Duce vi chiedo aiuto
Vitaliano Brancati___
Quali erano i rapporti tra intellettuali e regime fascista? Uno spiraglio viene aperto dai documenti ritrovati nel ministero dei Beni culturali e ora depositati presso l'Archivio dello Stato a Roma. Si tratta di lettere a Mussolini e alle alte gerarchie ministeriali: richieste di udienza e suppliche per ottenere finanziamenti e sussidi, attestati di fede al regime. Tutto archiviato con scrupolo e un certo piacere sadico per il servilismo di tanti cervelli dal Ministero della Cultura popolare (Minculpop). Tra le lettere spiccano quelle di Alberto Moravia, Sibilla Aleramo, Vincenzo Caldarelli e dello scrittore catanese Vitalinao Brancati. La lista però è molto lunga e comprende anche Giovanni Comisso, Gabriele D'Annunzio, Giovanni Gentile, Alfonso Gatto, Leo Longanesi, Curzio Malaparte, Giovanni Papini e altri. Pubblichiamo la lettera di Brancati al Duce.
_Catania, 15 aprile 1936
Duce, quando ebbi l'onore di essere ricevuto da V.E. nel 1932, V.E. mi disse di lasciare il Popolo di Sicilia perché avrei avuto una collaborazione fissa che mi avrebbe permesso di vivere. Lasciai il «Popolo», e non ebbi la collaborazione fissa. Mi rivolsi al Ministero della Propaganda il quale ottenne dal direttore della «Stampa» Signoretti la promessa che mi sarebbero stati pubblicati tanti articoli ogni mese da uguagliare quelli di una collaborazione fissa. Neanche questa promessa fu mantenuta e la «Stampa» in questi ultimi sei mesi, non ha pubblicato nulla di mio. Ho cercato allora di ritornare al mio modesto posto di redattore del «Popolo di Sicilia» ch'era rimasto vacante e in cui il direttore del giornale mi desiderava. L'on. Marinelli si è opposto anche a questo, adducendo che il partito deve risparmiare le mie mille lire al mese e non poteva assumermi per esuberanza di personale (dopo questa dichiarazione, è stato assunto in amministrazione non so se il figlio o il genero del questore locale). Ho saputo nel frattempo che al ministero della Propaganda, si aveva bisogno di qualcuno che leggesse i lavori drammatici da trasmettere alla radio o aiutasse chi legge i lavori da recitarsi in teatro. Ho offerto la mia opera per questo, ma non ho ricevuto risposta, è già mi si profilano innanzi delle difficoltà del bilancio, come se l'Italia, ricca in tutto il resto, e larga di aiuti e di incoraggiamenti, diventasse per me così povera da non potersi concedere il lusso di dare del lavoro a uno che ha lasciato il proprio posto per consiglio di V.E. Con pazienza, senza condannare per questo coloro che mi trattano in un modo così avvilente, avendo appreso che il ministero dell'Educazione bandisce dei concorsi per cattedre d'istituti medi, io ho tirato fuori la mia vecchia laurea in Lettere e i vecchi libri nei quali, dopo tanti anni di lavoro diverso, leggo con molto stento; e mi preparo al concorso. Ma in questi mesi di preparazione, perché io possa pagare le tasse e affrontare le spese dei viaggi, e lavorare tranquillamente avrei bisogno che la Stampa, mantenendo la sua vecchia promessa, mi facesse guadagnare con la collaborazione almeno seicento lire al mese. Non c'è sconosciuto che si rivolga a V.E. inutilmente. Io ho avuto l'onore di essere ricevuto da V.E tre volte, di ottenere i suoi consigli, e la sua attenzione e per qualche mia fatica letteraria, fra i giovani scrittori d'oggi non sono l'ultimo... Per questo io chiedo a V.E. quello stesso aiuto che si dà al contadino al quale moralmente non mi reputo superiore e del quale sono più povero perché io da molti mesi non riesco a guadagnare quelle stesse cento lire che egli guadagna, coi più devoti ossequi.
la Sicilia 29 01 04




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