Scegliemmo la libertà
La nascita di Forza Italia raccontata da Gianni Baget Bozzo
di Gianni Baget Bozzo - 22 gennaio 2004
La nascita di Forza Italia è per me un evento della memoria. Ma quando si partecipa ad un evento che sarà storico non lo si sa. Tutto ciò che poi viene commemorato è vissuto da chi ne è partecipe come un avvenimento semi banale. Io ricordo le riunioni ad Arcore, a cui partecipavo con Antonio Martino, Pio Marconi, Paolo Del Debbio, Fedele Confalonieri, Marcello Dell'Utri e che non erano riunioni di fondazione ma esami di fattibilità. Sembrava soltanto che dovessimo tentare qualcosa soltanto perché la coscienza lo chiedeva.
Allora i maestri dell'opinione pubblica avevano imposto ai lettori il volto vindice di Antonio Di Pietro: le manette, l'infamia dell'avviso di garanzia divenuto un avviso di condanna, il ricatto - cioè una forma di tortura come mezzo del magistrato inquirente - avevano trasformato l'Italia in un regime di polizia, in cui chi avesse avuto incarichi politici poteva aspettare sulla soglia il suo carabiniere di turno.
Credere che sei o sette signori riuniti ad Arcore potessero cambiare una macchina così ben oleata, che aveva fatto fuori il Gotha del potere, incriminato Craxi, Andreotti, Forlani e la schiera dei loro più importanti aderenti, sembrava follia.
Ho avuto sempre, da buon spagnolo, il sentimento di don Chisciotte, secondo cui le uniche cause buone sono quelle perdute. Mi era piaciuto sempre il motto di Eschilo, caro a Simone Weil: la giustizia è una dea che fugge la casa dei vincitori. In genere portavo fortuna ai miei sconfitti, se continuavano a combattere: se abbandonavano, portavo iella.
Alle riunioni di Arcore andai nello stato d'animo di un carbonaro o di un sessantottino che, per essere realista, chiedeva l'impossibile. Chi avrebbe fermato la mano dei magistrati milanesi? Berlusconi non diveniva una vittima autodesignata alla ghigliottina di Di Pietro e Borelli?
Mi muoveva anche la meraviglia per non aver capito che, grazie a Violante e ad un gruppo di magistrati, l'Italia, che non era mai stata un paese giacobino e di ghigliottina, lo fosse improvvisamente diventato.
Io tutto quel che avevo da dire a Berlusconi era che credevo nello Spirito Santo e perciò nelle ispirazioni: e la sua mi pareva tale. Da allora cominciai a considerare Berlusconi come un evento spirituale, cosa che mi è ovviamente rimproverata dal mondo cattolico cui appartengo, ma che stranamente, contro i suoi principi, non crede che lo Spirito Santo agisca anche sui laici e sugli eventi temporali. Perciò mi limitai a dire: "dottore (allora Berlusconi non poteva che essere chiamato così), lei tenti, non prenderemo la maggioranza ma costruiremo l'opposizione".
Nella mia storia donchisciottesca, essere all'opposizione era sempre sembrato più fascinoso che essere nella maggioranza. La maggioranza è sempre noiosa, l'opposizione ha il fascino della fantasia. Ma soprattutto io che allora votavo leghista nelle comunali, pensavo che creare un'opposizione fosse l'unica arma contro il regime della ghigliottina, della carcerazione preventiva, del ricatto giudiziario, del suicidio in carcere.
Ho sempre notato che l'unica figura definita dal vangelo "iniqua" è quella di un giudice: e mi pareva una definizione azzeccata. Il fascismo era stato meno odioso di questa burocrazia togata che usava la violenza in nome della giustizia. Nella storia d'Italia, se la libertà avesse prevalso, come ormai mi sembra certo, i nomi dei magistrati di Milano, i Di Pietro, i Borelli, i Davigo, le Boccassini sarebbero per sempre stati "signati nigro lapillo" come figure da ricordare con orrore, quelle del giudice iniquo.
Perché all'Italia sia toccata la sorte del golpe giudiziario, mi è oscuro ancora adesso. Vi è alla base il nesso tra sinistra, rivoluzione, cultura giudiziaria, magistratura: un nesso politico che i partiti democratici non avevano visto nascere. La loro colpa maggiore non sono le tangenti, che c'erano e saranno prima o dopo di loro, ma l'ingenuità politica di credere che i magistrati non volessero anch'essi la parte dominante del potere.
Questi erano dunque i pensieri che mi accompagnavano quando andavo alle riunioni di Arcore. Mi confortai quando partecipai ai corsi di Publitalia che, cambiato nome, sceglieva e preparava i candidati. Non pensai a fare il candidato, due cose lo impedivano: io ero un craxiano notorio e Forza Italia doveva dissimulare i rapporti originari che la legavano al Psi. Poi ero un prete sanzionato dalla Chiesa per essersi candidato a parlamentare europeo socialista, preferivo riavere la Messa a una nuova candidatura. Non era desiderabile per me, non era opportuno per Forza Italia candidare un prete craxiano sospeso a divinis.
Ebbi però la gioia, tutta spirituale, di vedere che la vittoria di Berlusconi liquidò le due bestie nere quelle che avevo scelto di combattere con la candidatura socialista: l'unità dei cattolici attorno alla Dc e la stessa Dc. Ma questi sono i sentimenti del poi, quando invitato in televisione all'annuncio dei risultati vedevo i pidiessini fuggire e rimanere solo Cossutta, il combattente sovietico, sbiancato in volto ma presente a testimoniare con la sua desolazione la vittoria di Forza Italia nel popolo italiano. Non sarebbe bastato a vincere, ma bastava a cominciare. Era accaduto più di quanto il mio donchisciottismo mi avesse permesso di sperare.
Gianni Baget Bozzo


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