariato, è meno paradossale di quanto potrebbe apparire a prima vista. Si tratta d’un artificio discorsivo per enfatizzare la natura sociale del fascismo, che dall’Urss ebbe poco da imparare e semmai qualcosa da insegnare. Per esempio, proprio in campo di bonifiche, negli anni Trenta il regime staliniano s’avvalse della consulenza dell’ingegner Angelo Omodeo: il gruppo d’ingegneri da lui costituito diresse in Russia opere d’irrigazione, bonifica, produzione d’energia elettrica, come ha spiegato Marcella Cecchini in un saggio su Storia contemporanea dell’agosto 1987. Eravamo, sin dai tempi dei romani, maestri in questo campo, e tornammo a esserlo nella prima metà del Novecento insieme ai Paesi Bassi e alla gigantesca impresa americana realizzata col New Deal di Roosevelt, che s’ispirava in parte al nostro corporativismo, dalla Tennessee Valley Authority.

Fascismo e comunismo erano le due novità del primo Novecento, a cui il mondo guardava; e pur con tutti i suoi gravi errori, il fascismo era meglio. Ha lasciato l’Italia sconfitta, ma in condizioni assai più competitive. Il confronto, che andrebbe tutto a nostro vantaggio, è involgarito dalla gara innescata ai rinnegamenti: rinnega tu il comunismo, così io rinnego il fascismo. Faremo un popolo per metà di rinnegati.

Ecco: Pennacchi, con l’orgoglio di Latina/Littoria, non è su questa linea. Da narratore finto ruspante (ma ci vuole della tecnica scaltrita), si è trasformato in saggista seriamente colto per difendere le bonifiche da chi le accusa d’esser state un fallimento. La contabilità sociale è presto fatta: <Nell’intera regione in qualche modo legata alle Paludi nel 1921 (dati Istat), prima della bonifica vivevano e traevano sostentamento 48.807 persone. Nel 1997 erano 322.021, con un saldo attivo di 273.214, pari a un incremento del 560%, a fronte di un incremento medio nazionale che non supera il 50%>. Ma, aggiunge Pennacchi, se si prendono in esame solo i dati <relativi al territorio vero e proprio delle Paludi Pontine - ovvero gli odierni comuni di Aprilia, Cisterna, Latina, Pontinia e Sabaudia - si ottiene, per il 1921, una popolazione di 7.667 abitanti che, nel 1997, arriva a 229.616. Duecentoventimila in più, un incremento di circa il 3.1716>.

Interessante è l’osservazione di Pennacchi circa lo sviluppo degli strumenti di propaganda durante il fascismo: <Il ministero per la Cultura popolare (Minculpop) viene creato nel 1937, prima era solo Ufficio stampa, ed erano in 11. Fu soltanto dopo in 1934 che Mussolini prese a interessarsi sul serio alla radio e al cinema. Nel 1936 arrivano a 183 impiegati, nel 1938 - ormai Minculpop - non meno di 800. Capito? Tutte le fonti, a partire da De Felice, sostengono che le punte massime di consenso furono raggiunte fra il ’32 e il ’35 (le bonifiche e l’Abissinia), quando quelli erano in 11 o poco più, e nemmeno sapevano che voleva dire mass media. I mass media si sviluppano sull’onda del consenso, per corrergli dietro, magari per mantenerlo, ma come conseguenza - 1936-1938 (che è invece uno degli anni più critici) - non come sua origine>.

Insomma: qui si dimostra la spontaneità del consenso. La grancassa propagandistica venne dopo.

Il libro è gremito di queste notazioni. Va letto. Per scoprire, oltre alla bonifica da cui è sorta la provincia di Latina, i nuovi insediamenti (tra i tanti) che sorsero ad opera d’un urbanista e architetto geniale e poco conosciuto, Concezio Petrucci, in provincia di Foggia, a Segezia, a Incoronata. Petrucci, che morì giovane nel ’46, era un fascista con la moglie ebrea. Era possibile una cosa e l’altra: buon marito e fascista, non un male assoluto. Fece quattro città, una più bella dell’altra.

Pennacchi ha il gusto di scoperte con cui ridimensiona architetti alla Piccinato, diventati famosi passando dal fascismo all’antifascismo. Gli piace cercare quelli bravi e dimenticati, come Marino Lopopolo, e smontare luoghi comuni, come quello secondo cui Mussolini voleva isolare i contadini ciascuno sul suo podere, "a case sparse", per evitare che parlassero di politica. Il concetto era un altro. Si volevano riprodurre nelle zone di bonifica le colture poderali delle regioni agricole più progredite, del Veneto o del ferrarese, con famiglie allargate capaci di curare oltre ai campi di grano l’orto, il pollaio, la stalla, i maiali. Il comunista Pennacchi sostiene, ed è scritto anche bene: <Quella era una dittatura popolare. Che fondava il suo potere sulle masse. Sul piano storico, e in termini di romanistica, il suo referente diretto - come struttura, ruolo, funzione, forma e natura del potere - non è la dittatura di Silla, olligarchica, ma quella di Augusto. La sua auctoritas non deriva dall’imperium, anzi: sia quella che questo discendono ambedue dalla tribunicia potestas. Il Duce non comanda per conto del senato e contro il popolo. Ma per conto del popolo - per quanto possa apparire strano - contro il senato. La sua non è nemmeno, nella sostanza, una dittatura: è un tribunato della plebe. Si fonda sulle masse. Sul consenso delle masse>.

A me, <sedicente di destra>, come mi definisce Pennacchi, sta bene così: va avanti per la tua strada, compagno!