(tratto da http://it.groups.yahoo.com/group/gruppo_di_ur/)


Un luogo che favorisce l'esperienza descritta da Pietro Negri, nella
monografia "Sub Specie Interioritatis", è la montagna e, in particolar modo, la sua vetta, perchè, come ricorda lo scalatore ed esoterista Domenico Rudatis (1898-1994)nel saggio "La Grande Solitudine" (pubblicato nella rivista La Torre n° 4, 15 marzo 1930), di là «le cose tutte sono contemplate come dal loro Creatore ». La vertigine che impedisce quel tipo di esperienza ha anch'essa un analogo nella vertigine che può produrre la vetta nell'animo dell'uomo comune. Superare la seconda vertigine, può permettere di affrontare la prima.
Quel che segue è la terza ed ultima parte del suddetto saggio.

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Insegnava Buddha ai suoi discepoli che la liberazione, la meta suprema da conseguire al di là della vita e della morte, è il nirvana. Ma il nirvana era anche il supremo mistero, che la mente umana non poteva concepire. Ansiosi di sapere, chiesero un giorno i suoi discepoli quale cosa sulla terra avesse più somiglianza col nirvana, e Buddha rispose che ciò che sulla terra aveva maggiori somiglianze col nirvana era l'alta montagna.
La vetta della montagna è il simbolo e la realtà della montagna stessa.
Il silenzio e la solitudine della vetta sono il suo linguaggio e il
suo mistero.
Da una vetta di alta montagna si scopre il mondo, ché di là - disse unpoeta d'oriente - «le cose tutte sono contemplate come dal loro
Creatore ».
Si sente davvero qualcosa che precede e sta sopra la terra dell'uomo. Una realtà nuda deserta violenta, un caos primordiale e prodigioso. L'immensità incombe satura di silenzio e di potenza.
La solitudine e la vertigine delle vette agita in ogni individuo le
più oscure profondità del suo essere, spingendo ad affiorare alla sua coscienza sensazioni intraducibili. Essa è fermento dell'infinito.
Agisce su tutte le nature, trasforma chi vive, e opera in modo
distruttivo su chi sta per spegnersi spiritualmente.
Gli individui passivi, civilmente addestrati a meglio funzionare nel
meccanismo sociale moderno, individui i cui bisogni di libertà si
limitano ai vasti orizzonti di garza dipinta dei palcoscenici, quando
si affacciano sul mondo da una vetta, hanno un'inquietudine oscura, uno smarrimento, il cui senso a loro sfugge.
Il mondo si presenta loro nella sua realtà più concreta e più potente, e nulla di tutto ciò che costituisce la loro esistenza abituale, nel pensiero e nell'azione, minimamente aderisce a questa realtà eterna e originaria. Tutta la mentalità affaristica, l'imponente armatura moderna, al primo contatto con l'essenza adamantina di tale realtà che giunga a parlargli senza attenuazioni, si sfascia, come terracotta sbattuta contro la roccia, con un immediato e sconsolato suono di cocci infranti.
Temono gli uomini, paurosamente temono di dover convincersi che i mille puntelli che quotidianamente sorreggono la loro vita rovinino nell'abisso dell'inconsistenza, che tanto pomposo progresso non sia che una complicazione caricaturale avente la ridicola e dolorosa pesantezza di chi è obeso fino all'impotenza; ed è questo angoscioso timore il segreto della vertigine che prende anche sulla cima più ampia e incrollabilmente solida.
Non è soltanto vertigine fisica ma una vertigine intima che investe il loro spirito e lo travolge. Insorge in loro, nell'interno al pari che
nell'altro esterno, un bisogno di retrocedere, di sostenersi, di
ritirarsi, di rientrare nelle loro proprie limitazioni. Diventa loro
necessario dimenticare al più presto di aver dubitato, di aver temuto; attaccarsi più di prima, disperatamente, a ciò che, nell'incubo della vetta, nell'abisso, presentirono crollante.
È l'effetto distruttivo della solitudine delle vette sugli spiriti che
stanno per spegnersi.
È la contrazione che precede la fissità ultima di ciò che non vive più. Il potere della solitudine delle vette è cosi grande che agisce non solamente sull'individuo isolato ma anche su più individui assieme. Allora essi reagiscono alla vertigine che li sorprende eccitandosi tra loro, gridando, cantando. Ma, dopo ogni voce, il silenzio ripiomba più grave e sconcertante.
La vetta però come prostra chi scende, esalta chi sale.
Chi nell'ascesa che egli affronta, fra il pericolo d'ogni gesto e
d'ogni passo, realizza quasi il simbolo di un significato superiore e
interno, nella solitudine intangibile e silente delle vette adombra la promessa del Vangelo: «A chi ha, sarà dato ». Poiché gli sarà dato illimitatamente, di bellezza, di vita, di potenza, tanto quanto sarà capace di reggere e di conservare. Forme e colori si rivestono di istanti di tale bellezza che sembrano dare alle cose una espressione e una essenza definitiva per tutta l'eternità. L'orizzonte sembra vivere nello spazio e propagarsi come una spirale galattica nell'immensità.
Si sente lo spazio stesso come concentrarsi sulla vetta e riespandersi in un respiro oceanico sconfinato che pare trasportarci con sé lontano e dovunque. Il silenzio fa risuonare nell'anima le melodie esaltanti dell'infinito.
Sorge dal profondo il senso come di una grandezza ritrovata, di una realtà di vita superiore non ancora presente, ma già più vicina, forse imminente.
La solitudine della vetta assurge a forme di rito, di compimento, di
simbolo.
Chi riuscirà a essere possentemente solo nella Grande Solitudine, si sentirà anche Uno, e più si sentirà Uno, più si riconoscerà Tutto.