«Riforme, la Lega fa sul serio»
Albertoni: il federalismo ha vinto nel Paese, in Parlamento non ancora

Riportiamo l'intervista pubblicata dal quotidiano La Provincia all'assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia, prof. Ettore A. Albertoni, in occasione del convegno sul federalismo svoltosi giovedì a Como.
BRUNO PREFAZIO
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La Lega rispolvera lo slogan "Roma ladrona" e chiede il Senato a Milano. Gli alleati si allarmano e chiedono a Berlusconi di fermare Bossi. La verifica della maggioranza di governo procede tra alti e bassi con i lumbard sempre più in bilico e lo stesso Bossi si definisce un "ostaggio". Ma quanto c'è di teatro politico e quanto di verità in questo irrigidimento leghista sul federalismo?
«Noi facciamo sul serio» risponde Ettore Adalberto Albertoni, storico del federalismo, già membro del CdA Rai e ora assessore regionale alle Culture, Identità e Autonomie, oltre che essere uno dei "professori" della Lega.
Bossi dice che si sente "ostaggio" della maggioranza e minaccia di uscire dal Governo se dalla verifica non uscirà un impegno preciso per l'approvazione della devolution in Parlamento. Quanto è seria questa minaccia?
«È serissima secondo me perché la verifica che chiedono An e forse l'Udc riguarda problemi di posti, di competenze, che non c'entrano assolutamente niente con il programma elettorale che ha visto la coalizione guidata da Silvio Berlusconi vincere nel 2001 su un programma che ha due pilastri: la riforma federalista dello Stato e lo sviluppo economico. È chiaro che per una forza come la Lega che ha compiuto il miracolo da 15 anni a questa parte di far iscrivere all'ordine del giorno della politica italiana il federalismo ritiene quest'ultimo come l'ordinamento che assicura il massimo sviluppo sociale, economico di tutte le realtà e comunità che compongono il Paese. Quindi: o si mantengono i patti o è assolutamente coerente trarne le conclusioni».
C'è già stata una crisi di governo proprio sulla frase latina "pacta sunt servanda". Qual è per la Lega l'aspetto irrinunciabile del federalismo, senza il quale i patti di maggioranza non sono rispettati ed è allora inutile stare in questo governo?
«Complessivamente la riforma della seconda parte - titolo V - della Costituzione presentata dal ministro Bossi e attualmente all'esame del Senato è la linea di confine tra federalismo e non federalismo. Se la maggioranza parlamentare che ha vinto le elezioni nel 2001 nel 2004 si conferma compatta sulla proposta di Bossi è chiaro che si avvia un processo federalista che costituisce la premessa per un autentico cambiamento che dovrà riguardare anche in modo primario il federalismo fiscale. Se così non sarà Bossi, che oltre che Ministro delle Riforme è anche segretario della Lega, ne trarrà le conclusioni e i federalisti non potranno che seguirlo».
Ma non è che anche la Lega è interessata alle poltrone?
«No, e io credo di averlo dimostrato nella vicenda Rai dopo un anno di enorme impegno. Ho preferito concludere quell'esperienza che non avevo né richiesto né sollecitato perché i militanti della Lega sanno benissimo che politicamente non hanno come obbiettivo quello di occupare posti o "fare carriera". Vogliamo il cambiamento federalista e le posizioni che ognuno di noi ricopre sono funzionali allo scopo. Dopo la Rai mi era stato anche proposto di assumere un incarico di governo nel campo dei Beni culturali. La proposta veniva dal vertice governativo e in particolare dal Ministro Urbani, ma io d'intesa con il Movimento l'ho declinata ritenendo che la battaglia federalista si combatte e si vince sul territorio e in particolare in Lombardia».
Ma contro la riforma tra opposizioni e settori della maggioranza è stato frapposto un muro di duemila emendamenti. La proposta di Bossi non è molto amata quindi?
«La questione è semplice: il federalismo ha vinto nel Paese ma non ancora in Parlamento. Se è pensabile qualche miglioramento accessorio, preciso e limitato, occorre che la dialettica parlamentare non snaturi la portata federalista della riforma, che prevede tra l'altro competenze precise e distinte tra Stato e Regioni, un avvio del Senato delle Regioni e la tutela degli interessi dei territori e delle comunità attraverso un'adeguata rappresentanza regionale all'interno della Corte Costituzionale. Questa è la premessa. A mio avviso non transabile, non discutibile. L'integrazione del federalismo fiscale è necessaria anche se in forme da precisare, data la grave situazione economico-finanziaria del Paese e del mondo, ma senza di questo non è possibile parlare di federalismo e quindi cedere alla pressione degli interessi della partitocrazia conservatrice che vuole riprendere il controllo del Paese».
Ma la riforma comprende anche la devolution in materia di scuola, sanità e sicurezza?
«Certamente. Se vogliamo per l'Italia un'unione federalista seria e concreta dobbiamo accelerare al massimo la devoluzione nelle materie della scuola, sanità e sicurezza pubblica, che peraltro hanno già avuto una prima lettura e approvazione in sede parlamentare, tenuto conto che trattandosi di riforme costituzionali sono necessari quattro passaggi. La devoluzione non può non far parte del federalismo. Esistono anche dei problemi di tecnica parlamentare per i quali all'ordine del giorno c'è la riforma che si inserisce in una Costituzione che va subito emendata visti i colpi di mano effettuati dalla sinistra con quattro voti di maggioranza nei giorni di chiusura della passata legislatura».
Ma quando la Lega parla di federalismo e di devolution An e Udc (e recentemente anche la Cei) introducono come discriminante il concetto di "interesse nazionale". In che cosa federalismo e devolution intaccherebbero questo interesse nazionale?
«Rispondo con le stesse parole usate dal primo ordinamento federalista moderno, che è quello degli Stati Uniti. Il federalismo realizza una "più perfetta unione". In quanto costruisce "dal basso", con il concorso dei cittadini e delle Comunità, una dimensione di concretezza politica associata a responsabilità e partecipazione. L'"interesse nazionale" sventolato dagli antifederalisti è un'autentica bufala (per usare un gergo caro ai romani) perché nessun ordinamento federalista va al di là della distinzione delle competenze. Eventuali conflitti vengono affrontati in sede giurisdizionale. Per essere sincero fino in fondo è la solita pastetta romano-parlamentare per non cambiare niente e perpetuare il fatiscente e dannoso centralismo nostrano».
Perché la Lega ha rinunciato al cosiddetto parlamento del nord?
«Le bufale romane non finiscono mai, nessun parlamento del nord è previsto nel progetto di Bossi. E' molto grave che singoli esponenti di forze politiche della maggioranza si siano permessi mistificazioni di questo genere».
dalla Provincia
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[Data pubblicazione: 31/01/2004]