Risultati da 1 a 10 di 10
  1. #1
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    Predefinito Arcimboldo e l'arte delle meraviglie

    Tanto regolata e coronata dal successo fu la vita di Giuseppe Arcimboldo, quanto accidentato e censurato dall'oblio il destino postumo delle sue opere. Pittore tra i più amati, lusingati e imitati del suo tempo, svolse onorata carriera al servizio di arcivescovi e imperatori; i suoi dipinti subirono invece il flusso di alterne vicissitudini, andarono in gran parte dispersi e confusi nella massa delle modeste e anonime imitazioni. Intravista come "curiosità" e relegata nella sottospecie dei "capricci e bizzarie" dal gusto dominante, la sua opera fu pressoché ignorata dalla letteratura artistica ufficiale, o citata solo accidentalmente, spesso a sproposito. (Corinna Ferrari)




    "Ingegnosissimo pittor fantastico", come lo definiva il canonico Gregorio Comanini, suo grande amico, Giuseppe Arcimboldo, o Arcimboldi (l’oscillazione è continua nei testi dell’epoca: il pittore si firma Giuseppe Arcimboldo F, dove "F" sta per fecit) nasce a Milano nel 1527. Nel 1549, all'età di 22 anni, il suo nome compare negli Annali della Fabbrica del Duomo, dove produce cartoni per le vetrate del Duomo di Milano (la storia di Santa Caterina) in collaborazione con il padre Biagio, e cartoni di arazzi per il Duomo di Como.

    Lavora alla corte di Vienna come ritrattista sotto Ferdinando I, e lì rimane durante il regno di Massimiliano II. Con Rodolfo II si trasferisce poi a Praga, dove si fonde con l’arcana atmosfera di quell’ambiente, a tal punto da entrare nella mitologia del tempo, assumendo egli stesso qualcosa di quella magica ambiguità e malinconia saturnina propria degli alchimisti.

    E c'è qualcosa di magico, di alchemico, che lega effettivamente la figura del giovane imperatore con i quadri dell’Arcimboldo. Pare che Rodolfo ammirasse fino all'idolatria il genio e la fantasia dell'anziano pittore: lo dimostra il fatto che, nonostante le insistenti richieste, gli concesse a malincuore di tornare in patria soltanto dopo undici anni di onorato servizio.

  2. #2
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    Scrive Angelo Maria Ripellino in "Praga magica":

    "… Attorno a Rodolfo convennero distillatori, pittori, alchimisti, botanici, orafi, astronomi, astrologhi, giudiziari, ma anche miniaturisti, medagliai, lapidari, pittori di paesaggi e di contraffazioni e di scene sacre e di selvaggina. Il desiderio di ornare la corte di una gran folla di artisti fa riscontro in Rodolfo all'ansia spasmodica di collezionare, di accumulare preziosi e rarità e naturalia.[…] Per la sua "Kunst-und-Wunderkammer", affrontava profusissime spese. Spediva speciali commissionari a comprare per lui in tutta Europa dipinti e gioielli e suppellettili esotiche. Gli agenti sguinzagliati da Rodolfo nei paesi stranieri in cerca di oggetti d'arte avevano anche il mandato di scovare alchimisti e con regali e promesse attirarli a corte. Nella speranza di poter rinsanguare con l'oro alchemico le finanze stremate dagli acquisti di rarità e di ottenere un elettuario che gli allungasse la vita, Rodolfo amò circondarsi di uno stuolo di stravaganti distillatori, che magnificava e colmava di doni, per poi ripudiarli e rinchiuderli in un arto carcere, se lo deludevano. Si tramanda che fosse lui stesso un adepto della doctrina di Ermete e che portasse sempre, appeso al collo in uno scrignetto d'argento avvolto nel velluto nero, un inutile elisirvite. […] L'arte di Arcimboldo è fortemente connessa con le predilezioni di Rodolfo II: col suo amore degli Automaten e dei fantocci meccanici, col mondo bizzarro ed esotico che lo attorniava, col senso alchemico dell'amalgama di corpi diversi, col marionettismo golemico, e in specie con l'ansia di collezionare che incalzò questo sovrano. C’è un intenso rapporto tra i ritratti ibridi dell’Arcimboldo e la “Kunstkammer” di Rodolfo, gabinetto di naturalia, di rarità e anomalie. In quanto fastelli di oggetti, di frutti, di fiori e di bestie, le figure arcimboldesche sono collezioni esse stesse..."

    Non a caso l’Arcimboldo contribuì ad arricchire le raccolte dell’imperatore e quando, ormai vecchio, si ritirò dalla vita di corte a Milano, continuò a provvedere all’acquisto di curiosità per il museo rodolfino.

    A prima vista, le stravaganti invenzioni di Arcimboldo sembrano frutto di un gioco raffinato e virtuosistico, ma non si tratta affatto di un elaborato passatempo per intellettuali: i ritratti di Arcimboldo rivelano aspetti ben più inquietanti. Come spiega Ripellino,"un volto istoriato, un volto di pezzi diversi è un oggetto, un oggetto adorno. L'uomo diventa inventario e addizione dei propri strumenti abituali, un fantoccio composto degli arnesi del suo mestiere": un pupazzo, un manichino, un automa. "Del corpo non v’è sentore nelle immagini dell’Arcimboldo, ma si presume rigido e marionettesco. Tutto l’umore viene riassunto dal capo che è un rompicapo, un puzzle di oggetti incastrati l’uno nell’altro, di vegetali che allignano insieme in un’apparente concordia, come le viti con gli olmi e le ulive con le mortelle, di bestie riunite per mansuetudine. Alla vita si sostituisce il rappezzo inerte, l’insieme di molti congegni: tendono ai robot di Capek le visioni morfiche dell’Arcimboldo. Aspirano a una serialità, hanno la vocazione di riprodursi in sequele, nel limbo dei duplicati. La fantoccesca ricucitura di attrezzi e di volatili e di frutti indica il decadimento della bellezza del Volto che, rinunziando ad esser sembianza di Dio, si fa laido e morchioso, e si riduce a compendio e dispensa di oggetti, perché l’uomo è schiavo degli arnesi che si illude di manovrare e che lo divorano invece, sino ad invadere le sue fattezze."

    I brani in corsivo sono tratti da Praga magica di A. M. Ripellino
    (Einaudi, pagg. 91 – 92 – 101 - 105)



    Vertumno

  3. #3
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    IL BIBLIOTECARIO


    1566 (olio su tela)
    Skoklosters Slott, Balsta, Svezia


    Una raffinata combinazione di libri che contiene un’idea figurativa intrinseca: l’immagine del bibliotecario come uomo dall’inconsistenza corporea. Sulla spalla sinistra si appoggia una tenda. Il dettaglio dei segnalibri sporgenti dalle pagine riproduce le dita della mano. E’ probabile che il dipinto sia la caricatura dello storiografo imperiale Wolfgang Lazius, scelto per la sua fortissima passione per i libri: uomo di cultura dedito alle collezioni imperiali antiche, soprattutto lapidi e monete, meritevole di uno scherzoso omaggio per l’impegno profuso nella sistemazione della Kunstkammer.

    Scrive Angelo Maria Ripellino in "Praga magica": Viene in mente, guardando quella figura, la descrizione della biblioteca nel "Labirinto" di Comenio: biblioteca-apoteca, dove si conservano medicine contro i mali del pensiero, con scatole chiamate libri, scatole-libri, apoteca con scatole e dotti che si ingozzano di libri. Il bibliotecario arcimboldesco ha una cubicità scatolosa, che rimanda alle parvenze geometriche, ai robot cubici di altri campioni del manierismo. Ma non dimentichiamo che, tra i personaggi incontrati da Svejk al manicomio (si parla de "Il buon soldato Svejk" di Hasek Jaroslav – nota mia), il più furioso era un signore, il quale si spacciava per il sedicesimo volume dell’Enciclopedia scientifica Otto e pregava ciascuno di aprirlo e di trovarvi la voce "Cucitoio di quinterni", altrimenti sarebbe andato in rovina.

  4. #4
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    IL GIURISTA


    1566 (olio su tela)
    Statens Konstsamlingar, Gripsholm Slott, Stoccolma, Svezia

    Un viso orripilante, reso con pollo arrosto e pesci. Sconvolge un po’ l’occhio ancora vivido che appartiene contemporaneamente al volatile spennato e al personaggio ritratto. Nascosti da un sontuoso mantello, solo libri e incartamenti. Alcuni critici lo ritengono il ritratto del vicecancelliere imperiale Johann Ulrich Zasius, a cui tutto il volto era guasto dal mal francese e pochi peluzzi erano al mento rimasti (Gregorio Comanini – Il Figino), probabilmente ricompensato per i suoi servigi con un’onorificenza e un quadro.

  5. #5
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    GLI ELEMENTI

    Arcimboldo eseguì due serie di Elementi per la corte praghese che, alla luce del ritrovamento di alcuni manoscritti provenienti dall’entourage di corte del pittore, sono state lette in chiave allegorico-celebrativa. E’ particolarmente interessante un poema composto dal milanese Giovanni Battista Fontana, detto Fonteius, anch’egli al servizio degli Asburgo. Secondo Fontana, gli Elementi e le Stagioni si basano sul sistema di corrispondenze tra microcosmo e macrocosmo e vanno intesi come omaggio agli Asburgo: ritratti dell’imperatore finalizzati a celebrare il suo dominio sulle stagioni e gli elementi (macrocosmo) e sul microcosmo ad essi subordinato: fiori, oggetti, e via dicendo...

    Grazie a questa chiave di lettura, molti dettagli diventano più chiari: l’aquila e il pavone asburgico nell’Aria, l’aquila bicipite e il collare del Toson d’Oro fatto di acciarini nel Fuoco, il vello del Toson d’Oro e la pelle del leone d’Ercole, simbolo boemo, nella Terra, l’acciarino in tessuto nella cappa di paglia dell’Inverno, e così via. E in tutti i ritratti c’è una chiara allusione a una specie di corona sul capo.






    IL FUOCO


    1566 (olio su tavola)
    Vienna, Kunsthistorisches Museum

    Espressione di antico furore militare: capelli in fiamme, la fronte e la bocca sono matasse di micce, il naso e l’orecchio impugnature di spade,un portacandele e una torcia sono il collo, bombarde e archibugi formano il busto ornato da una collana del "Toson d’oro" ( uno degli ordini cavallereschi più importanti dell’epoca). Diverse possibili forme del fuoco sono rese allegoricamente: dalla piccola fiamma della lampada ad olio e della candela fino alla violenta potenza del cannone. Alla casata si riferisce anche l’aquila bicipite del Sacro Romano Impero, nonché le armi da fuoco, probabili accenni alla potenza militare nelle guerre contro i Turchi.





    L'ACQUA


    1568 (olio su tavola)
    Vienna, Kunsthistorisches Museum

    Pesci occhiuti, polipi, squali, rettili, gusci di conchiglie: l’Acqua è il trionfo del viscido.
    Un enorme gambero forma lo scudo pettorale, la tartaruga e una grande conchiglia cui è attaccato un polpo costituiscono la spalla. Il collo è decorato con una collana di perle e, insieme all’orecchino che orna l’orecchio, è l’allusione a una figura femminile. A costituire la bocca sono le fauci aperte di uno squalo con i denti affilati, una razza forma la guancia e una cicala di mare il sopracciglio. Uno o due cetacei riconoscibili grazie a due zampilli d’acqua, uniti a un tricheco, una foca e un cavalluccio marino rappresentano la chioma. Una specie di corona in corallo rafforzata dalle lunghe spine dorsali di un pesce e da un oggetto molto simile a una coroncina racchiudono il tutto. Da notare l’armonia che unisce animali così differenti e spesso ostili tra loro, armonia che probabilmente allude al benevolo e pacifico dominio asburgico.





    LA TERRA


    1570 (olio su tavola)
    Collezione privata - Vienna, Austria

    Difficile raccappezzarsi in quella tarsia di bestie sovrapposte, in quell’intreccio di orecchie, code, zampe, corna che fanno dell’uomo una sorta di arca di Noè. Il petto è un ariete, la spalla un leone e, dalla nuca alla fronte, si affollano scimmia, cavallo, stambecco, cinghiale, orso, mulo, cervo, daino, leopardo, gazzella, cane e cammello. L’astuta volpe è la fronte: con la coda forma il sopracciglio, e con la schiena il naso. Un lupo con la bocca aperta evidenzia l’occhio e la guancia è un elefante. Nella parte superiore appaiono inoltre unicamente animali che con le loro corna formano una corona, ancora una volta allusiva all’imperatore. Secondo il Comanini (Il Figino), ogni animale che compone la Terra avrebbe inoltre un significato allegorico in relazione al posto che occupa: per esempio l’elefante, animale pudico, fa da guancia, che è sede della vergogna.





    L'ARIA


    Olio su tela
    Collezione privata – Basilea, Svizzera

    Un inquietante fastello di becchi, capini e occhietti d’uccelli: un pavone dalla ruota completa forma il busto, un pappagallo rosso e un gufo spuntano dal colletto, un tacchino dal petto rigonfio è il naso, le lunghe penne della coda del fagiano, semi nascosto dietro l’ala del gallo, formano la barba a pizzo. Molto chiaro è il riferimento agli Asburgo grazie al pavone e all’aquila, simboli del casato.

  6. #6
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    Predefinito Dipinti reversibili...

    Fabbricare immagini reversibili è stata una moda dell'epoca: simili giochi erano usati come caricature dai fautori o dagli avversari della Riforma. Questa figura, nella retorica, si chiama palindromo; il vero palindromo non cambia nulla del messaggio, che si legge identico, per gioco, sia in un senso sia nell'altro… Al contrario, quando rovesciate l'immagine arcimboldesca, ritrovate certamente un senso (proprio per questo si ha palindromo), solo che il senso, con il movimento di inversione, è cambiato. «Tutto è sempre identico» dice il vero palindromo; che prendiate le cose in un senso o nell'altro, la verità rimane una. « Tutto può prendere un senso diverso», dice il palindromo di Arcimboldo; che è come dire: tutto ha sempre un senso, da qualsiasi parte lo si voglia leggere, ma questo senso non è mai lo stesso. (Roland Barthes - Arcimboldo - Abscondita, pag. 34)


    L' ORTOLANO


    1590 circa (olio su legno)
    Museo Civico Ala Ponzone, Cremona, Italia.


    Un'innocente ciotola piena di verdure che però, ribaltata a 180 gradi, diventa un volto. L'allusione è probabilmente a Priapo, l'"hortulano custode" dell’Hypenerotomachia Poliphili (che tanto influenzò l'Arcimboldo), come lascerebbe credere il particolare sospetto dei tre elementi vegetali che formano il naso e le guance, piuttosto somiglianti al classico "attributo" di Priapo.



    IL CUOCO


    1570 circa (olio su tela)
    Collezione privata, Stoccolma, Svezia


    Nient'altro che pezzi d’arrosto formano la testa di un tipaccio dall'orribile dentatura. Capovolgendo il quadro, ne risulta un piatto di arrosto ornato da una fettina di limone.

  7. #7
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    LE QUATTRO STAGIONI


    La serie delle Quattro Stagioni (così come quella degli Elementi) viene dipinta in due varianti, per ragioni che non si esauriscono nel grande successo riscosso tra i contemporanei. Le fisionomie dell’Arcimboldo celano, nell’intricata composizione di fiori, foglie, frutti e animali, un significato allegorico legato alle vicende e alle aspirazioni universalistiche della dinastia asburgica.

    Le favolose teste dell’Arcimboldi sono creazioni d’arte e non oggetti di scienza, ma corrispondono comunque a una logica ingegnosa, rivelano l’acutezza della mente che le ha concepite; costruiscono allegorie basate sul rapporto di analogia ma anche di dominio tra l’uomo e la natura; alludono alla potestà dell’imperatore-Vertunno sull’universo simboleggiato dagli elementi e dalle stagioni, all’abbondanza prodotta dal suo buon governo. Nell’Arcimboldo, pittore al servizio di una committenza laica e di corte, l’allegoria morale è completamente assente, ma è presente quella celebrativa dell’universale e benefico, produttivo dominio dei potenti. L’intento allegorico si appoggia a una visione prosperosa e positiva della natura, madre generosa, portatrice di energie e influenze benigne. (Maurizio Calvesi)



    LA PRIMAVERA


    1573 (olio su tela)
    Louvre, Parigi

    Innumerevoli fiori, foglie e steli assemblati in una sapiente combinazione naturalistica creano l’illusione dei capelli, del vestito e della pelle. Una serie di fiori bianchi forma una specie di colletto alto, il naso è un bocciolo di giglio, l’orecchio un tulipano da cui pende un’aquileia. Gli occhi sono due bacche di belladonna.
    Sebbene un mosaico di fiori, a ben guardare, la “Primavera” si rivela arrapata, come se l’amido degli anni atteggiasse i fiori in rigide crespe di lattochiglia: tutto questo ha sapore di carnevale (A. M. Ripellino, Praga magica, Einaudi - pag. 105).





    L’ESTATE


    1573 (olio su tela)
    Louvre, Parigi

    E’ un caleidoscopio di frutti: una pera per mento, una mela per guancia, chicchi d’uva al posto dei denti mentre ciliegie rosse formano le labbra. Il naso è un cetriolo, l’orecchio una melanzana e una rigogliosa natura morta forma la testa. Una rustica giubba di paglia da cui fuoriescono spighe è il corpo. Sulla manica compare la data d’esecuzione: 1573, il colletto riporta il nome dell’artista finemente intessuto, la lettera F sta per “fecit”.
    L’applicazione dei frutti alle membra è tanto ingegnosa che la meraviglia conviene che passi in stupore (Gregorio Comanini, Il Figino).





    L’AUTUNNO


    1573 (olio su tela)
    Louvre, Parigi


    La testa spunta da un vecchio tino disfatto e rami di salice legano i singoli listelli di legno. Una pera forma il naso bitorzoluto, la guancia rigonfia è una mela matura, il mento un melograno e l’orecchio un fungo. Il mallo della castagna forma la bocca e il frutto contenuto sembra una lingua che si spinge tra le labbra in attesa del gustoso piacere. Il capo, un’enorme zucca, è coronato da uva bianca, uva nera, e pampini rossicci: un chiaro richiamo alle tradizionali rappresentazioni di Bacco.
    Sembra di scorgere nella nebbia di Praga “L’Autunno” dal piglio di lanzichenecco, tutto intessuto di pomi, poponi, tralci di vite e grappoli d’uva, campione rozzissimo di una brutale vendemmia (A. M. Ripellino, Praga magica, Einaudi - pag. 106).





    L’INVERNO


    1573 (olio su tela)
    Louvre, Parigi

    Una stuoia di paglia avvolge l’inverno come un mantello: lo stemma allude alla casata imperiale. Il tronco d’albero nodoso e quasi essiccato che forma collo e volto rende l’idea di un uomo decrepito. Il naso è un’appendice spellata, la bocca - gonfia e senza denti - un fungo collocato sopra il mento, ispido grazie alle radici. L’occhio è incassato in una spaccatura della corteccia e un ramo spezzato suggerisce l’orecchio. Un intreccio di rami secchi, che si snodano in ogni direzione, forma la capigliatura e potrebbe alludere a una corona. L’edera verde che occupa la parte superiore della testa rafforza la speranza che l’inverno non duri eternamente e, insieme a un’arancia e a un limone dai colori caldi, porta una parvenza di sole e di calore nella desolazione della stagione fredda.

  8. #8
    are(a)zione
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    Immagino allora ti piaccia anche Jerome Bosch.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da are(a)zione Visualizza Messaggio
    Immagino allora ti piaccia anche Jerome Bosch.

    Sì...

    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=123039

  10. #10
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    Stenio Solinas

    ARCIMBOLDO IL LEONARDO DEGLI ASBURGO





    Autoritratto cartaceo ("L'uomo di lettere"), 1587

    L’uomo di carta. Quando Giuseppe Arcimboldo dipinse nel 1587 il proprio ritratto, al tramonto della sua vita e al culmine della sua fama, è così che volle raffigurarsi, i capelli e la barba, il naso, le labbra e gli occhi a comporre una maschera puramente cartacea, tanti fogli ben tracciati e sistemati. Un umanista, insomma, e non un artista, «l’egiziano erudito» come era stato ribattezzato nella sua cerchia di amicizie, l’uomo che aveva inventato e/o immaginato un linguaggio cifrato, delle macchine per camminare sull’acqua, il «liuto prospettico», il «clavicembalo a colori» e altre mille diavolerie che non gli sopravvissero.
    Scomparve tutto con lui, compresa la sua fama: quello che era stato per un quarto di secolo il pittore di corte di Vienna e di Praga, elevato per questo al rango di conte palatino, il maestro di giochi e di cerimonie e insomma il Leonardo degli Absburgo, si inabissò con il secolo che l’aveva visto nascere. Perché riemerga bisognerà aspettare il Novecento della scienza ma anche del dubbio, del fantastico applicato all’inconscio, della crisi dei valori e del clangore delle ideologie. Un precursore della modernità troppo in anticipo sul proprio tempo, insomma. Eppure...

    «Arcimboldo 1526-1593», la grande mostra parigina del Musée du Luxembourg (fino al 13 gennaio), a cura di Sylvia Ferino, si snoda proprio intorno a questo «eppure» perplesso, laddove vent’anni fa quella di Venezia che ne aveva ribadito, sancendola definitivamente, la grandezza, lo aveva fatto nel segno sicuro di un Arcimboldo nostro contemporaneo. Ma è davvero così?
    Costruita lungo un percorso storico-filologico, l’esposizione riconduce Arcimboldo all’interno del proprio tempo, un tardo Cinquecento rinascimentale che si avvia a diventare maniera, bizzarria, eccentricità. È un mondo, un’epoca, una corte in cui i maghi si mischiano ai cabalisti, agli astrologhi, agli alchimisti, agli studiosi di scienza naturale, ai fisici e ai matematici, le scienze alla moda sono la chiromanzia, la fisiognomica, la geomanzia e insomma il carattere degli individui si nasconde nelle linee di una mano, nelle rughe di un volto, nei tratti di un paesaggio... Per dipingere una testa composta come La Primavera, Arcimboldo mette su tela 80 varietà botaniche; per quella che fa riferimento all’Acqua sono 62 i pesci, i crostacei, le conchiglie marine riprodotte con virtuosismo incredibile. Per quanto esse possano affondare in una tradizione popolare, è l’elemento spirituale, intellettuale, letterario e politico che fa la loro originalità e la loro grandezza, e che però in qualche modo le segna e le condanna nel momento in cui il complesso e raffinato simbolismo che ne è alla base, le allegorie imperiali e principesche che la sostengono si riveleranno estranee ovvero incomprensibili al nuovo secolo che viene alla ribalta.

    Milanese, figlio d’arte, ma semplice omonimo di quella aristocratica famiglia che alla città aveva dato tre arcivescovi e la cui pietra tombale è ancora visibile all’interno del Duomo, Giuseppe Arcimboldo si creò un passato che fosse all’altezza di quel nobile presente che a prezzo di fatiche e di sacrifici aveva alla fine raggiunto, una sorta di principe fra i pittori e dei pittori.
    Proprio la consapevolezza di una diversità lo spinse del resto a una frequentazione intellettuale, quella dei Lomazzo, dei Comenini, dei Morigia, alla quale affidare il racconto e il ricordo di un magistero stilistico, come se avvertisse il pericolo di un oblio e di una dimenticanza, come se solo la parola scritta potesse in qualche modo riscattare e difendere l’immagine dipinta.
    In una sala del museo fanno bella mostra di sé quelle «nature morte antropomorfe», secondo la celebre definizione di André Pieyre de Mandiargues, che come in un gioco di specchi rovesciati contengono due differenti soggetti a seconda se le si guardino dall’alto o dal basso. Il cuoco è anche un piatto d’arrosti, L’uomo-vegetale è anche un cesto d’ortaggi... È un linguaggio metaforico usato quando ancora la metafora rimanda ad altro, non si è cristallizzata in maniera, non vive di vita propria. Dadaisti e surrealisti, secoli dopo, vi si specchieranno come ci si specchia nell’opera di un precursore o di un profeta...
    Ma se ne colgono la sconvolgente meraviglia, ciò che è andato perduto è lo struggente sentimento del tempo che la rendeva possibile e comprensibile, non gioco, ma rivelazione, non puro artificio ma corrispondenza fra segni e concetti. L’universo di un umanista, appunto, e non il palcoscenico di un prestigiatore.

    Stelio Solinas – da Il Giornale di martedì 20 novembre 2007

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    Le quattro stagioni - New York, Collezione privata

 

 

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