ROMA, SABATO 6 MARZO 2004 ORE 16,30 PIAZZA DEI SS. APOSTOLI

INTERVERRANNO GLI ON.LI AVV. CARLO TAORMINA E PROF. ANTONIO SERENA



Con la congiura del silenzio si cerca di far dimenticare il caso del prigioniero più anziano del mondo, mentre una lobby potente sta brigando per varare un provvedimento legislativo fatto su misura per un unico detenuto: Adriano Sofri.

La espiazione della pena perpetua per Erich Priebke, correlata allo stato di salute e all’avanzatissima età, fanno sì che le sofferenze patite dal recluso esulino dalla ratio di una pena legittima. Il semplice uso del buon senso, infatti, rende di per sé evidente come un regime detentivo e privo di speranza qual’è l’ergastolo, non possa, nel caso di un novantenne, che accorciarne la vita e quindi, se pur con modalità indiretta, trasformarsi in una pena capitale, resa ancor più disumana perché inflitta lentamente e con sofferenza.

E’ indubbio che, determinare consapevolmente ed in modo doloroso l’abbreviarsi del ciclo organico della vita umana, infierendo su un soggetto che in conseguenza dell’età e delle inevitabili patologie è particolarmente fragile, risulta essere uno strumento punitivo spregevole, che si pone in netto contrasto con la «Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo». Persino la pena di morte, nei pochi stati di diritto ove essa è praticata, esclude comunque l’imposizione di sofferenze fisiche per il condannato, in quanto viene inflitta con metodi rapidi e indolori.

“…… Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato………non è ammessa la pena di morte” (art. 27 della Costituzione Italiana).

La legge 3 novembre 1988, di ratifica e esecuzione della «Convenzione contro la tortura ed altre pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti», firmata a New York il 10 dicembre 1984, così definisce all’articolo 1 la tortura: “... il termine «tortura» indica qualsiasi atto mediante il quale sono intenzionalmente inflitti ad una persona dolore o sofferenze forti, fisiche o mentali, al fine .... di punirla per un atto che essa o una terza persona ha commesso... qualora tale dolore o sofferenze siano inflitte da un agente della funzione pubblica o da ogni altra persona che agisca a titolo ufficiale....”

Nel nostro Paese, tutti coloro che sono stati raggiunti da una condanna per crimini politici e militari, commessi durante l’ultimo conflitto mondiale, hanno potuto vedere le loro pene estinguersi, grazie ad una serie di indulti e amnistie emanati dal governo italiano nello spirito di una auspicata pacificazione; questo indipendentemente dalla parte per la quale i singoli condannati combattevano. Ad Erich Priebke, invece, tali provvedimenti di clemenza sono stati tutti negati a causa del suo stato di cittadino straniero.

Laddove è indubbio che la base di qualunque diritto civile sia l’uguaglianza tra gli esseri umani di fronte alla legge, nel «caso Priebke» si è dato vita ad una discriminazione sostanzialmente fondata sulla appartenenza etnica ovvero sulla diversità della sua cittadinanza. Sopruso questo, che lede il principio sancito anche dall’articolo 14 della «Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali»: “Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita o ogni altra condizione”.

Siamo pertanto di fronte ad una forma strisciante di razzismo che muove dalla sussistenza di un vero e proprio pregiudizio, nato da inammissibili e stratificati luoghi comuni, che finiscono per identificare ancora oggi gli sconfitti di ieri come etnia geneticamente portata al crimine e come tale non meritevole dei benefici previsti per tutti gli altri esseri umani.



L’incontro, è bene chiarirlo, non vuole avere nessun intento «anti-Sofri» e quindi non mira ad ostacolare in alcun modo eventuali misure di clemenza verso chicchessia, né si pone alcun obiettivo politico, essendo la manifestazione aperta agli uomini che credono nel rispetto dei valori irrinunciabili del diritto e della legalità; a qualunque schieramento politico, ideologico o religioso essi appartengano.

Ciò che invece preme è inchiodare la classe dominante alle proprie responsabilità, stigmatizzando il cinismo e l’ipocrisia di un solidarismo a senso unico, mosso sempre e soltanto da logiche di parte ed in totale spregio dei principi del vivere civile e della pietas religiosa.

Contro questa situazione di intollerabile violazione dei diritti umani, frutto di una meschina vendetta, contro la logica del privilegio di chi briga per imporre una disparità di trattamento, noi chiediamo con fermezza al Presidente della Repubblica Italiana, di concedere la grazia ad Erich Priebke e invitiamo tutti ad intervenire compatti in questa pubblica mobilitazione; così da lanciare un segnale inequivocabile sul significato civile della fedeltà ai propri valori.

In tale ottica, è nostra ferma intenzione respingere eventuali provocazioni di chi tenti di trasformare l’incontro in un luogo di esternazione delle singole convinzioni politiche. Chiunque pensasse, dunque, di non potersi astenere da simili manifestazioni, come il portare bandiere (che non siano quella italiana), gagliardetti, striscioni, o anche gridare slogan o altre cose del genere, è pregato di dimostrare coerenza non intervenendo, onde evitare di fornire a certa stampa asservita, il pretesto per le solite speculazioni mediatiche. E’ dovere di noi tutti, è bene ricordarlo, evitare di poter compromettere la domanda di grazia di un anziano soldato perseguitato che, prima di morire, chiede di poter riabbracciare i figli e la propria moglie malata.





Associazione Uomo e Libertà

Il Presidente

Dott. Paolo Giachini







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