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Discussione: Europa....

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    Predefinito Europa....

    ....antisemita ed è vero

    Roma. Per gli amanti del genere potrebbe essere “il mistero del rapporto scomparso”.
    Ma c’è poco da divertirsi e molto da preoccuparsi, e forse non c’è nemmeno tutto questo mistero, ad approfondire la denuncia sulla prima pagina del Financial Times di sabato scorso: l’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia (Eumc), istituzione comunitaria con sede a Vienna, ha deciso di non pubblicare un ponderoso rapporto di centododici pagine sull’antisemitismo in Europa, pronto dallo scorso febbraio e commissionato nel 2002 dall’Osservatorio stesso al Centro di ricerca sull’antisemitismo dell’Università di Berlino.
    Le conclusioni del rapporto, rivelate dal Ft, sono inequivocabili: dietro episodi e recrudescenze di antisemitismo nei paesi dell’Unione europea ci sono gruppi musulmani e della sinistra filopalestinese.
    Prima che ne parlasse il Financial Times, la notizia del “visto non si stampi” e dell’insabbiamento del rapporto era in realtà già uscita.
    Molto in sordina, nascosta nelle pieghe del consuntivo di metà anno dell’Eumc, a cui l’Unione europea affida, dal 1998, il compito di tenere sotto osservazione i fenomeni di razzismo, xenofobia, islamofobia e antisemitismo. Nelle otto fitte pagine della relazione, alla voce “ricerca”, si possono leggere due righe a dir poco laconiche, senza spiegazioni: “Sono state completate le modifiche e le ulteriori discussioni riguardanti la relazione sull’antisemitismo. Il consiglio direttivo ha deciso di non pubblicare la relazione”.

    Questo sarebbe stato tutto, se il Financial Times non avesse deciso di sollevare il caso, ora che l’antisemitismo è tornato tristemente d’attualità anche in Europa.
    L’Eumc ha sede a Vienna, e il suo direttivo è formato da diciotto membri: uno per ciascuno dei quindici paesi dell’Unione più un rappresentante della Commisione, uno del Parlamento e un altro del Consiglio d’Europa.
    A tutti, evidentemente, le con diclusioni del rapporto sono sembrate troppo “politicamente scorrette” per poter essere divulgate.
    Soprattutto nella parte in cui si afferma che “tra i musulmani c’è una tendenza tendenza all’antisemitismo mentre nella sinistra c’è una mobilitazione contro Israele che non è sempre libera dal pregiudizio”.
    Troppo “provocatorio”, secondo l’Eumc, “concentrare su autori musulmani e filopalestinesi” l’accusa di complicità costante negli “incidenti antisemiti” in Europa.
    Impossibile non mettere a confronto la prudenza e gli scrupoli messi in campo in questa circostanza con quanto è avvenuto in occasione del famigerato sondaggio della della Commissione europea che indicava in Israele il nemico numero uno della pace mondiale. In quel caso, zero scrupoli e grande rilievo mediatico, in nome del fatto, è stato detto, che non era certo possibile controllare o censurare le conclusioni del sondaggio e l’orientamento dell’opinione pubblica.

    La tedesca Beate Winkler, che dirige l’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia fin dalla sua fondazione, ha provato a giustificare con motivazioni di tipo procedurale la decisione, in realtà tutta politica, di lasciare il rapporto sull’antisemitismo in fondo a un cassetto chiuso a chiave.
    A lavoro concluso, ha spiegato, sarebbero emerse insanabili divergenze tra l’Osservatorio e il Centro di ricerca sull’antisemitismo dell’Università di Berlino, che l’aveva materialmente prodotto.
    Al Financial Times la Winkler ha dichiarato che “il periodo dell’indagine – maggio e giugno 2002 – è stato a posteriori considerato non rappresentativo”.
    E che, soprattutto, “c’è stato un problema” a proposito della
    “definizione del concetto di antisemitismo”, che nel rapporto sarebbe risultata “troppo complicata” (dichiarazione testuale).
    Un altro componente della commissione che ha sotterrato il rapporto, il danese Ole Espersen, lo ha definito “squilibrato” e “insufficiente”.
    Anche a non voler cedere alla diffidenza e a voler essere molto comprensivi, riesce francamente difficile immaginare che i responsabili dell’Osservatorio non avessero concordato preventivamente e minuziosamente, per una ricerca di tale deli-catezza, modalità e aspetti basilari come quelli appena ricordati. E se non l’avessero fatto, sarebbero comunque censurabili, perché avrebbero dato prova d’imperdonabile dilettantismo e di disprezzo per i fondi europei impegnati per produrre il rapporto insabbiato.
    Senza considerare che sarebbe stato comunque possibile pubblicarlo, accompagnandolo con considerazioni critiche che tenessero conto di obiezioni e perplessità.

    Niente di tutto questo. E visto che a pensar male spesso s’indovina, appare lampante che il problema è un altro: la ricerca è sfuggita di mano a chi l’aveva commissionata.
    Non era possibile, per i poco zelanti (o molto, a seconda dei punti di vista) responsabili dell’Eumc mettere il loro imprimatur su un rapporto che, senza tanti giri di parole, attribuisce motivazioni antisemite anche a gruppi della sinistra e del movimento antiglobalizzazione.
    E visto che l’Osservatorio non è un corpo estraneo rispetto alle istituzioni europee, ma una loro diretta emanazione, sarebbe interessante sapere da Romano Prodi, e dai molti responsabili di quelle istituzioni, se si sono dati pena di capire come mai il rapporto sia stato cancellato. Ma Prodi tace.
    La relazione dell’Eumc che annunciava in due righe la non pubblicazione è infatti disponibile in rete, sul sito dell’Eumc. Mentre dallo stesso sito è scomparso, da ieri pomeriggio, qualsiasi riferimento al rapporto, che fino alla mattina poteva essere richiesto per e-mail.
    Noi lo abbiamo fatto, e per ora non abbiamo avuto risposta. Difficile non concordare con il quotidiano israeliano Maariv, che ha scritto:

    “Sarebbe bello potersi sbarazzare dell’antisemitismo così come di un rapporto imbarazzante. Purtroppo, però, l’esistenza del rapporto è trapelata e l’antisemitismo rimane ben vivo. Decisamente, l’Europa fa di tutto per provare a Israele e agli ebrei di essere affetta dalle malattie che in molti l’accusano di aver contratto”.

    siamo d'accordo

    saluti

  2. #2
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    Predefinito

    Occultare la ricerca sull’antisemitismo è una scelta grave. Intollerabile

    Ormai è ufficiale che la ricerca dell’Università di Berlino sul fenomeno dell’antisemitismo in Europa, commissionata dall’Osservatorio europeo che si occupa di questa materia, non sarà divulgato per decisione politica. Scomparso dal sito in cui era precedentemente citato, il documento in questione è stato negato a giornalisti di varie testate che, dopo la denuncia del Financial Times (ribadita dal Foglio), ne avevano fatto richiesta, con l’argomento che, poiché aveva suscitato dissensi e polemiche, si era deciso di non renderlo pubblico.
    Non è nemmeno il caso di ricordare che invece l’incredibile sondaggio in cui si indica in Israele il principale nemico della pace è uscito da un altro organismo controllato dall’Unione europea senza problemi.
    Il problema, infatti, è assai più grave di quello derivante da un atteggiamento di faziosità antiisraeliana che serpeggia nelle istituzioni europee.
    Qui non si tratta di una forzatura politica, ma di antisemitismo, cioè di un virus che ha già più volte infettato l’Europa, mutando in barbarie e in vergogna eterna le vette civili e culturali raggiunte dal vecchio continente.

    L’antisemitismo è un fenomeno complesso, con radici in varie posizioni politiche e in diversi strati sociali, Carlo Marx ne parlava come del “socialismo degli imbecilli”, che identificavano gli ebrei con i capitalisti, mentre i movimenti di destra, ma anche John Ford, confondevano l’inesistente internazionale ebraica con quella bolscevica.
    Il fatto è che, per una ragione o per l’altra, quando si scatenò la persecuzione degli ebrei, tutto l’odio che era stato seminato portò i suoi terribili frutti, con la violenza dei malvagi e l’indifferenza degli altri.
    Per questo la battaglia contro l’antisemitismo deve essere condotta senza retorica ma, soprattutto, senza guardare in faccia a nessuno.
    Invece responsabili europei hanno deciso che, probabilmente per non mettere in imbarazzo settori della sinistra o delle comunità islamiche antiisraeliane, le radici dell’odierno antisemitismo devono essere occultate.
    E così ne diventano complici.

    (E Prodi seguita a tacere, ndr)

    su il Foglio

    saluti

  3. #3
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    Predefinito Le irricevibili giustificazioni...

    ...dell'Eumc

    Roma. Alla fine, dopo quattro giorni di silenzio, l’Osservatorio europeo dei fenomeni di razzismo e xenofobia di Vienna (Eumc), si è fatto vivo con un imbarazzato comunicato stampa, in bella evidenza sul suo sito web.
    Accusato sul Financial Times dello scorso sabato e poi da varie altre testate, tra cui il Foglio, di aver insabbiato il rapporto sull’antisemitismo in Europa commissionato al Centro di studi sull’antisemitismo della Technische Universität di Berlino, l’Eumc difende la propria “indipendenza” e la “qualità, integrità e credibilità” della sua attività di ricerca, mentre annuncia che la pubblicazione del rapporto scomparso è stata semplicemente rimandata all’inizio del prossimo anno.
    Uscirà, dicono, entro i primi quattro mesi del 2004.
    Per voce di uno dei responsabili del management, Bob Purkiss, l’Eumc (che dipende dalla Commissione e dal Parlamento europei) giustifica il più che sospetto rinvio (che ha tutta l’aria di essere
    una scappatoia dell’ultima ora) con la “qualità insufficiente del lavoro prodotto dal Centro di ricerca sull’antisemitismo di Berlino”. Chissà cosa ne pensano, di questa bocciatura senza appello, i ricercatori dell’importante istituto diretto dal professor Klaus Voigt, studioso di antisemitismo noto in tutto il mondo (è autore, tra l’altro, di un libro sulla memorialistica degli ebrei che ripararono in Italia dalla Germania nazista).
    Evidentemente, però, all’Eumc sono proprio incontentabili. Le ricerche per sanare quelle insufficienze, si afferma nel comunicato di ieri, sarebbero ancora in corso.

    Ma ai più maligni, tra i quali ci annoveriamo, rimane il sospetto che fossero troppo scomode e imbarazzanti le conclusioni del rapporto berlinese, che in centododici pagine spiegava, stando alle indiscrezioni non smentite del Financial Times, come dietro a una serie di “incidenti antisemiti” avvenuti tra maggio e giugno 2002 ci fossero gruppi islamici e filopalestinesi, e come le mobilitazioni antiisraeliane di gruppi di sinistra e no global non siano immuni da pregiudizi squisitamente antisemiti.
    Uno dei motivi del rigetto dello studio berlinese sarebbe, a quanto pare, il rifiuto da parte dell’Eumc di considerare le azioni contro Israele come manifestazioni di antisemitismo, e il conseguente dissidio sul significato da dare al termine stesso.
    Per essere completato, rassicura l’Eumc, il rapporto attende dati provenienti dai quindici paesi dell’Unione: “Attraverso questo studio – proclama Bob Purkiss – è nostra intenzione contribuire in modo determinante al dibattito sull’antisemitismo in Europa, per arrivare a combatterlo efficacemente”.
    E la signora Beate Winkler, direttore dell’Osservatorio, nello stesso comunicato fa sapere di essere preoccupata all’idea che informazioni non accurate e malinterpretate dalla stampa
    “possano accrescere la sensazione di paura e vulnerabilità nella comunità ebraica”.

    Nessuno, però, spiega come mai, nella relazione di metà anno dell’Eumc, divulgata cinque mesi prima dell’articolo del Finacial
    Times, si parlasse semplicemente di “non pubblicazione” del rapporto, senza menzionare alcuna proroga.
    La Commissione europea, dal canto suo, ci ha fatto sapere,
    attraverso il responsabile dell’ufficio stampa della rappresentanza italiana, Carlo Corazza, che pur dipendendo dalle istituzioni
    comunitarie, l’Eumc è un’agenzia con un largo margine di autonomia: “Se ha deciso di non pubblicare il rapporto, che
    non abbiamo neanche noi, avrà le sue ragioni - ci ha detto Corazza – non sindacabili dalla Commissione.
    E non si può fare nessun paragone con il sondaggio di Eurobarometro che indicava in Israele il primo nemico della pace nel mondo, direttamente chiesto e divulgato dalla Commissione”.

    saluti

  4. #4
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    Predefinito

    Berlino. “L’abbiamo saputo dal Financial Times, una settimana fa, che il nostro rapporto sulle insorgenze di antisemitismo in Europa, pronto e consegnato dallo scorso gennaio, non sarebbe mai stato divulgato da chi ce l’aveva commissionato”, e cioè
    l’Eumc di Vienna, l’Osservatorio sul razzismo e la xenofobia che
    l’Unione europea foraggia con sei milioni di euro l’anno.
    Sembra quasi più stupita che arrabbiata, la storica Juliane Wetzel, che con il sociologo Werner Bergmann aveva firmato quello studio per conto del Centro di ricerca sull’antisemitismo della Technische Universität di Berlino.
    E ora, prima di partire per gli Stati Uniti, dove l’aspetta un convegno internazionale sulla Shoah, dà al Foglio la sua versione di quello che ormai è diventato il caso del “rapporto scomparso”: “Dalle dichiarazioni fatte alla stampa dai responsabili dell’Eumc, che a tutt’oggi continuano a non degnarci di nessuna comunicazione diretta e ufficiale, abbiamo appreso che alla base della mancata pubblicazione ci sarebbero non meglio identificate ‘lacune’ e la ‘scarsa qualità dei dati presentati’.
    Il nostro Centro – continua la Wetzel – esiste dal 1982 ed è uno dei più importanti del mondo. Abbiamo concordato col committente, informandolo costantemente strada facendo, le modalità di costruzione del rapporto, e abbiamo utilizzato i quindici punti nazionali di coordinamento incaricati dallo stesso Eumc di fornirci i dati.
    Dove questi mancavano o risultavano incompleti (come nel caso di Gran Bretagna e Olanda, mentre devo dire che il contributo italiano è stato ottimo ed esauriente) li abbiamo integrati con nostre informazioni e rilevazioni. Non possiamo assolutamente accettare le critiche che ci muove l’Osservatorio, e per questo stiamo studiando i provvedimenti opportuni per difendere l’onorabilità del nostro Centro e del nostro lavoro.
    Siamo convinti, infatti, che alla base di quell’insabbiamento ci siano motivazioni esclusivamente politiche”.
    E’ lo stesso sospetto avanzato dal Financial Times, rilanciato dal Foglio e ora autorevolmente confermato dall’autrice del rapporto, che dal 1991 lavora al Centro per le ricerche sull’antisemitismo di Berlino.
    E’ evidente, infatti, che sono state considerate politicamente “impresentabili” le sue conclusioni, più o meno riassumibili così: i responsabili dell’aumento degli atti di antisemitismo in Europa sarebbero soprattutto immigrati mussulmani, che sempre più affiancano le loro azioni di aggressione fisica di ebrei e profanazione e distruzione di sinagoghe, cimiteri e altre istituzioni ebraiche ad analoghe azioni organizzate da gruppi della destra radicale.
    Ma anche la sinistra estrema ci mette del suo, con dichiarazioni e campagne di tenore antisemita, soprattutto nell’ambito di mobilitazioni antiglobalizzazione e filopalestinesi.
    E’ un nuovo antisemitismo che si ammanta di “buone” cause, in una visione che combina antisionismo e antiamericanismo.

    “La politica israeliana non c’entra”
    John Kellock, portavoce dell’Eumc, si è detto preoccupato dall’eventualità che la pubblicazione del rapporto potesse fomentare la criminalizzazione indiscriminata dei mussulmani in Europa, perché “azioni di singoli individui non sono rappresentative delle rispettive comunità”.
    Gli euroinsabbiatori dell’Osservatorio sul razzismo e la xenofobia, chiamati a dar conto della loro decisione, sottolineano anche che non si può accusare di antisemitismo chi, semplicemente, si oppone alla politica israeliana.
    “Ma tutte queste cose le sappiamo bene anche noi – commenta Juliane Wetzel – così come sappiamo la differenza che corre tra una più che legittima critica alla politica di Israele e l’uso di stereotipi antisemiti costruiti a tavolino. E’ di questi, e della loro nuova e preoccupante diffusione, che ci siamo occupati nel nostro studio”.
    Dal 1998, anno della sua fondazione, l’Eumc ha già prodotto tre rapporti sulle discriminazioni antimusulmane in Europa.
    Entro aprile promette ora la pubblicazione del suo primo studio sull’antisemitismo, in cui si terrà conto anche del lavoro del Centro di ricerca berlinese. “Anche questa è una prassi abbastanza inusuale”, sorride Juliane Wetzel, che di più non vuole e non può dire, anche perché, per contratto, la proprietà e la disponibilità del rapporto da lei firmato rimangono nelle mani dell’Eumc.
    Ma dal testo di una conferenza della ricercatrice tedesca alla fondazione Anna Frank di Amsterdam, si possono ricavare utili informazioni sulle “specialità nazionali” dell’antisemitismo europeo, che sicuramente riecheggiano il rapporto “scomparso”. In Italia, per esempio, vanno forte graffiti, lettere e telefonate anonime, e la new wave dell’antisemitismo è un fenomeno che prende piede soprattutto a sinistra.

    saluti

  5. #5
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    Predefinito Il mostro...

    ...è nudo

    Il rapporto sulle manifestazioni di antisemitismo nei paesi dell’Unione europea, commissionato all’Università di Berlino, e poi nascosto, dallo European Monitoring Center on Racism and Xenophobia, perché la verità fa male alle anime belle, da ieri si può leggere integralmente dal sito internet in lingua inglese del quotidiano israeliano Haaretz, all’indirizzo www.haaretz.com.
    E’ una lettura istruttiva e dolorosa, conferma quanto sia stato sbagliato e vile, ma pure stupido, cercare di occultare risultati tanto importanti.
    Non è stato invece occultato un sondaggio di Eurostat dal quale si evinceva che per i cittadini europei sarebbe Israele, seguito dagli Stati Uniti d’America, il paese che minaccia più degli altri la pace mondiale, chissà perché.

    Le pagine dedicate all’Italia sono importanti, soprattutto per le anime belle.
    Si spiega che la cosiddetta seconda Intifada, all’inizio del 2001, ha messo in moto meccanismi inaspettati, dove i pregiudizi tradizionali contro gli ebrei si sono mescolati a stereotipi radicati nella politica; che sul tradizionale antisemitismo, quello psicologico, già tanto radicato, si è robustamente innestato un sentimento antisionista e anti israeliano, radicato nei partiti e nei movimenti di sinistra, e che questi ultimi due hanno fornito la copertura ideale al primo.
    Cominciano allora gli sfregi, le minacce fisiche, gli slogan nelle manifestazioni, come quella del 25 aprile, anniversario della Liberazione, quando non furono solo tollerate, ma applaudite, le bandiere con la scritta “Sharon assassino nazista, Intifada fino alla vittoria”, con la stella di David sovrapposta alla svastica, con la stella di David circondata da filo spinato e spezzata da un pugno.
    O un Social Forum a Bologna tutto dedicato alla difesa dei palestinesi.
    O un congresso di Rifondazione comunista dove il filmato di apertura mostrava un bambino palestinese ucciso, invano protetto dal padre, seguito da scene di “Roma città aperta”, il soldato nazista che uccide la Magnani.
    Lo studio dell’Università di Berlino prende in esame solo il primo semestre del 2002, facile supporre che oggi, che parlar male di Israele si accoppia al parlar male degli Stati Uniti, i risultati sarebbero peggiori, se possibile.
    Fino a ieri dello studio e del tentativo di nasconderlo abbiamo scritto solo noi del Foglio, gli altri hanno aspettato che lo facesse Le Monde per arrischiarsi.
    E’ un merito che ci prendiamo senza gioia, con l’impegno di continuare a rivelare il mostro.

    da il Foglio di oggi

    saluti

  6. #6
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    Roma. “Una singolare mancanza di reattività”. Secondo Ernesto Galli della Loggia, che lo scrive su Sette oggi in edicola, l’avrebbe dimostrata la comunità ebraica italiana nella vicenda della (ora sventata) sparizione del rapporto europeo sull’antisemitismo, prima commissionato e poi nascosto dall’Osservatorio dei fenomeni di razzismo e xenofobia, che fa capo all’Unione europea.
    Quello studio, pronto da quasi un anno, indica nella sinistra no global e in gruppi musulmani e filopalestinesi i nuovi vivai dell’antisemitismo nel Vecchio continente.
    Galli della Loggia ribadisce anche al Foglio il suo stupore per le reazioni, a suo giudizio tardive, della comunità ebraica italiana: “Il vero scandalo, la cosa politicamente gravissima era la segretezza del rapporto. La comunità ebraica doveva chiederne a gran voce la pubblicazione, senza aspettare che fossero i giornali a sollevare la questione. E’ vero che l’antisemitismo è un problema di tutti, ma le comunità ebraiche hanno un rapporto personale un po’ diverso con questo argomento, e in occasione di attacchi provenienti da destra hanno dimostrato ben altra determinazione.
    Senza contare che la vicenda del rapporto fatto sparire perché imbarazzava la sinistra si aggiunge ad altri segnali preoccupanti in arrivo dall’Europa, come il sondaggio di Eurobarometro che accusava Israele di essere il maggior nemico per la pace nel mondo”.

    Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, dice al Foglio che non accetta “questa infinita chiamata alle armi. Anche perché a protestare con grande energia nelle sedi opportune, e cioè a livello europeo, è stato Cobi Benatoff, presidente dell’European Jewish Congress. E’ un italiano, ex presidente della comunità milanese e ora consigliere delle comunità italiane, e rappresenta anche noi”.
    Lo stesso Luzzatto ha rilasciato un’intervista a Repubblica, domenica scorsa, in cui usava toni molto duri e preoccupati.
    Ma le sue dichiarazioni sembrano cadute stranamente nel vuoto. Eppure Luzzatto diceva a chiare lettere che c’è una sinistra che “pecca di faziosità” e trovava “molto grave e molto triste” che protagonisti del nuovo antisemitismo fossero spesso coloro “i cui padri e i cui nonni erano sullo stesso versante degli ebrei rinchiusi nei campi di sterminio”.
    Possibile, notava ieri sul Foglio Yasha Reibman, consigliere della comunità ebraica milanese, che nessuno, a sinistra, si sia sentito chiamato in causa da parole così pesanti?
    Lo scrittore Riccardo Calimani, vicepresidente della comunità veneziana, interpreta questo silenzio come una prova, più che d’indifferenza, “d’ipocrisia.
    Si può criticare e discutere del viaggio di Fini, e immaginare che lo abbia fatto per motivi strumentali. Ma la sua è stata, innegabilmente, una dimostrazione di coraggio.
    Ha dimostrato di voler rompere gli schemi. Gran parte della classe politica, invece, di rompere gli schemi non ha nessuna voglia.

    Anche a sinistra, spesso non si sa cosa dire perché non si capisce cosa è in gioco, e si preferisce vezzeggiare i no global (eticamente simpatici, traboccanti di buone intenzioni) piuttosto che affrontare la negatività che il loro mondo, come abbiamo visto, esprime sul piano dell’antisemitismo”.
    Anche secondo Luzzatto “c’è in giro una modestissima capacità di analisi della situazione.
    Siamo immersi nei fatti di cronaca e non capiamo più le forze in campo, le tendenze macroscopiche.
    Quella sinistra altermondialista e radicale che sproloquia di Medio Oriente, spesso non sa nemmeno cosa sia costato, in termini di dolore e distruzione, distruzione, il Libro bianco del 1939 del governo britannico in Palestina.
    Ed è solo un esempio. Si parla di conflitto israelo-palestinese senza conoscerne la storia, e capita che un illustre cattedratico possa candidamente dire che ‘il problema è cominciato nel 1967’. Non ci meravigliamo, allora, se prevale la faziosità e se la faziosità diventa antisemitismo”.

    Contro il quale bisogna “trovare sedi in cui si facciano vere e proprie lezioni di storia e analisi critica degli eventi.
    La strada del confronto è sempre valida, anche se non sempre gratificante. Ecco perché condivido la proposta di Reibman, che vuole che la comunità milanese incontri il Leoncavallo e pure Sabina Guzzanti, autrice della battuta sulla ‘razza ebraica’. Bisogna parlare con tutti, anche con chi ha cercato d’insabbiare il rapporto europeo, e lo faremo.
    E credo anche – continua Luzzatto – che in Italia, dove non esistono leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei e dove c’è solo un assai limitato ostracismo sociale, esista però un reticolato di cultura antisemitica diffusa, che investe in maniera identica destra, centro e sinistra.
    Non è mai stata domata, eliminata, sottoposta a esame critico, e si nutre dell’insegnamento di tanti cattivi maestri.
    Per contrastarli non credo che serva, e rispondo a Galli della Loggia, la grande litigata, la grande levata di scudi, muro contro muro. Altro è, certo, chi mi vuole morto in quanto ebreo, e da lui mi devo soltanto difendere”.
    Luca Zevi, consigliere “di sinistra” della comunità ebraica romana, sostiene di non credere che “soprattutto dopo la Guerra dei sei giorni, nel 1967, ci sia una tolleranza particolare, da parte del mondo ebraico istituzionale, verso la sinistra che dall’antisionismo approda all’antisemitismo.
    Un antisemitismo di sinistra è sempre esistito.
    Prima forse era meno evidente, e ora è semplicemente più palese”.
    Nando Liuzzi, del Gruppo Martin Buber ebrei per la pace, aggiunge, à la Jean-Paul Sartre, che “l’antisemitismo non è un problema degli ebrei ma degli antisemiti. E quando l’antisemitismo si manifesta a sinistra, noi persone di sinistra reagiamo come a qualsiasi caso di razzismo. L’ho fatto anch’io sull’Unità, e l’ha fatto Gad Lerner versus il libro di Asor Rosa”.
    L’ha fatto anche, un anno fa, un altro esponente del Martin Buber, Victor Magiar, che sempre sull’Unità ha denunciato i legami tra la campagna propalestinese “Action for peace” e un sito negazionista americano.
    Magiar dice al Foglio che “le conclusioni del rapporto europeo non devono stupire. C’è un antisemitismo di sinistra, non diffusissimo ma attivissimo, che incontra la destra radicale a metà strada, insegnando argomenti terzomondisti e imparando (e diffondendo) tesi tipiche del moderno negazionismo e del più collaudato antisemitismo nazista”.

    saluti

    chiedo agli amici ebrei: quando sarebbe nato e nel caso quanto sarebbe durato lo stato d'Israele con questi "dirigenti e portavoce"?
    Questi al posto di Ben Gurion, Weizmann, Menahem Beigin, Moshe Dayan, Golda Meyer, Abba Eban, Shimon Peres.
    Di destra e di sinistra ma che alle sberle reagivano con le sberle.
    E con certa gente parlare non si può.

  7. #7
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    Al direttore - Condivido in toto l’opinione di Galli della Loggia: circola un’indulgenza per l’antisemitismo di sinistra che non esiste per quello di destra.
    Il fatto che si metta in circolazione un sondaggio demonizzante Israele, mentre si occulta un rapporto che mette in luce l’antisemitismo islamico e filo-palestinese, ne è una prova clamorosa.
    Dove non lo seguo più è quando lamenta che, in questo caso e quando si tratta della sinistra, non si fa sentire “la voce delle comunità ebraiche, degli esponenti e degli intellettuali dell’ebraismo italiano”.
    Viene da chiedersi: “Farsi sentire, dove?”.
    Perché, tolto chi si fa sentire in virtù della carica, come Amos Luzzatto, gli altri – esponenti, intellettuali – dove e come potrebbero farsi sentire?
    Si ha un bel dire: “Parlate”.
    Si conceda lo spazio per parlare e se ne sentiranno delle belle. Avrei – in molti avremmo – tanto da dire circa le questioni
    sollevate da Galli, ma la sua domanda cadrà nel silenzio e ciò potrebbe indurlo a conclusioni erronee.
    Difatti, con le notevoli ma ristrette eccezioni – che Galli cita del Foglio e della rubrica di Paolo Mieli, i mezzi d’informazione sono l’esclusiva di un ristretto numero di “addetti ai lavori”, di una compagnia di giro, che da sé se la canta e da sé se la suona.

    Se dovessi pensare dove altro scrivere queste righe, non mi verrebbe in mente che di supplicare un illustre opinionista affinché intervenga lui – magari uno di quelli che si firmano con l’indirizzo di posta elettronica e, provate a scrivergli, non ti rispondono neanche per caso.
    Questo stato di cose è aggravato da una difficoltà politica. Illustrerò la cosa con un riferimento personale. Un anno e mezzo fa pubblicai un libro sul nuovo antisemitismo, uno dei cui intenti era di aprire una discussione anche difficile, ma costruttiva, a sinistra.
    Ma a sinistra il libro è andato a sbattere contro un muro di silenzio, con due eccezioni: una contestazione basata su un falso storico, e l’accusa di essere un “revisionista” che “blandisce la destra”.
    Inutile dire che chi fa storia per davvero è “revisionista”, ma non sono tanto ingenuo da non sapere che nella mente di certuni rivolgere quest’accusa a un ebreo è come chiamarlo “kapò”.
    Dove rispondere?
    Da nessuna parte. Per chi non è disposto a bere ogni calice antisemita pur di restare a sinistra, e non ha neppure voglia di fare scazzottate, bensì vuole discutere, sia pure con fermezza, non ci sono molti luoghi.
    I pochi rimasti sono presidiati notte e giorno dagli “addetti ai lavori”.
    Vorrei amichevolmente rimproverare a Galli della Loggia l’uso generico del termine “comunità ebraica”. Questa comunità comprende chi non riesce a separarsi da Asor Rosa e dai no-global, e chi la pensa in modo opposto, ma non accetta che l’antisemitismo divenga una mazza di scontro politico.
    Che le scelte dei primi non ricadano sui secondi.
    Ricordiamo le tristi vicende del 1982, quando a sinistra si intimava agli ebrei di schierarsi contro Begin.
    E’ ancora fresco l’inchiostro dell’articolo con cui Barbara Spinelli chiedeva agli ebrei un mea culpa universale.
    Evitiamo di parlare non di questo o quell’esponente, o della dirigenza, ma delle “comunità ebraiche”, degli “esponenti” e degli “intellettuali”, che avrebbero tutti la colpa di non farsi sentire.
    Infine, non gettiamo sulle spalle di questo gruppo minuscolo un peso insostenibile. Da tre anni, la tradizionale dose di stress antisemita che accompagna ogni ebreo è salita a livelli di guardia. Oggi un pestaggio a Parigi, ieri una scritta sui muri della Rai, l’altro ieri il discorso del presidente malese, domani qualcun altro parlerà di “razza ebraica”.
    Non di rado, un ebreo si chiede come sarebbe stata la sua vita se non avesse speso metà del tempo a convincere le società in cui vive ad accettarlo.
    E se ne è valsa la pena.
    Allora, cominciamo col chiedere non ai quattro gatti intellettuali ebrei, ma alla potente intellettualità di sinistra –quella che può farsi sentire – di prendere coscienza della gravità della situazione e di uscire dall’ambiguità, per cui sottovoce ammette che ci sono compagni che sbagliano, ma in pubblico cincischia sofismi insostenibili pur di non rompere il fronte.
    L’onere di parlare forte e chiaro è soprattutto di costoro e della compagnia di giro, di cui, certo, non fa parte Galli della Loggia che, onore al merito, ha sempre parlato chiaro, forte e bene sull’argomento.
    A proposito: si attende la risposta di Umberto Eco sulla questione dei Protocolli dei Savi di Sion alla Biblioteca di Alessandria e sull’antisemitismo islamico.

    Giorgio Israel

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    Predefinito Per riportare all'attenzione degli....

    ...amici di questo foro

    Rilanciamo l’appello che sette firme illustri (il gran rabbino Gilles Bernheim, i docenti di filosofia Élisabeth de Fontenay, Philippe de Lara e Philippe Raynaud, i saggisti Alain Finkielkraut e Paul Thibaud e l’avvocato Michel Zaoui) hanno proposto, sul Monde di ieri.
    Un appello alla riflessione sul nuovo antisemitismo francese, e sull’evidente rottura del “patto di fiducia” tra la Francia e gli ebrei che vivono Oltralpe.

    Questo testo muove dalle riflessioni condivise, la scorsa primavera, da alcuni amici preoccupati dalla difficoltà di comprensione, nel nostro paese, tra ebrei e non ebrei.
    Essi si sono interrogati sul malessere, sulla ferita provata nel vedere persistere l’incomprensione: ebrei che sentono un sentimento di estraneità tra i loro stessi concittadini, non ebrei colpiti nel vedere ebrei di questo paese arrivare a definire se stessi per differenza dai francesi, addirittura contro di essi. I partecipanti a questi incontri hanno immediatamente sentito fino a che punto erano uniti nell’inquietudine. Inquietudine per la Francia come per l’ebraismo, che nessuno di loro può considerare con indifferenza. Hanno quindi cercato di individuare il malessere che si andava rafforzando, immaginandone le origini, pensando su quale via d’uscita positiva, su quale nuovo incontro potesse sfociare l’attuale turbamento.
    In primo luogo, è necessario riconoscere l’oggetto del malessere attraverso le sue manifestazioni: l’antisemitismo diffuso in una parte dell’immigrazione magrebina, l’islamoprogressismo che più o meno lo cova e l’accecamento di fronte a questi fenomeni, per lungo tempo negati o giudicati come atti di legittima solidarietà con i palestinesi; la rottura tra ebrei e non ebrei sul conflitto israelo-palestinese dopo lo scacco di Oslo e l’impantanamento nella guerra, l’incomprensione della stampa e dell’opinione pubblica di fronte a certi importanti aspetti della situazione israeliana: la difficoltà d’accesso per il popolo ebreo all’esistenza politica e il suo rischio nell’essere circondato da nazioni che contestano radicalmente la sua esistenza.
    Il riavvicinamento degli spiriti all’annuncio degli accordi di Ginevra può essere l’inizio di una migliore intelligenza del conflitto in Francia? Noi lo speriamo.
    Le aggressioni antisemite dell’autunno del 2000, prima ondata seguita da molte altre, hanno provocato negli ebrei di Francia una preoccupazione, dovuta prima agli avvenimenti stessi e poi al ritardo e alla debolezza delle proteste, sia da parte della stampa che delle istituzioni. Da qui, l’attuale divorzio tra il modo di sentire i tempi da parte degli ebrei e la visione delle cose che predomina attorno a loro.
    “Tutto mi aggredisce”, diceva un ragazzo intervistato in una strada di Rosiers a un giornalista, la scorsa primavera. Effettivamente, le occasioni di contrasto non sono mancate negli ultimi anni: la conferenza di Durban, l’11 settembre, le violenze israelopalestinesi, il dibattito nel Consiglio di sicurezza dell’Onu sull’Iraq.
    Ogni volta, gli ebrei hanno avuto l’impressione di essere “a parte”, di non capire e di non essere capiti, perfino stigmatizzati, respinti in un ghetto morale. La loro amarezza s’è manifestata più frequentemente nei confronti dell’informazione e dei commenti sulla situazione in Israele e nei Territori.
    E’ difficile discutere della tragedia del Medio Oriente quando si ha la sensazione che il “legame vitale” degli ebrei con Israele sia diventato inconfessabile, che la situazione, laggiù, venga ricondotta alla lotta tra vittime innocenti e carnefici, che la critica
    della politica del governo israeliano si trasformi, più o meno consapevolmente, nel rifiuto della stessa esistenza dello Stato
    d’Israele. A questa sparizione di uno spazio di buona fede nel quale le opinioni possano confrontarsi, molti ebrei hanno reagito
    in modo esasperato e disorientato, accusando in blocco i mezzi d’informazione, e “In Francia, il rapporto con l’ebraismo è un test per l’identità storica della nazione e la sua fedeltà verso se stessa” tacendo, all’occorrenza, la loro riprovazione della politica israeliana per fare fronte.
    Questo blocco, questo intrecciarsi ostile delle mentalità si esprime con l’abitudine delle globalizzazioni. Infatti, sono i retropensieri altrui che si sospettano e che non si sopportano, e dei retropensieri non è affatto facile discutere. Manca la fiducia per parlarne con franchezza. Il deficit di fiducia si misura quando sorge il fantasma dell’emigrazione così come quando prende piede l’opinione che, in Francia, gli ebrei avrebbero “troppa influenza”.
    Restaurare la fiducia significa, secondo noi, ritrovare e ridefinire quello che potrebbe essere, per gli ebrei e per gli altri, non un accordo completo, ma un terreno comune, un mondo comune, dei valori e un ideale storico condiviso.
    Tutto questo in Francia è esistito, a volte con forza.
    Ma tutto questo s’è indebolito, e a volte si sente che non resta altro che il desiderio (fortunatamente profondo e diffuso) di non acconsentire al divorzio.
    E’ possibile capire come si sia prodotto l’allontanamento, dare un nome ai valori e alle aspirazioni che ci renderebbero, ebrei e non ebrei, felici di trovarci insieme, nello stesso paese?
    Gli avvenimenti che oggi ci preoccupano e ci dividono non devono chiudere l’orizzonte. Devono, al contrario, costringerci a riflettere sulla definizione della Francia e dell’ebraismo francese come comunità storiche degne di continuazione.

    Come non vedere, infatti, il legame diretto tra il “nuovo antisemitismo” e la crisi d’identità nazionale? Non soltanto perché lo sviluppo dell’antisemitismo islamico in Francia è l’effetto di una crisi d’integrazione, ma anche perché il rifiuto dello Stato ebraico è come chiamato dalla mentalità dominante: la visione emancipatrice della nazione ha cessato di essere il focolare della cultura europea, e il nazionalismo è diventato un male da combattere in qualsiasi circostanza. E’ dunque per un tragico fraintendimento che certi ebrei hanno creduto possibile, non troppo tempo fa, un’alleanza tra l’affermazione identitaria ebraica e la celebrazione delle minoranze e dei localismi (dell’“Altro”, in parole povere) contro la nazione. Denunciare allo stesso tempo la riprovazione d’Israele e l’ammuffimento della Francia (ridotta ai suoi “demoni” e condannata al perpetuo pentimento) significa deplorare gli effetti di una malattia di cui si coltiva il virus. Se l’affare Dreyfus e gli anni di Vichy possono ancora oggi insegnarci qualcosa di utile, è che, in Francia, il rapporto con l’ebraismo è un test per l’identità storica della nazione e per la sua fedeltà verso se stessa. E’ la prova della capacità di essere una nazione universale, la cui affermazione è un contributo per l’umanità e non una pretesa sciovinista. Reciprocamente, la scelta della Repubblica da parte degli ebrei di Francia è stata la base del loro fiorire come individui e come comunità. La diaspora francese non è soltanto un esilio o un caso, ma una maniera positiva di esistere e di partecipare alla storia.
    Tutto ciò fa parte del passato? Noi non lo crediamo. Ma è vero che la storia non è semplice continuazione e che, da qualche decennio, l’ebraismo francese ha conosciuto una svolta decisiva e malcompresa. Identificarla e valutarla non è facile. Bisogna però sottolineare che non si è trattato di una svolta soltanto per gli ebrei o soltanto per la Francia, ma per entrambi, nello stesso tempo.
    Nel suo periodo classico, il “contratto di fiducia” tra gli ebrei e la Repubblica si fondava prima di tutto sulla consonanza tra un giudaismo erede dei profeti e i valori del motto nazionale. Ma si fondava anche sulla potenza e sull’influsso del paese della Rivoluzione francese, sulla sua capacità di portare quel messaggio in cui gli ebrei si riconoscevano.
    Si può dire che, a dispetto di Vichy, fino agli anni Sessanta è rimasto qualcosa di quell’accordo, anche se in forma affievolita. Nel dopoguerra, l’ebraismo francese ha pure conosciuto un rinnovamento intellettuale e religioso (ricordiamo i nomi di André Neher e Emmanuel Lévinas), che gli ha consentito di partecipare più che mai alla cultura nazionale, mentre il repubblicanesimo trovava il suo prolungamento nel progressismo del tempo, nell’idea che la vittoria sul nazismo avrebbe inaugurato tempi nuovi, preludendo, in particolare, a un mondo nel quale i genocidi sarebbero diventati impossibili. La fondazione dello Strato d’Israele, considerata con favore dall’insieme degli europei, sotto questo aspetto era una garanzia.

    (continua)

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    Predefinito Re: Per riportare all'attenzione degli....

    In origine postato da mustang
    ...amici di questo foro

    Rilanciamo l’appello che sette firme illustri (il gran rabbino Gilles Bernheim, i docenti di filosofia Élisabeth de Fontenay, Philippe de Lara e Philippe Raynaud, i saggisti Alain Finkielkraut e Paul Thibaud e l’avvocato Michel Zaoui) hanno proposto, sul Monde di ieri.
    Un appello alla riflessione sul nuovo antisemitismo francese, e sull’evidente rottura del “patto di fiducia” tra la Francia e gli ebrei che vivono Oltralpe.

    Questo testo muove dalle riflessioni condivise, la scorsa primavera, da alcuni amici preoccupati dalla difficoltà di comprensione, nel nostro paese, tra ebrei e non ebrei.
    Essi si sono interrogati sul malessere, sulla ferita provata nel vedere persistere l’incomprensione: ebrei che sentono un sentimento di estraneità tra i loro stessi concittadini, non ebrei colpiti nel vedere ebrei di questo paese arrivare a definire se stessi per differenza dai francesi, addirittura contro di essi. I partecipanti a questi incontri hanno immediatamente sentito fino a che punto erano uniti nell’inquietudine. Inquietudine per la Francia come per l’ebraismo, che nessuno di loro può considerare con indifferenza. Hanno quindi cercato di individuare il malessere che si andava rafforzando, immaginandone le origini, pensando su quale via d’uscita positiva, su quale nuovo incontro potesse sfociare l’attuale turbamento.
    In primo luogo, è necessario riconoscere l’oggetto del malessere attraverso le sue manifestazioni: l’antisemitismo diffuso in una parte dell’immigrazione magrebina, l’islamoprogressismo che più o meno lo cova e l’accecamento di fronte a questi fenomeni, per lungo tempo negati o giudicati come atti di legittima solidarietà con i palestinesi; la rottura tra ebrei e non ebrei sul conflitto israelo-palestinese dopo lo scacco di Oslo e l’impantanamento nella guerra, l’incomprensione della stampa e dell’opinione pubblica di fronte a certi importanti aspetti della situazione israeliana: la difficoltà d’accesso per il popolo ebreo all’esistenza politica e il suo rischio nell’essere circondato da nazioni che contestano radicalmente la sua esistenza.
    Il riavvicinamento degli spiriti all’annuncio degli accordi di Ginevra può essere l’inizio di una migliore intelligenza del conflitto in Francia? Noi lo speriamo.
    Le aggressioni antisemite dell’autunno del 2000, prima ondata seguita da molte altre, hanno provocato negli ebrei di Francia una preoccupazione, dovuta prima agli avvenimenti stessi e poi al ritardo e alla debolezza delle proteste, sia da parte della stampa che delle istituzioni. Da qui, l’attuale divorzio tra il modo di sentire i tempi da parte degli ebrei e la visione delle cose che predomina attorno a loro.
    “Tutto mi aggredisce”, diceva un ragazzo intervistato in una strada di Rosiers a un giornalista, la scorsa primavera. Effettivamente, le occasioni di contrasto non sono mancate negli ultimi anni: la conferenza di Durban, l’11 settembre, le violenze israelopalestinesi, il dibattito nel Consiglio di sicurezza dell’Onu sull’Iraq.
    Ogni volta, gli ebrei hanno avuto l’impressione di essere “a parte”, di non capire e di non essere capiti, perfino stigmatizzati, respinti in un ghetto morale. La loro amarezza s’è manifestata più frequentemente nei confronti dell’informazione e dei commenti sulla situazione in Israele e nei Territori.
    E’ difficile discutere della tragedia del Medio Oriente quando si ha la sensazione che il “legame vitale” degli ebrei con Israele sia diventato inconfessabile, che la situazione, laggiù, venga ricondotta alla lotta tra vittime innocenti e carnefici, che la critica
    della politica del governo israeliano si trasformi, più o meno consapevolmente, nel rifiuto della stessa esistenza dello Stato
    d’Israele. A questa sparizione di uno spazio di buona fede nel quale le opinioni possano confrontarsi, molti ebrei hanno reagito
    in modo esasperato e disorientato, accusando in blocco i mezzi d’informazione, e “In Francia, il rapporto con l’ebraismo è un test per l’identità storica della nazione e la sua fedeltà verso se stessa” tacendo, all’occorrenza, la loro riprovazione della politica israeliana per fare fronte.
    Questo blocco, questo intrecciarsi ostile delle mentalità si esprime con l’abitudine delle globalizzazioni. Infatti, sono i retropensieri altrui che si sospettano e che non si sopportano, e dei retropensieri non è affatto facile discutere. Manca la fiducia per parlarne con franchezza. Il deficit di fiducia si misura quando sorge il fantasma dell’emigrazione così come quando prende piede l’opinione che, in Francia, gli ebrei avrebbero “troppa influenza”.
    Restaurare la fiducia significa, secondo noi, ritrovare e ridefinire quello che potrebbe essere, per gli ebrei e per gli altri, non un accordo completo, ma un terreno comune, un mondo comune, dei valori e un ideale storico condiviso.
    Tutto questo in Francia è esistito, a volte con forza.
    Ma tutto questo s’è indebolito, e a volte si sente che non resta altro che il desiderio (fortunatamente profondo e diffuso) di non acconsentire al divorzio.
    E’ possibile capire come si sia prodotto l’allontanamento, dare un nome ai valori e alle aspirazioni che ci renderebbero, ebrei e non ebrei, felici di trovarci insieme, nello stesso paese?
    Gli avvenimenti che oggi ci preoccupano e ci dividono non devono chiudere l’orizzonte. Devono, al contrario, costringerci a riflettere sulla definizione della Francia e dell’ebraismo francese come comunità storiche degne di continuazione.

    Come non vedere, infatti, il legame diretto tra il “nuovo antisemitismo” e la crisi d’identità nazionale? Non soltanto perché lo sviluppo dell’antisemitismo islamico in Francia è l’effetto di una crisi d’integrazione, ma anche perché il rifiuto dello Stato ebraico è come chiamato dalla mentalità dominante: la visione emancipatrice della nazione ha cessato di essere il focolare della cultura europea, e il nazionalismo è diventato un male da combattere in qualsiasi circostanza. E’ dunque per un tragico fraintendimento che certi ebrei hanno creduto possibile, non troppo tempo fa, un’alleanza tra l’affermazione identitaria ebraica e la celebrazione delle minoranze e dei localismi (dell’“Altro”, in parole povere) contro la nazione. Denunciare allo stesso tempo la riprovazione d’Israele e l’ammuffimento della Francia (ridotta ai suoi “demoni” e condannata al perpetuo pentimento) significa deplorare gli effetti di una malattia di cui si coltiva il virus. Se l’affare Dreyfus e gli anni di Vichy possono ancora oggi insegnarci qualcosa di utile, è che, in Francia, il rapporto con l’ebraismo è un test per l’identità storica della nazione e per la sua fedeltà verso se stessa. E’ la prova della capacità di essere una nazione universale, la cui affermazione è un contributo per l’umanità e non una pretesa sciovinista. Reciprocamente, la scelta della Repubblica da parte degli ebrei di Francia è stata la base del loro fiorire come individui e come comunità. La diaspora francese non è soltanto un esilio o un caso, ma una maniera positiva di esistere e di partecipare alla storia.
    Tutto ciò fa parte del passato? Noi non lo crediamo. Ma è vero che la storia non è semplice continuazione e che, da qualche decennio, l’ebraismo francese ha conosciuto una svolta decisiva e malcompresa. Identificarla e valutarla non è facile. Bisogna però sottolineare che non si è trattato di una svolta soltanto per gli ebrei o soltanto per la Francia, ma per entrambi, nello stesso tempo.
    Nel suo periodo classico, il “contratto di fiducia” tra gli ebrei e la Repubblica si fondava prima di tutto sulla consonanza tra un giudaismo erede dei profeti e i valori del motto nazionale. Ma si fondava anche sulla potenza e sull’influsso del paese della Rivoluzione francese, sulla sua capacità di portare quel messaggio in cui gli ebrei si riconoscevano.
    Si può dire che, a dispetto di Vichy, fino agli anni Sessanta è rimasto qualcosa di quell’accordo, anche se in forma affievolita. Nel dopoguerra, l’ebraismo francese ha pure conosciuto un rinnovamento intellettuale e religioso (ricordiamo i nomi di André Neher e Emmanuel Lévinas), che gli ha consentito di partecipare più che mai alla cultura nazionale, mentre il repubblicanesimo trovava il suo prolungamento nel progressismo del tempo, nell’idea che la vittoria sul nazismo avrebbe inaugurato tempi nuovi, preludendo, in particolare, a un mondo nel quale i genocidi sarebbero diventati impossibili. La fondazione dello Strato d’Israele, considerata con favore dall’insieme degli europei, sotto questo aspetto era una garanzia.

    (continua)

    saluti
    ---------------

    Tanto ottimismo contribuì ad attenuare il ricordo dello sterminio degli ebrei, a metterlo in secondo piano, chiuso in un passato annullato. La riflessione su quel dramma è stata elusa. Al punto che quando, a partire dagli anni Sessanta, l’ingenuità progressista ormai sfumata, si è imposto il ricordo dell’avvenimento ormai chiamato Olocausto e poi Shoah, questo è apparso come una novità impensata, crimine unico, riferimento decisivo e poi fonte di una colpevolezza che non riguarda più soltanto i nazisti ma una folla di responsabili secondari o indiretti: un po’ tutti in Europa, i popoli nel loro insieme.
    Come se, fino agli anni Sessanta, la storia europea si fosse creduta abbastanza forte, abbastanza ricca di dinamismo e di senso da poter digerire, si potrebbe dire, lo sterminio. Dopo, invece, è la Shoah che, al contrario, preclude ai popoli europei ogni speranza storica e li chiude nei rimorsi.
    Quello che si è sfaldato in Francia negli anni Sessanta, è stato il sentimento, fino a quel momento naturale, di una storia comune agli ebrei e ai non ebrei.
    L’afflusso di francesi d’Algeria, animati dalla convinzione di essere stati abbandonati, ha aggravato uno scarto di cui la memoria
    dello sterminio era il luogo.
    Il 1967 ha brutalmente manifestato la spaccatura, segnando l’inizio di un’amara disputa rimbalzata tra la Francia e Israele e tra la Francia e i suoi ebrei.
    Così, l’ebraismo s’è trovato al centro della ridefinizione dell’esistenza comune, con l’iscrizione dello sterminio come chiave di volta dei sistemi di valore dominanti (“Mai più!”), ma senza che la coscienza faticosamente acquisita di questo estremo risponda ad alcun progetto, né per gli ebrei né per la Francia (e per l’Europa).
    Il posto degli ebrei nella comunità nazionale, lungi dall’esserne rafforzato, ne è uscito indebolito. Diciamo, per semplificare, che la memoria del genocidio è un riferimento del tutto negativo, è un genocidio, se non senza ebrei, almeno senza ebraismo, un crimine abominevole e assurdo, imputabile a quasi tutti, che funziona da confronto ma di cui non pensiamo nulla. In particolare, non ci chiediamo più perché l’ebraismo ne fu l’obiettivo.
    Da qui la trappola: o gli ebrei affermano di essere vittime imparagonabili a qualsiasi altra, o si confondono nel lungo corteo dei popoli massacrati. Nel primo caso, se non vogliono scomparire, li si accuserà, sopravvissuti intempestivi, di fare ombra a tutte le altre vittime che la memoria della Shoah ci fa obbligo di difendere. In queste condizioni, che i palestinesi siano rappresentati come le vittime per eccellenza, in quanto vittime degli ebrei, è quindi più di un abbaglio mediatico. E’ la logica di una visione del mondo che riduce l’ebraismo allo sterminio e lo sterminio a rappresentare il colmo del male.
    Fu questo, senza dubbio, l’errore, la leggerezza del dopoguerra: l’aver perseverato.
    “Fin dagli anni Sessanta si è sfaldato il sentimento, fino ad allora naturale, di una storia comune a ebrei e non ebrei” nell’idea che la storia moderna spiegasse sufficientemente se stessa (con i vantaggi della democratizzazione e dell’industrializzazione) e l’aver considerato come un episodio, un incidente da superare, il genocidio degli ebrei d’Europa.
    E’ questo oblìo, assai meno dei fatti che del loro senso, a far sì che la memoria dello sterminio sia divenuta una “memoria vana”, una negatività opprimente, con conseguenze da cui non riusciamo a liberarci: declino politico, più in generale declino del sentimento di debito che fa sì che si desideri ereditarlo e superarlo. Dunque, vita sociale considerata a partire dalle lamentele individuali e collettive, e infine ubriacatura postnazionale, che si rovescia oggi contro il popolo ebreo.
    Ciò di cui siamo tutti incapaci, ebrei e non ebrei, francesi, europei, occidentali, malgrado il nostro rifiuto inorridito, è di rispondere all’intenzione criminale dei nazisti mettendo al centro del nostro pensiero e della nostra azione gli stessi princìpi che essi avevano voluto irridere e cancellare.
    Le incomprensioni, gli stessi sentimenti ostili che ci affliggono, imperversano su uno sfondo d’incapacità storica. Incapacità di cui la povertà della nostra riflessione sullo sterminio ci sembra essere la chiave.
    La divergenza lancinante tra ebrei e non ebrei in Francia e l’incomprensione nei confronti d’Israele rivelano una frattura tra coloro che si sentono presi, addirittura intrappolati, in un paese ormai incapace di storia, e coloro che si ricollegano a un popolo certamente minacciato ma che può affermarsi.
    Da questa differenza non smette di trasudare un inconfessabile risentimento.
    Non è un’incompatibilità naturale ma dovuta alla situazione.
    E’ una reazione malata di fronte a un’impasse: accanimento e rancore contro ebrei talvolta avvolti in uno sterile eccezionalismo. La risposta non rientra essenzialmente nell’ordine della denuncia ma in quello della creatività politica e morale.
    La reintegrazione, o piuttosto l’integrazione, dell’ebraismo, dell’etica trasmessa dall’ebraismo, del cuore della Legge (“il tuo prossimo come te stesso”) nella nostra vita pubblica, è la risposta a Hitler di cui ancora non siamo stati capaci, quella che permetterà di riunire ebrei e non ebrei attorno a un ideale storico.
    Questo ideale storico riconciliatore per la Francia e gli ebrei francesi deve riguardare l’intera umanità, in seno alla quale è necessario costruire relazioni di fraternità imposte dalla memoria dello sterminio e rese necessarie dalla molteplicità dei grovigli attuali.
    Non è ripiegandosi sulle sue nostalgie e sulle sue ferite che la Repubblica può stringere un nuovo patto con gli ebrei, ma appoggiandosi su di loro per ritrovarsi, superarsi, approfondirsi, nella speranza di un rilancio storico.
    Alcuni dilemmi in cui il dibattito francese si sfinisce potrebbero, in queste condizioni, essere considerati diversamente. La laicità non apparirebbe più né come una tabula rasa disponibile per gli integralismi, né come il rifiuto di tutto ciò che viene dalle religioni, ma apparirebbe dotata di un contenuto positivo che l’avvicina ad altre proposte etiche, e fonda un vero dialogo con l’Islam.
    Si chiarirebbe altrimenti il dibattito sul comunitarismo, se, a partire dall’esperienza ebraica di avere significato per gli altri, apparisse che ciascun gruppo, ciascun popolo non esiste soltanto per se stesso ma come partecipante di uno scambio il cui orizzonte è l’umanità.
    Forse non abbiamo da dire che una sola cosa, in forma di dittico: il nostro paese, la nostra epoca hanno bisogno degli ebrei. Conviene loro ritrovarli in positivo, superando quella specie di paura mista a invidia che ispirano. Mentre, per gli ebrei, la distanza da vittime è un rischio, una rinuncia e una tentazione.

    Gilles Bernheim, Élisabeth de Fontenay, Philippe de Lara,
    Alain Finkielkraut, Philippe Raynaud, Paul Thibaud, Michel Zaoui

    (traduzione di Nicoletta Tiliacos)

    saluti

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    Predefinito Lui è un pasticcione ma....

    …l’incontro con Prodi s’ha da fare

    Roma. Non è un’intempestiva alzata d’ingegno, ma una deliberata “sveglia” all’Europa, l’articolo pubblicato sul Financial Times del 5 gennaio dal presidente del Congresso ebraico mondiale, Edgar Brofnan, e dal presidente del Congresso ebraico europeo, Cobi Benatoff. Che accusano la Commissione europea, presieduta da Romano Prodi, di aver incoraggiato l’antisemitismo “con l’azione e con l’inazione”.
    E cioè divulgando il sondaggio di Eurobarometro in cui Israele era indicato come la più grande minaccia per la pace mondiale, mentre si nascondeva lo studio commissionato dall’Osservatorio europeo sui fenomeni di razzismo e xenofobia (Eumc), che additava in gruppi musulmani e filopalestinesi il vivaio del nuovo antisemitismo europeo.
    La reazione di Prodi (che in una lettera indirizzata a Brofnan e Benatoff si è dichiarato “sorpreso e sgomento”) è stata assai netta: congelata, fino a data da destinarsi, la preparazione del seminario sull’antisemitismo previsto a Bruxelles all’inizio di febbraio, patrocinato dalla Commissione e annunciato nel corso di un incontro, avvenuto lo scorso 18 dicembre, tra Prodi e una delegazione di istituzioni laiche e religiose ebraiche europee.
    A quella riunione era presente anche Cobi Benatoff, e c’era anche Amos Luzzatto, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, che ieri ha affidato alle agenzie una sua nota preoccupata per “l’inattesa polemica fra il Congresso mondiale ebraico e la Commissione europea”, che “non aiuta certo a combattere il rischio di antisemitismo”.
    L’Ucei, sottolinea Luzzatto, è comunque “consapevole e preoccupata del rischio che il recupero di vecchi temi dell’antisemitismo europeo da parte di alcuni paesi e ambienti arabi e islamici possa allontanare questo obiettivo ed essere strumentalmente adoperato di nuovo contro gli ebrei nella stessa Europa”.
    Quella che è stata presentata come una presa di distanza da Benatoff è invece, secondo Yasha Reibman, portavoce della comunità ebraica milanese, “la sottolineatura di una diversa sensibilità che non mette in discussione il dato di fondo.
    Luzzatto e Benatoff sono d’accordo: l’antisemitismo in Europa esiste ed è un pericolo grave. Non possiamo accettare che gli ebrei che vanno in giro con la kippà in Francia siano aggrediti.
    Si può discutere delle responsabilità dei due ‘incidenti’ che hanno visto protagonisti l’Eurobarometro e l’Eumc, ma rimangono i soldi che l’Europa dà all’Autorità nazionale palestinese: trecento milioni di dollari l’anno, il cui uso non è controllato”, come ricordava ieri sul Corriere della Sera anche Angelo Panebianco.

    “L’intervento di Benatoff e Brofnan – continua Reibman – esprime il senso diffuso di frustrazione degli ebrei, anche perché il famoso seminario è stato più volte rinviato e ancora non sembrava profilarsi una data chiara. Prodi è un amico, e seppure oggi si risente, sa bene che è proprio quello il luogo per chiarire le incomprensioni.
    Un buon motivo per arrivare presto al seminario, che non deve essere un contentino per tener buoni gli ebrei, ma uno strumento per consentire all’Europa di capire che cosa sta succedendo dentro i suoi confini”.
    E mentre i deputati radicali al Parlamento europeo accusano Prodi di “infantilismo” e annunciano un’interrogazione a Strasburgo sul minacciato annullamento, Ricardo Franco Levi, direttore del Gruppo di consiglieri politici della Commissione europea, precisa al Foglio che “il seminario non è stato annullato, ma ne è stata solo sospesa la preparazione. Dopo l’articolo di Brofnan e Benatoff devono essere ricreate le condizioni per un minimo di dialogo comune. Senza contare che, personalmente, ritengo che fare dell’antisemitismo l’unico elemento caratterizzante la vita degli ebrei in Europa sia sbagliato, perché non rende giustizia al carattere onnicomprensivo della loro presenza. Il 18 dicembre, in un importante incontro tra Prodi e i rappresentanti delle comunità, durato più di due ore mezza, avevamo parlato anche di questo. Non rimaneva che mettere a punto i particolari del seminario”.
    Poi la doccia fredda, firmata Benatoff-Brofnan. Che comunque, dice al Foglio Amos Luzzatto, “non può significare l’annullamento del seminario di febbraio. Mi auguro un chiarimento veloce, perché non possiamo permetterci di aspettare a lungo. Abbiamo bisogno di uno strumento europeo, di un’assunzione europea di responsabilità. L’antisemitismo è una realtà che ormai travalica gli Stati nazionali”.

    saluti

 

 
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