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    Predefinito Parrocchia di popolo, non d’élite

    Parrocchia di popolo, non d’élite. L’Italia rimette a nuovo il suo modello di Chiesa
    I vescovi italiani lanciano un new deal che parte dalla parrocchia. Ma il progetto si scontra con la predilezione di Giovanni Paolo II per i movimenti. Un’analisi di Luca Diotallevi

    di Sandro Magister • ENGLISH VERSION •







    ROMA – La conferenza episcopale italiana è impegnata a fondo, da mesi, su una questione apparentemente marginale: la parrocchia. Vi ha dedicato la sua ultima assemblea generale, nel novembre 2003. Vi è tornata sopra il 19 gennaio scorso nel consiglio permanente, il suo direttivo ristretto (vedi foto). E tirerà le somme nella prossima assemblea generale, nel maggio del 2004. Motore di tutto questo è il cardinale Camillo Ruini, vicario del papa e presidente della Cei.

    In realtà la parrocchia è questione centralissima, vitale, per il presente e il futuro del cattolicesimo. La parrocchia territoriale è immagine di una Chiesa a carattere popolare e diffuso. È essa a verificare se la Chiesa è o no missionaria. È la messa domenicale che in essa si celebra il cuore della vita cristiana. L’anomalia dell’Italia – il suo cattolicesimo così imponente, molto più che in altri paesi d’Europa – ha nella parrocchia la sua spiegazione. In Francia e in Belgio, ad esempio, la Chiesa ha perseguito un cattolicesimo di qualità per minoranze teologicamente colte, disdegnando le masse. E le chiese si sono svuotate di popolo. In Italia no, perché soprattutto a partire da Pio XI le sue parrocchie hanno volutamente coniugato quantità e qualità, hanno dato spazio a gruppi e movimenti specializzati e nello stesso tempo sono rimaste ospitali per tutti, anche per i lontani.

    In Italia, le parrocchie hanno fatto da tramite di un’offerta religiosa molto ricca e variata. Hanno riprodotto sotto la volta del cattolicesimo quella pluralità e concorrenzialità di modelli che è il segreto dell’alta pratica religiosa in un paese multiconfessionale come gli Stati Uniti d’America.

    Con Giovanni Paolo II questa specificità della parrocchia italiana è stata però spinta ai limiti di rottura. L’appoggio dato da questo papa ai movimenti ha fatto sì che essi conquistassero un peso preponderante, molto superiore alla loro consistenza numerica e alla loro capacità – modesta – di evangelizzare i lontani. Di quel 10 per cento di cattolici che in Italia fanno volontariato di tipo religioso, un buon terzo sono attivi in parrocchia, un altro terzo nell’Azione cattolica, e solo il 6-7 per cento appartengono a movimenti come Comunione e liberazione, Opus Dei, focolarini, neocatecumenali, eccetera. Quando una parrocchia è conquistata da uno di questi movimenti, cessa d’essere di tutti e per tutti, si identifica col gruppo e i suoi leader, perde la sua natura universalistica.

    È anche per reagire a questa deriva che i vescovi italiani hanno messo in cima alla loro agenda la questione parrocchia. Per restituire ad essa la sua forza missionaria. Per ridare splendore alla messa domenicale, definita dal concilio Vaticano II “culmen et fons” della vita cristiana.

    E per attrezzarsi all’impresa, la conferenza episcopale ha fatto ricorso anche ai lumi della sociologia religiosa. Quello che segue è l’estratto di una relazione tenuta dal professor Luca Diotallevi il 25 ottobre 2003 in un seminario del “progetto culturale” della Cei. Diotallevi, docente all’Università di Roma Tre, applica alla Chiesa italiana sia le teorie di Niklas Luhmann sul ruolo della religione nelle società a modernizzazione avanzata, sia il “new paradigm” d’analisi del mercato religioso elaborato negli Stati Uniti da Rodney Stark. La relazione completa uscirà in un volume con gli atti del seminario, pubblicato dalle Edizioni Dehoniane di Bologna.


    La parrocchia italiana, modello per la Chiesa mondiale

    di Luca Diotallevi


    La parrocchia italiana, come oggi la conosciamo, è il prodotto di una strategia pastorale di sofisticata concezione e di realizzazione piuttosto recente, nel quadro di quel processo di modernizzazione religiosa che ha il suo principale protagonista in Pio XI (1922-1939).

    La parrocchia proposta da questa strategia è pensata come capace di integrarsi ad altre iniziative pastorali specializzate. Questa integrazione prevede un ruolo primario per le istituzioni pastorali territoriali e un ruolo importante ma non autonomo per le altre iniziative. Da qui l’immagine: “una prima gamba e molte seconde gambe”. La parrocchia italiana novecentesca è tanto istituzione della “prima gamba”, quanto snodo istituzionale e organizzato dell’integrazione tra “prima gamba” e “seconde gambe”.

    È a questo modello di modernizzazione religiosa – dotato di una capacità senza eguali di diversificazione interna dell’offerta religiosa in regime di permanente centralità della governance religiosa territoriale – che si deve l’altrimenti inspiegabile alto livello di consumo religioso in un paese, come l’Italia, a modernizzazione avanzata e in regime di quasi monopolio cattolico.

    Di questa strategia di modernizzazione religiosa la parrocchia era perno. Per opera della vitalità della parrocchia, assai più che per opera della istituzione e delle organizzazioni diocesane, si è avuto in Italia un cattolicesimo a forte impronta “di Chiesa”. Non è avvenuto lo stesso in aree dell’Europa in cui la parrocchia era diversa o semplicemente più debole.

    Per la forza di questo processo e per l’inerzia di questa storia la parrocchia ha ancora oggi una vitalità senza pari nel panorama del mercato religioso italiano, come punto d’incontro tra domanda ed offerta, tra religiosità e religione.


    IL TERREMOTO CONCILIARE


    Sul finire degli anni Sessanta questo progetto di modernizzazione religiosa si scontrò con cambiamenti socio-culturali senza eguali per rapidità. La domanda religiosa raggiunse livelli di individualizzazione e di differenziazione sociale che misero in crisi irreversibile ogni progetto fin lì perseguito di mondo cattolico, di “cristianità”.

    Questo scacco – che coincise con la stagione del concilio e del dopoconcilio – provocò un conflitto tra:

    a) coloro che ritenevano possibile la ricostruzione di un “mondo cattolico” (a loro volta divisi tra quelli che lo immaginavano come grande e quelli che lo volevano piccolo, i primi nostalgici della “cristianità”, i secondi sognatori del “cattolicesimo di minoranza”) e

    b) coloro che ritenevano inevitabile che la Chiesa educasse ed accompagnasse costantemente ciascun credente all’esercizio di una fede scelta e pensata. Questa seconda linea prese inizialmente la forma ed il titolo di “scelta religiosa” e fu tipica di un’associazione come l’Azione cattolica.

    L’idea di parrocchia fu coinvolta in questo conflitto. Mentre stando al secondo criterio la parrocchia mantiene in pieno la propria funzione primaria, al contrario, nella prima prospettiva, la parrocchia perde il suo primato tra le istituzioni cattoliche. Per un verso non ha più la capacità di suscitare e amministrare una religione dei grandi numeri, mentre per l’altro verso non è capace di appagare la domanda di identità di cui abbisognano le forme religiose dei piccoli numeri. Ciò era ben chiaro sin dagli inizi degli anni Settanta.


    L’ESPANSIONE DEI MOVIMENTI


    E oggi? La cultura pastorale più diffusa in questi ultimi anni nella Chiesa italiana esaspera una tendenza già presente nella strategia di modernizzazione religiosa cui abbiamo fatto riferimento in principio. Asseconda fino ai suoi estremi limiti una dinamica di diversificazione interna dell’offerta religiosa. La novità consiste non solo nel grado della diversificazione interna, ma anche nella sua qualità. Attori di questa diversificazione non sono più ordini monastici e religiosi come nell’antichità o nell’era post-tridentina, ma vere e proprie comunità ecclesiali autonome, come nel caso dei movimenti o delle prelature personali.

    Il consenso a questa diversificazione interna dell’offerta religiosa in molti casi non viene meno neppure quando essa coinvolge stabilmente e programmaticamente la messa domenicale. Per tornare all’immagine usata in precedenza si passa a un assetto fatto di sole “seconde gambe”, senza più alcuna risorsa data alla “prima gamba” fatta di preti diocesani, di istituti parrocchiali, di Azione cattolica. È evidente che ciò implica una delegittimazione dall’interno della parrocchia. Potremmo dunque concludere che il principale motivo di crisi della parrocchia italiana è di carattere endogeno, e dipende dalla risposta che negli ultimi vent’anni il management religioso ha dato alla accelerazione del processo di modernizzazione sociale

    Ma per diverse ragioni è anche molto probabile che tale strategia di illimitato sostegno alla diversificazione interna dell’offerta religiosa abbia raggiunto un punto limite. Tra queste ragioni possiamo annoverare:

    a) l’accelerarsi del processo di individualizzazione della domanda religiosa,

    b) la fine del mercato religioso italiano come mercato protetto,

    c) l’ingresso di nuovi concorrenti su questo mercato,

    d) la decrescente capacità di reclutare personale da “prima gamba”, soprattutto in alcune aree del paese.


    IL RITORNO ALLA PARROCCHIA “DI CHIESA”


    La scelta dei vescovi italiani di riconcentrarsi sulla parrocchia, sul prete diocesano e sull’Azione cattolica potrebbe dunque essere giunta tardi, ma forse non troppo tardi.

    Si può anche osservare, infatti, che i dati empirici disponibili smascherano tutta la mitologia negativa che accompagna la delegittimazione endogena della parrocchia. La rete parrocchiale – e la realtà associativa che in essa si radica – costituisce tuttora in Italia l’esperienza religiosa più diffusa e consistente, quella più capace di reclutamento, quella più capace di intenso slancio missionario; certamente assai più dei movimenti, la cui forza è più televisiva che reale.

    Delegittimare la parrocchia equivale a delegittimare la più diffusa – se non l’unica – istituzione religiosa in Italia in forma “di Chiesa”.

    In termini sociologici, tra gli identificativi di un’esperienza religiosa “di Chiesa” vi sono il carattere non carismatico ma istituzionale dell’autorità religiosa, il territorio come luogo di competenza e di appartenenza, la natura non movimentista ma associativa delle forme aggregative interne.

    È ovvio che la socializzazione religiosa condotta in un’istituzione cattolica “di Chiesa” porta a un orientamento religioso diverso da quello a cui porta un’istituzione cattolica “di setta”.

    Un’istituzione “di Chiesa” educa all’unione con i diversi, a una fede pensata, capace di discernimento, capace di “scelta religiosa” come rielaborazione di ogni evento e di ogni esperienza in una luce cristiana. Riscoperta della parrocchia e “progetto culturale” della Chiesa italiana sono due obiettivi difficilmente isolabili l’uno dall’altro.

    Grazie alla parrocchia, la maggior parte dei cattolici italiani può fare ancora l’esperienza diretta di un’appartenenza religiosa “di Chiesa”.

    Ma naturalmente il carattere ecclesiale, almeno in termini sociologici, non è garantito alla parrocchia dal suo nome. Lo si vede dal dibattito che da qualche tempo è ripreso intorno alla parrocchia, e anche dalla recente invocazione di una “pastorale integrata”. È infatti possibile rilevare almeno quattro distinti orientamenti sul futuro della parrocchia:

    a) parrocchia come centro erogatore di servizi religiosi rivolti a un consumo individuale,

    b) parrocchia come piccola comunità,

    c) parrocchia come mescolanza del primo e del secondo tipo, e infine

    d) un aggiornamento della parrocchia tradizionale identificata dai caratteri “di Chiesa” sopra ricordati.

    È chiaro che nei primi tre orientamenti i caratteri che fanno della parrocchia una istituzione “di Chiesa” sono sacrificati in tutto o in parte. Ad esempio, nel modello piccola comunità si perdono il carattere istituzionale dell’autorità religiosa e quello della territorialità, così ricco di significati ecclesiologici e spirituali.


    IL RISCHIO DI UN CATTOLICESIMO “IN FRANCHISING”


    Se nella pratica, per quanto estenuato, l’orientamento più diffuso resta il quarto, soprattutto nell’Italia del nord e lungo l’Adriatico, nelle proposte sembra invece raccogliere molti consensi il terzo modello, una sorta di compromesso tra anima burocratica della vecchia parrocchia e consenso alla proliferazione delle “seconde gambe”. Sembra così trovare legittimazione una sorta di cattolicesimo “in franchising”, con la parrocchia data in concessione a un movimento. La comunità ecclesiale finisce per coincidere con un determinato gruppo, il sacramento diviene un servizio a volte esternalizzato a volte autoprodotto, il consiglio pastorale parrocchiale diviene luogo di negoziato tra i gruppi sulle risorse scarse rimaste alla parrocchia, dell’associazionismo intraecclesiale si perde il senso specifico, l’autorità episcopale diviene evanescente (eventualmente sostituita dall’autorità del movimento), mentre quella papale è esaltata come identificante, ma lontana e praticamente innocua. A volte persino i servizi di curia (a livello diocesano come a livello regionale e nazionale) tendono ad assumere la forma movimento.

    La questione va affrontata con tutta la gradualità possibile. Ma è anche così radicale da non poter essere fronteggiata con indecisione o tentennamenti. Un’ulteriore crisi della parrocchia cambierebbe la forma, la rilevanza e in prospettiva anche la consistenza del cattolicesimo italiano.


    GLI EQUIVOCI DELLA “PASTORALE INTEGRATA”


    Un esempio. In queste ultime settimane si è affrontata la questione parrocchia proponendo l’idea di una “pastorale integrata”. Credo proprio si debba decidere con coraggio se “pastorale integrata” significa

    a) che la parrocchia e le istituzioni pastorali territoriali devono servire a integrare le diverse esperienze di vita cristiana e dunque anche di impegno pastorale, oppure

    b) che la parrocchia e le istituzioni pastorali territoriali devono essere integrate con altre istituzioni religiose d’élite, attribuendo a queste e a quelle pari valore.

    Tra l’una e l’altra interpretazione corre un’enorme differenza, praticamente una opposizione. Un conto è affermare che le istituzioni territoriali, la diocesi e la parrocchia sono anzitutto attori di integrazione. Tutt’altra cosa è declassarle a oggetto di integrazione con altro.

    __________


    Il sito della conferenza episcopale italiana:

    > Cei

    __________


    La recensione di un precedente articolo di Luca Diotallevi sui movimenti cattolici, apparso sulla rivista teologica internazionale “Concilium”:

    > Chiesa o chiesuole? La minaccia settaria dei movimenti cattolici (13.6.2003)

    Un suo libro che analizza scientificamente il “caso” del cattolicesimo in Italia:

    Luca Diotallevi, “Il rompicapo della secolarizzazione italiana. Caso italiano, teorie americane e revisione del paradigma della secolarizzazione”, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2001, pp. 201, euro 10,33.

    E il link alla casa editrice che pubblicherà il saggio sopra riprodotto:

    > Edizioni Dehoniane, Bologna

    __________


    Vai alla home page di > www.chiesa.espressonline.it, con i lanci degli ultimi articoli e i link alle pagine di servizio.

    L’indirizzo è > [email protected]




    __________


    Sandro Magister cura anche un blog quotidiano, sempre sulla Chiesa, con segnalazioni, interventi, commenti:

    > SETTIMO CIELO. IL BLOG DI SANDRO MAGISTER

    Negli ultimi post trovi:

    – Dio e libertà. Il “credo” di George W. Bush.

    – Enzo Bianchi e Meo Elia contro Ruini e la sua “religione civile”.

    – Islam. Urge una campagna contro il delitto d’onore.

    – Chiesa missionaria. La prolusione del cardinale Ruini al direttivo della Cei.

    – Dante Alighieri teologo, riletto dal cardinale Biffi.

    – La Baghdad liberata di papa Wojtyla.

    – Caffarra talent scout di nuovi preti.

    – Il laico Norberto Bobbio all’indice. Sull’aborto.

    – Egitto ospitale per Gesù bambino, ma non per i suoi seguaci d’oggi.

    – Il papa raccomanda un libro sull’eccidio staliniano degli ucraini.

    – Il sogno biancovestito dei cardinali Sepe e Martino.


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    23.01.2004






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    gli affus boys, una loggia di ispirazione affusistica .notare il caratteristico costume.
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