NEL 2003, il centenario della nascita di Konrad Lorenz, il fondatore dell'etologia, è passato sotto un silenzio pressoché totale. In ritardo di qualche giorno, nel gennaio di quest'anno, dei docenti dell'Università di Cassino, filosofi e non scienziati, cosa tanto più lodevole!, si sono ricordati di lui in un piccolo convegno. Una stranezza, questo silenzio, perché, quando, nel 1968, una casa editrice diede alle stampe la traduzione del suo più celebre libro, L'anello del re Salomone , l'accoglienza fu davvero entusiastica, e la nuova scienza del comportamento degli animali, l'etologia, diventò popolare. In seguito, tutti gli altri libri di Lorenz ricevettero la stessa attenzione, e taluni scatenarono infiammati dibattiti, come quello sull'aggressività di cui scrissi l'introduzione, e gli animali, assunto il ruolo di protagonisti, diedero origine a numerosi best-seller, tra cui mi piace ricordare La scimmia nuda di Desmond Morris. Quando poi l'etologo austriaco ricevette il premio Nobel, nel 1973, la sua fama di scienziato, e non solo di divulgatore, sembrò consolidarsi per sempre. Ma era poi vero? Temo che lo stesso Lorenz abbia contribuito nel corso di tutta la sua esistenza a non farsi prendere troppo sul serio. Una sua immagine, tra il poster e l'icona, che è stata oggetto di una immensa diffusione, lo mostra con i calzoni di pelle del costume tradizionale austriaco, mentre va a spasso per i campi seguito da una processione di ochette, oppure mentre nuota con loro nelle acque del Danubio. Dov'è il camice bianco, dove sono i microscopi elettronici che incombono di consueto alle spalle dei bramini del sapere? Quell'uomo con le ochette, sarà pure uno scienziato, ma non pare per niente, e, d'altra parte, ha l'aria di divertirsi, mentre la scienza non è cosa da ridere! «Lo studio del comportamento animale» scrivono Bateson e Klopfer «è frainteso spesso come una attività abbastanza facile e, per dir così, da amatore, che tutti potrebbero praticare nel corso delle loro vacanze». Non dimentichiamo, inoltre, che il nostro è il tempo della biologia molecolare e di Chernobyl, di Hiroshima e della caccia ai quark, e non sembra ci sia spazio per aspetti ludici! Dopo una fiammata di entusiasmo per la novità dell'approccio, sembra che l'icona di Lorenz abbia prevalso, e, Nobel o no, lo scienziato è regredito in uno stravagante, a metà strada tra un ingenuo animalista e un clown. Invece, l'etologia è stata uno dei più formidabili tentativi di rileggere l'evoluzione attraverso i comportamenti nostri e dei nostri compagni di viaggio sul pianeta, di capire la natura umana ponendola allo specchio, e al di là dello specchio, degli animali. Lorenz è stato uno degli ultimi naturalisti, ha osservato i suoi amici di sempre in campo, con tutta la spontaneità dei loro istinti e delle loro parate, e non in laboratorio, dove spesso gli psicologi li hanno trasformati, attraverso mille marchingegni sperimentali, in fuorvianti caricature, con i ratti e i colombi in prima linea. E se Lorenz non era da camice, ma da giacca di fustagno, se non camminava sulle rive dell'Ilisso in compagnia di Platone, ma su quelle del Danubio con dei palmipedi al seguito, era un uomo dalla mente straordinariamente fertile, ricco di interessi, che aveva interpretato Kant in chiave biologica e posti i suoi a priori e i suoi a posteriori alla prova della selezione naturale. Le ochette che lo pedinavano erano la vivente testimonianza di una sua scoperta cruciale: l'imprinting. Di che cosa si tratta, è presto detto. La prima percezione visiva, sia pure di una persona o di una palla da golf, che un pulcino vede quando sguscia dall'uovo, vengono da lui scambiate per la madre. Gli implumi che andavano in processione dietro Lorenz, lo facevano, in parole povere, perché lo vedevano come il fantasma della loro mamma. E Lorenz doveva essere deliziato all'idea. L'etologo si divertiva, non c'è dubbio... ebbene, beato lui!

Giorgio Celli
Il Messaggero 30 01 04