22/01/04 M. Fagotto

Il Colonnello Muhammar Gheddafi, padre-padrone della Libia da ormai 35 anni, ha abituato la comunità internazionale ai colpi di scena soprattutto nell'ultimo anno. Ma il passo fatto dal leader libico lo scorso 19 dicembre è probabilmente il più clamoroso e il più importante: dopo mesi di trattative con diplomatici americani e britannici, Gheddafi ha annunciato la decisione unilaterale della Libia di rinunciare a tutti i programmi nucleari sviluppati negli ultimi 15 anni.

Fine dell'isolamento

La prima (scontata) conseguenza della mossa di Gheddafi dovrebbe essere la fine dell'isolamento internazionale a cui la Libia è sottoposta dalla fine degli anni 90. Non è un mistero che le recenti mosse politiche del Colonnello, come la decisione di indennizzare le vittime di Lockherbie e del volo UTA, mirassero proprio a far rientrare la Libia nel "mondo che conta" abbandonando la tattica dell'anti-americanismo ad oltranza e degli attentati terroristici che non hanno portato alcun frutto.

Non a caso al discorso di Gheddafi del 19 dicembre sono seguite immediatamente le felicitazioni sia degli USA che della Gran Bretagna, che dovrebbero aprire la strada alla fine delle sanzioni a cui la Libia è sottoposta.

Già lo scorso agosto il Colonnello, ammettendo la responsabilità della Libia nell'organizzazione degli attentati di Lockherbie e del volo UTA, aveva fatto un grosso passo in avanti sulla via della riconciliazione. La mossa del 19 dicembre è solo l'ultima e più logica conseguenza di un percorso politico intrapreso da Gheddafi per normalizzare le relazioni con il resto del mondo.

In concreto, già nei prossimi mesi la Libia potrebbe vedersi togliere le sanzioni ONU e USA (imposte nel lontano 1986), cosa che permetterebbe alle compagnie petrolifere occidentali di mettere mano alle ricche risorse energetiche della Libia. Alcune compagnie americane come la Marathon Oil e la Amerada Hess si stanno già muovendo per essere in pole-position nella corsa allo sfruttamento dei pozzi.

Più difficile sembra il problema delle sanzioni imposte dall'UE, nonostante le rassicurazioni che recentemente il Presidente Romano Prodi ha fatto a Gheddafi: il problema principale, forse l'unico, sembra essere la posizione della Germania, che si opporrà alla fine dell'embargo fino a quando non riuscirà ad ottenere un risarcimento per l'attentato alla discoteca "La Belle" di Berlino, avvenuto nel 1986.
Nell'occasione persero la vita 3 persone, mentre i feriti furono 284.

Probabilmente Gheddafi spera di ottenere il "perdono" europeo senza dover pagare anche questo salato conto, e per questo si sta muovendo con la Presidenza UE e con la Francia perchè facciano pressioni su Berlino.

Ma non basta. Che Gheddafi voglia andare fino in fondo sulla strada della riconciliazione lo dimostrano anche i passi avanti fatti con Israele, per ora molto prudenti e non in prima persona. Fatto sta che Tripoli è in contatto con alcuni politici israeliani (tra cui il Ministro degli Esteri Silvan Shalom) per sondare il terreno, e per organizzare se possibile un incontro tra Gheddafi e il premier israeliano Ariel Sharon. Anche se per ora l'atteggiamento israeliano resta piuttosto freddo, sembrano lontani anni-luce i discorsi in cui Gheddafi invitava gli Ebrei a trovarsi una nuova terra in Alsazia-Lorena o in Alaska.

E gli altri "stati canaglia"?

La mossa di Gheddafi, lungi dall'influenzare solo i rapporti tra Libia e comunità internazionale, ha riportato d'attualità il problema degli arsenali nucleari in mano agli stati "non affidabili" (non tutti, per carità! Nessuno si sogna di contestare la legittimità degli armamenti di USA, Russia, Francia o Gran Bretagna).

La prima pietra è stata lanciata dalla Presidenza dell'Unione Africana, che dopo aver approvato la confessione spontanea di Gheddafi ha auspicato che anche altri stati, e segnatamente Israele, rinuncino spontaneamente al loro arsenale nucleare. Presumibilmente gli stati arabi del Medio Oriente non si lasceranno scappare la ghiotta occasione per denunciare ancora una volta gli armamenti di Tel Aviv, come ha già fatto il presidente egiziano Hosni Mubarak in una recente dichiarazione.

Ma il problema non riguarda solamente Israele: nell'occhio del ciclone potrebbero anche finire India e Pakistan, che con i loro continui test missilistici mantengono sempre alto il livello di tensione in Asia. Il Pakistan ha poi una ragione in più per preoccuparsi, visto che dalle prime indagini sembra che la Libia abbia acquisito buona parte del materiale necessario al programma nucleare proprio da Pakistan e Malesia.

Il ruolo della IAEA

Nel processo di smantellamento del programma nucleare libico che ruolo giocherà l'Agenzia per l'Energia Atomica dell'ONU? Da Vienna, dove la IAEA ha sede, sono decisi a non subire un altro smacco dopo quello iracheno (dove USA e UK agiscono praticamente da soli) e quello nord-coreano (da dove la IAEA è stata espulsa nel 2002). In un recente incontro con alcuni rappresentanti di Washington e Londra, il Direttore dell'Agenzia Mohammed El-Baradei è riuscito a strappare la promessa che sarà la IAEA a condurre le indagini sul campo e a valutare il potenziale nucleare libico, mentre agli USA sarà lasciato lo smantellamento del programma.

Il problema del ruolo dell'IAEA era emerso sùbito dopo le dichiarazioni di Gheddafi, quando alcuni inviati dell'Agenzia giunti in Libia avevano rivelato che il programma nucleare libico era ancora in uno stadio iniziale. Le indagini dell'IAEA stridevano però con le dichiarazioni anglo-americane che, probabilmente per enfatizzare la loro vittoria politica, avevano invece definito il programma libico molto pericoloso e potenzialmente capace di fabbricare ordigni atomici.

Se quindi la IAEA si è assicurata l'esclusiva sulle indagini, restano molti dubbi sullo smantellamento del programma atomico: l'inviato USA a Tripoli John Bolton sembra avere molta fretta, e in numerose dicharazioni ha ricordato come sia importante che la Libia consegni rapidamente tutto il suo materiale nucleare agli Stati Uniti. Il problema principale è sapere che fine farà questo materiale, visto che Bolton per ora non ha parlato di smantellamento.

Sarebbe bene che anche la consegna del materiale nucleare fosse fatta all'ONU piuttosto che agli Stati Uniti, ma da questo orecchio Washington non ci sente. D'altronde, sono state le trattative anglo-americane a ridurre il Colonnello a più miti consigli, e la decisione di Gheddafi sembra più una gentile concessione alla politica estera di George Bush che un'improvvisa voglia di aderire al Trattato di Non Proliferazione Nucleare.

La vittoria di Bush

Ma forse la conseguenza più a lungo termine della mossa di Gheddafi sarà quella di legittimare la politica estera americana, che nell'ultimo anno ha portato al concetto di guerra preventiva e al pesante ridimensionamento del ruolo dell'ONU. Dopo aver collezionato solo delusioni nella prima parte dell'avventura irachena, in meno di un mese George Bush ha incassato due fondamentali vittorie: prima la cattura di Saddam Hussein, che ha permesso di far passare la guerra all'Iraq come una missione per liberare il popolo oppresso da un feroce dittatore; e ora la mossa di Gheddafi, che rischia di far passare ancora più in secondo piano il flop delle inesistenti armi di distruzione di massa irachene.

Anche se per ora è rimasta in secondo piano, la mossa di Gheddafi rischia di trasformare la guerra in Iraq in una vittoria per il presidente americano. Bush potrà dire che, senza l'esempio dato a Baghdad dagli USA, la Libia non si sarebbe mai decisa a denunciare il proprio programma nucleare, il che molto probabilmente è vero. E il concetto di guerra preventiva e la filosofia del "colpirne uno per educarne cento" non sembreranno più così aberranti agli occhi dell'opinione pubblica.

Matteo Fagotto

http://www.warnews.it/index.cgi?action=viewnews&id=2581
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