di Robert Dreyfuss

Ora essi temono che quel momento
stia svanendo. L'impatto dell'11
settembre sta lentamente dissipandosi.
L'America sta tornando in sé. Nel
momento dello shock totale, abbiamo
premuto il pulsante del panico ed
abbiamo chiesto una politica estera
diretta da Clint Eastwood e recitata
da Arnold Schwarzenegger.
Nel libro "La fine del male", Richard Perle e David Frum ci presentano una lunga lista di cose da fare. E sembrano avere fretta.
L'Iraq, naturalmente - almeno secondo loro - e' già stato fermato. E' tempo che gli USA "rovescino i mullah terroristi dell'Iran"; inducano un "cambiamento di regime" in Siria "impedendone il rifornimento di armi e di petrolio e conducendo raids continui nel suo territorio"; lancino un "blocco aereo e navale completo contro la Corea del nord" e predispongano un "attacco preventivo alle sue installazioni nucleari"; e promuovano lo smantellamento dell'Arabia Saudita supportando uno stato secessionista della minoranza sciita nella provincia orientale del paese che, guarda caso, e' la più ricca di petrolio.

E non si fermano ancora. E' anche tempo che la Francia sia trattata da "nemico", che l'Europa venga divisa, la Cina pressata, le Nazioni Unite smantellate e, naturalmente, ed in cima alla lista dei desideri di ogni neo-con, che siano schiacciate una volta e per tutte le aspirazioni nazionali del popolo palestinese.


Aspettate, c'e' dell'altro: vogliono anche mettere fine al "male" di casa, e non intendono i terroristi interni - intendono dire il male della CIA, del Dipartimento di Stato, dell' FBI, dei militari e del governo USA in genere. Tutte queste strutture, dicono Perle e Frum, sono impantanate senza speranza nel Vecchio Pensiero, e con difficoltà tollerano delle innovazioni. Con l'occhio da neo-cons puntato all' Uomo di Governo, Perle e Frum ci dicono cosa fare. L' FBI? Ferro vecchio, dicono, meglio trasferire le sue unità anti-terrorismo ad una "nuova agenzia di intelligence interna" che abbia come riferimento il Dipartimento per la Sicurezza Nazionale, con nuovi ampi poteri (il Patriot Act e' stato solo l'inizio), incluso quello di detenere "sospetti" di terrorismo senza accuse, così che la nuova agenzia "possa loro estorcere informazioni", senza processarli. La CIA? Al bando il direttore George Tenet - uno scervellato, secondo i neo-conservatori - la si privi dei suoi analisti e si affidino tutti i gruppi per le "covert operations" militari ad "una singola struttura paramilitare ... che risponda direttamente al ministro della Difesa" per ciò che concerne "le guerre da manovrare nell'ombra". Il Dipartimento di Stato? Abolisca gli uffici regionali, in particolare quello per gli Affari Mediorientali (casa degli spaventosi "arabisti"), e riempia il dipartimento di designati politici come funzionari ed ambasciatori che "sostengano con la forza e senza apologia la politica americana all'estero".

Caspita!

Non ci danno un programma per tutto ciò, ma - dal momento che considerano la rielezione di Bush a presidente come condizione sine qua non della politica estera neo-conservatrice - e' lecito pensare che sia una tabella di marcia approssimativa per il secondo mandato presidenziale di Bush.

Chi sono i membri di questo favoloso duo?

Prima di tutto, e' necessario spendere qualche parola sugli autori e sul libro stesso. Perle e Frum sono la classica strana coppia: Perle, un veterano di decenni di guerra politica in trincea, e' l'erede principale di Albert Wohlstetter, il padrino degli strateghi neo-con (e' sposato con una figlia di Wohlstetter, e ciò lo rende una sorta di Uday acquisito del Saddam-Wohlstetter). Ha visto tutto, sa dove sono seppelliti i cadaveri e la sua mole massiccia trasuda esperienza da veterano brizzolato, che da lungo tempo e' insider a Washington. Frum, invece, e' un giovane principiante dalla faccia da bambino, meglio noto per un breve periodo di lavoro alla Casa Bianca di Bush, dove, in uno dei discorsi scritti per il presidente, coniò il termine "asse del male" e, da allora, divenne scrittore per il National Review.

"La fine del male" e' meno che un libro; piuttosto e' una sorta di tuono del flusso di coscienza in 285 pagine, senza indice né note a piè di pagina, pieno di riferimenti sogghignanti, goffe denuncie dei nemici a casa ed all'estero. E' il libro politico analogo all'ondata attuale di libri politici destinati al popolino scritti da Ann Coulter e compagni a destra e da Al Franken a sinistra: pieno di punte, carico di carne rossa e simile ad un libro scritto durante un fine settimana, mettendo insieme alcune note procurate da un ricercatore. (Nel caso di Perle e Frum, uno ricercatore e' stato Daniel Feith, presumibilmente il rampollo di Douglas Feith, intimo amico di Perle e sottosegretario alla Difesa per la politica).

L'ultimo rantolo dei neo-cons

Ma, sotto a tutto ciò, c'e' una verità: Perle e Frum sono spaventati. Nonostante la loro arroganza, l'avventura irachena si sta trasformando in un disastro. Tutto ciò che i due avevano detto prima della guerra si e' dimostrata errata. Ci avevano detto che l'Iraq era zeppo di armi di distruzione di massa, che Saddam aveva stretti legami con al-Qaida, che l'esercito USA sarebbe stato accolto a Baghdad a braccia aperte, che Ahmad Chalabi dell'Iraqi National Congress sarebbe stato un popolare leader, che l'invasione dell'Iraq avrebbe trasformato il Medio Oriente. Niente di ciò si e' avverato. Ed anche i proclami di Perle, secondo cui l'Iraq oggi sarebbe migliore a causa dell'invasione USA non sono veritieri: se l'Iraq dovesse piombare in una guerra civile, con i signori della guerra curdi opposti ai sunniti ed ai mullah sciiti, l'Iraq sarebbe molto, molto peggiore di com'era sotto Saddam.

Essendo responsabili del disastro iracheno, penserete che Perle, Frum e compagni siano per lo meno un po' intimiditi. Invece no. Secondo la teoria, probabilmente, che la miglior difesa e' l'offesa, propongono la loro precipitosa prescrizione di due, tre, molti Iraq. E' difficile non concludere che Perle, Frum e compagni si preoccupano che l'interesse dell'America per una politica estera da bulli possa sfumare - e con esso, l'abilità a digerire il neo-conservatorismo.

Consideriamo ciò: Perle lavora da anni, e con scarsi risultati, per ottenere supporto alla sua versione di una politica estera "muscolosa". Non ha resistito solo la sinistra a lui ed ai suoi compari, ma l'intero establishment - incluso il Consiglio per le Relazioni con l'Estero, i principali think-tanks di politica estera e, soprattutto, i veterani degli Affari Esteri al Dipartimento di Stato, la CIA e alcuni tra i militari USA. Proprio per questo, il piano di Perle e Frum di "riorganizzare radicalmente" la burocrazia della sicurezza nazionale USA mira esplicitamente a zittire le critiche ai neo-cons all'interno dell'establishment. Gli stessi Perle e Frum ammettono, nel libro, che essi ed i loro amici sono una "ristretta minoranza" contro "l'enorme maggioranza che, nel governo, vuole continuare a fare le cose come ha sempre fatto". Poiché sono una minoranza rumorosa ma influente, e molti li vedono come una sorta di cospiratori, essi scrivono: "Non c'e' da meravigliarsi se i pochi politici che hanno invocato una politica forte contro il terrorismo siano stati chiamati «la cabala»".


E difatti, nel libro, Perle e Frum fanno il diavolo a quattro per dissipare il "mito della cabala neo-conservatrice". Effettivamente cabala potrebbe non essere la parola giusta. Io direi confraternita. Non c'e' dubbio che Perle ed i suoi alleati dentro e fuori del governo siano una banda strettamente unita, che condividono storia, visione del mondo ed una miriade di think-tanks, associazioni e giornali che contribuiscono a rinsaldarli. Da decenni, sono riconoscibili persino nell'aspetto esteriore e si considerano una "Lega di Gentiluomini" le cui idee non sono mai riuscite a catturare l'immaginazione pubblica. Dai miei rapporti sulla politica irachena, tuttavia, mi e' apparso chiaro che gli attacchi dell'11 settembre a New York sono stati la molla che i neo-conservatori attendevano da anni perché l'America mostrasse pubblicamente la sua politica estera muscolosa e bullesca.

Almeno, e' stato il loro momento "sotto il sole"

Ora essi temono che quel momento stia svanendo. L'impatto dell'11 settembre sta lentamente dissipandosi. L'America sta tornando in sé. Nel momento dello shock totale, abbiamo premuto il pulsante del panico ed abbiamo chiesto una politica estera diretta da Clint Eastwood e recitata da Arnold Schwarzenegger. Ora stiamo collettivamente uscendo dallo spettacolo pomeridiano, sfregandoci gli occhi al sole, e comprendiamo che non si tratta di un film. E' vita vera. E - cosa? - i neocons ci governano? All'improvviso, e' sempre più verosimile che la "ristretta minoranza" di Perle possa ricevere una pedata collettiva. Ed e' infinitamente più verosimile se l'Iraq scivolerà sempre più nel caos e se la preoccupazione pubblica per le menzogne di Bush riguardo la presunta minaccia irachena - i suoi mitici legami con il terrorismo e le sue armi di distruzione di massa - diventasse la maggiore questione politica del 2004.

Giocando la carta dell' «antisemitismo»

Nei momenti di disperazione, la gente sferra calci. Probabilmente il segno più chiaro della disperazione di Perle e Frum risiede nel loro vergognoso sforzo di frustrare gli oppositori dichiarando che chiunque osi criticarli e' un anti-semita. Nel denigrare il "mito della cabala neo-conservatrice", Perle e Frum dicono che "il mito offre agli europei ed ai liberali un utile eufemismo per esprimere la loro ostilità ad Israele". E' il classico ritornello dei difensori ad oltranza degli eccessi di Israele: se si critica la politica criminale di Ariel Sharon nei territori palestinesi occupati, il movimento espansionista dei coloni, la costruzione del Muro etc, si e' ovviamente anti-semiti.


Allo stesso modo, se non si accetta la visione di Perle/Frum di una infinita guerra "al terrorismo" (o guerre preventive per cambiamenti di regime), e se si critica il relativamente piccolo gruppo di neo-cons che invoca tale politica, si odiano gli ebrei. (David Brooks, che ha recentemente scritto nel New York Times, e' arrivato sino al punto di dire che, quando i critici usano il termine neo-cons, "neo" significhi, in realtà, "ebreo"!).

Eppure, nelle riunioni dei think-tank neo-conservatori e nelle conversazioni con importanti strateghi neo-con, si sente spesso dire, quasi in maniera umoristica, che non tutti i neo-cons sono ebrei, un fatto che Newt Gingrich, Jim Woolsey e Jeanne Kirkpatrick possono testimoniare. Perché, tuttavia, così tanti neo-conservatori siano ebrei e' un argomento affascinante da trattare in un altro articolo. La risposta implica storia, cultura, politica e religione in eguale misura. Ma, in ogni caso, anche se non vi e' alcuna giustificazione perché Perle e Frum accusino i loro critici di anti-semitismo, essi lo fanno comunque. Probabilmente il loro timore e' che, in quanto neo-conservatori, non hanno un vero elettorato tra la popolazione comune: né tra i liberali, né tra i conservatori, e nemmeno tra gli ebrei, tra i quali essi sono effettivamente una piccola minoranza. In effetti, pochi ebrei sono neo-cons e molti di essi votano per i democratici.

Alla fine, Perle e Frum trovano la motivazione mozzafiato, secondo cui essi stanno lottando per la civiltà stessa, anche se la civiltà non lo apprezza. "Stiamo lottando per il mondo civilizzato", scrivono. "Non cesseremo mai di sperare nel supporto del mondo civilizzato". Beh, forse il mondo civilizzato non li ascolta. Sfortunatamente, però, Bush sì.



Robert Dreyfuss e' un giornalista freelance specializzato in questioni di politica e di sicurezza nazionale. Sta attualmente scrivendo un libro sulla politica americana verso l'Islam politico negli ultimi 30 anni.