“Dal signore della terra, dove nasce il sole, al signore della terra, dove il sole tramonta”. È con queste parole che iniziava una lettera inviata dal principe giapponese Shotoku al reggente cinese di Sui. Esse, oggi, sembrano essere abbastanza premurose, considerato il fatto che Shotoku viene ricordato nella storia come il più prolifico importatore di elementi cinesi in Giappone (dal sistema burocratico a quello urbanistico, dal buddismo ai classici confuciani). L’introduzione alla missiva, comunque, voleva subito mettere in chiaro un principio che lungo i secoli si è mantenuto costante: il Giappone si sente superiore a tutti i paesi asiatici (compresa la Cina), mentre si ritiene secondo solo nei confronti dell’Occidente. E questo senso di inferiorità deriva, in parte ma non solo, dall’aver perso la seconda guerra mondiale.

Come lamentano molti pensatori di destra, è da allora, da quella disfatta, da quei bombardamenti atomici, che il Giappone ha iniziato a credere che tra il parlare di pace e il discutere di questioni militari ci sia un abisso invalicabile.
Il pacifismo idealistico – come spesso viene definito da quegli intellettuali – ha “addormentato” la coscienza dei giapponesi, e ha fatto loro credere che ogni discorso militare significhi molestare i mai completamente assopiti dogs of war, che l’uso della forza sia sempre un male, e che, da ultimo, rigettare qualsiasi proposta di riarmo significhi lavorare per la pace.

Ora, invece, con le recenti guerre in Afghanistan e Iraq, il timore di parlare apertamente della necessità e urgenza di rafforzare il potenziale militare non pone alcun problema – come testimoniano alcuni articoli apparsi sul Japan Echo dell’ottobre 2003 dai titoli intimidatori di Nuclear Weapons for Japan, e Learning to live with military power.

Ed è un dato evidente a tutti che, per la prima volta dalla fine della seconda guerra mondiale, il Giappone sta offrendo supporto a forze impegnate in combattimento. L’opinione pubblica giapponese si è interrogata sul perché di queste operazioni siano state autorizzate, senza che prima sia stato dissipato ogni dubbio sulla loro effettiva costituzionalità.

Il primo ministro Koizumi ha affermato che, per il paese, è il momento di mostrare un po’ di “senso comune”, invece di “trovare scuse” per non partecipare attivamente alle operazioni americane.
Grazie a questo “senso comune” l’articolo 9 della Costituzione giapponese che recita “il popolo giapponese rinuncia per sempre alla guerra come diritto della nazione e alla minaccia o all’uso della forza come metodo di risoluzione delle controversie internazionali”, non costituirebbe più un ostacolo alla partecipazione a operazioni di guerra internazionali di forze giapponesi, purché queste non siano direttamente impegnate in combattimento. Anzi, il preambolo della Costituzione stessa che fa appello alla cooperazione tra le nazioni sembra, in quest’ottica, avallare la scelta di Koizumi e del suo governo che ad ottobre ha adottato una legge anti-terrorismo valida due anni, salvo proroghe.
Questa legge consente l’invio delle Forze di autodifesa giapponesi in missioni di appoggio logistico all’estero “solo nei paesi che ne accettino liberamente la presenza e in zone dove non siano in corso combattimenti” e permette loro il ricorso all’uso delle armi per proteggere se stesse e tutti coloro che si trovano sotto la loro protezione, incluse truppe di altri paesi sotto attacco. La Costituzione giapponese prevede solamente la difesa individuale e non quella collettiva: il paese può pertanto rispondere solo ad attacchi diretti. Il governo Koizumi non considera però la partecipazione del Giappone alla lotta al terrorismo come difesa collettiva ad una aggressione diretta agli Stati Uniti, ma considera il terrorismo internazionale una minaccia diretta al paese e pertanto legittima la risposta, la quale non viola l’articolo 9, poiché non prevede azioni di attacco. Per Koizumi, questa è semplicemente una nuova interpretazione del concetto di difesa individuale.

Un passo in più lo compiono i militari.
Un ufficiale d’alto rango delle Forze di autodifesa ha affermato al giornale Asahi Shinbun: “Spareremo e combatteremo; il quadro legale è sufficiente per permettere ai militari di decidere sul momento”, lasciando supporre che nel caso le zone di operazioni assegnate si trasformassero da “zone pacifiche” in zone di guerra cambiando la natura della missione, la prima preoccupazione dei soldati giapponesi di certo non sarebbe quella di fare rapporto al Parlamento per richiedere l’autorizzazione all’uso della forza.

Subito dopo la sua elezione, Koizumi si è impegnato ad ampliare e a migliorare le Forze di autodifesa, affinché il Giappone non dipenda più dagli Stati Uniti per la sua sicurezza. La rapida crescita della Cina e il pericolo nord-coreano hanno evidenziato la necessità per Tokyo di creare un deterrente militare credibile, se vuole mantenere un ruolo di primo piano nell’area.
Le Forze di autodifesa sono comunque già molto forti e hanno alle loro spalle un complesso industriale militare formidabile. Gli Stati Uniti appoggiano e appoggeranno anche in futuro la crescita militare dell’”alleato”, poiché nell’ottica del contenimento dell’influenza cinese e dell’instabilità nord-coreana un Giappone forte e più libero dai vincoli costituzionali permetterebbe a Washington un buon risparmio in termini di impegno e di soldi. Ma come tutti sanno, pur facendo finta di niente, a lungo termine questa mossa potrebbe rivelarsi un errore per Washington, poiché se Tokyo entrerà da protagonista nella politica di sicurezza, si rivelerà probabilmente un forte competitore nella lotta per l’egemonia nel Pacifico, tale da insediare nell’area gli interessi degli stessi Stati Uniti. Dopo secoli di storia, sembra davvero che l’amara arroganza di Shotoku sia ancora lì, pronta ad essere resuscitata e sbandierata nel nome di una mai ben definita supremazia. Come ha affermato di recente un giornalista: “L’era della ruminazione sentimentale sulle bombe di Hiroshima e Nagasaki è da considerarsi chiusa. Siamo ora in una situazione che ci chiede molto di più di quelle solite e melense partecipazioni a convegni, o il ciclico visitare i monumenti ai caduti, al fine di evitare la sofferenza di un terzo bombardamento atomico – questa volta per mano di Kim Jong-il”. Per un popolo che ha vissuto sulla propria pelle l’esperienza di quei bombardamenti, queste frasi sembrano davvero sconcertanti.

“La storia insegna solamente agli uomini che la storia non ci insegna niente”, avrebbe detto Mahatma Gandhi. Non vale questo soprattutto per una nazione che scorda i segni delle sue cicatrici, e delle sofferenze che ha inflitto agli altri? Ed è davvero come se il dolore di un tempo, le voci rauche di impotenza, le promesse di non voler più vedere sangue scorrere nei tombini non risuonassero più in queste isole. Sembra quasi che, pur avendo provato l’indicibile vuoto lasciato da morti violente e premature, il Giappone non riesca a liberarsi da quella definizione datale tanto tempo fa da Shotoku.
Una definizione inventata, come sembra esserlo anche quel famoso detto dei “primi in Asia…”, giacché il primissimo nome per designare quell’arcipelago sperduto in un oceano qualsiasi non era quello (ormai) bellicoso di “terra del sol levante”, ma quello più pacifico e innocuo di “terra dal riso abbondante”.

(di Tiziano Tosolini ©)[MISSIONE OGGI]
http://www.misna.org/ita/default.htm"