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  1. #1
    Orazio Coclite
    Ospite

    Predefinito Gli editti di Teodosio contro la religione tradizionale

    Da: http://www.maat.it/livello2/editti-teodosio.htm



    GLI EDITTI DI TEODOSIO CONTRO LA RELIGIONE TRADIZIONALE

    Località: Impero Romano
    Epoca: IV secolo d.C. - Imperatore Teodosio


    Il decreto del febbraio 391: vietato entrare nei templi

    Il 24 febbraio 391 l'imperatore Teodosio, detto dai cristiani "Il Grande", battezzato nel 380, emise il provvedimento legislativo "Nemo se hostiis polluat", che:

    - rinnovava la messa al bando di qualunque sacrificio, pubblico o privato;

    - vietava le tradizionali cerimonie di Stato ancora in uso a Roma:

    - vietava per la prima volta l'accesso ai santuari e i templi: "nessuno si avvicini agli altari sacrificali, cammini all'interno dei templi o veneri immagini forgiate da mani umane";

    - proibiva in maniera esplicita l'apostasia dal cristianesimo, pena la perdita dei diritti testamentari.

    Il provvedimento era stato fortemente voluto dal nuovo ministro degli Interni, il cattolico Rufino, e da sant'Ambrogio vescovo di Milano, d'accordo con i gruppi di monaci impegnati a saccheggiare e distruggere illegalmente templi pagani nelle province orientali.

    Le tradizioni e il patrimonio della cultura classica veniva cancellato da un provvedimento modellato sul comportamento tenuto dal popolo ebraico nei confronti della religione dei popoli cananei.

    Il decreto del 16 giugno 391: estensione delle proibizioni

    Il decreto del 16 giugno 391, emanato ad Aquileia, estende le disposizioni precedenti anche all'Egitto, dove Alessandria godeva, da antica data, di speciali privilegi relativi ai culti locali, comprese le cerimonie sacrificali.

    I pagani pregano in casa

    Sotto l'effetto della persecuzione molte case divennero luoghi di culto, dove i pagani si riunivano per continuare nella religione tradizionale.

    Il terzo editto del 391: distruggete i templi

    Con il terzo editto del 391 la persecuzione s'intensificò e molti si sentirono autorizzati ad iniziare la distruzione degli edifici pagani.

    Ad Alessandria il vescovo Teofilo iniziò una sistematica campagna di distruzione dei templi.

    Il tempio di Serapide, divinità greco-egizia che riuniva in sè Zeus ed Osiride, venne assediato dai cristiani. Il vescovo Teofilo ed il prefetto Evagrio, insieme con gli uomini della guarnigione militare, iniziarono l'opera di demolizione. Il vescovo Teofilo volle dare il buon esempio dando il primo colpo contro la colossale statua del dio Serapide.

    Analoghi episodi avvennero a Petra, Areopoli, Canopo, Eliopoli, Gaza e in molte altre località. L'imperatore Teodosio non intervenne mai per fermare i cristiani.

    In Gallia san Martino di Tours non volle rimanere indietro rispetto al vescovo Teofilo ed iniziò una campagna di distruzione.

    Il quarto editto del 392: pena di morte

    Il quarto editto venne emanato a Costantinopoli da Teodosio l'8 novembre del 392. Secondo gli storici Williams e Friell "l'editto era caratterizzato da una intransigenza così assoluta nei confronti delle tradizioni locali da poterla paragonare a quella di un regime dittatoriale ateo che criminalizzasse le uova di Pasqua, l'ulivo, i biglietti natalizi, le zucche di Halloween e persino alcune abitudini universali, come quella dei brindisi".

    L'editto prevedeva:

    - la pena di morte per chi effettuava sacrifici e pratiche divinatorie

    - la confisca delle abitazioni dove si svolgevano i riti

    - multe pesanti per i decurioni che non applicavano fedelmente la legge

    - la proibizione di libagioni, altari, offerte votive, torce, divinità domestiche del focolare, corone e ghirlande, fasce sugli alberi, ecc.





    Riferimenti bibliografici:
    Williams S. - Friell G.
    Teodosio - L'ultima sfida ECIG

  2. #2
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    Predefinito Editti di Teodosio

    Il cristianesimo da religione lecita a religione di Stato

    Codice Teodosiano, XVI, 1, 2 (27 febbraio 380). A
    Codice Teodosiano, XVI, 10, 12 (8 novembre 392). B

    Nel febbraio 313, in un incontro avvenuto a Milano, gli imperatori Costantino e Licinio si accordarono per equiparare il cristianesimo alle altre religioni lecite dell'impero. La sostanza di questo accordo (il cosiddetto "Editto di Milano") ci è giunta nei rescritti emanati da Licinio, prontamente incorporati nelle loro opere dagli autori cristiani Lattanzio ed Eusebio di Cesarea. In realtà già a ridosso del 313, ed ancor più dal 324 allorché rimase unico imperatore, Costantino venne assegnando alla religione cristiana una inequivocabile posizione di favore e preminenza, con una serie di provvedimenti il cui quadro complessivo ci è tramandato nella Ekklesiastiké Historía scritta nella prima metà del V secolo dallo storico Sozomene. I provvedimenti risultavano ulteriormente rafforzati dall'affacciarsi di disposizioni che, nel tutelare i cristiani, introducevano elementi restrittivi nei riguardi di altre fedi: l'impero, identificando sempre più le sue sorti con quelle della società cattolica, si impegnava a sostenerla contro il paganesimo - che diveniva a sua volta religione tollerata - e contro i sistemi concorrenti dell'ebraismo e dell'eresia. Le conseguenze estreme di questo processo si ebbero con l'impero di Teodosio che nell'editto Cunctos populos del 27 febbraio 380 (A) imponeva il cristianesimo niceno come unica religione di Stato, mentre ulteriori provvedimenti (B) perseguivano l'eresia, abolivano ogni residuo di tolleranza verso il paganesimo, limitavano gravemente la libertà di professione della fede ebraica.


    (A) Gli imperatori Graziano, Valentiniano e Teodosio
    Editto al popolo della città di Costantinopoli. Vogliamo che tutti i popoli a noi soggetti seguano la religione che il divino apostolo Pietro ha insegnato ai Romani e che da quel tempo colà continua e che ora insegnano il pontefice Damaso e Pietro, vescovo di Alessandria, cioè che, secondo la disciplina apostolica e la dottrina evangelica, si creda nell'unica divinità del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo in tre persone uguali. Chi segue questa norma sarà chiamato cristiano cattolico, gli altri invece saranno stolti eretici, né le loro riunioni potranno essere considerate come vere chiese; essi incorreranno nei castighi divini ed anche in quelle punizioni che noi riterremo di infliggere loro.
    Codice Teodosiano, XVI, 1, 2 ( Tessalonica , 27 febbraio 380 )

    (A) Imppp. Gratianus, Valentinianus et Theodosius.
    Edictum ad populum urbis Constantinopolitanae. Cunctos populos, quos clementiae nostrae regit temperamentum, in tali volumus religione versari, quam divinum Petrum apostolum tradidisse Romanis religio usque ad nunc ab ipso insinuata declarat quamque pontificem Damasum sequi claret et Petrum Alexandriae episcopum virum apostolicae sanctitatis, hoc est, ut secundum apostolicam disciplinam evangelicamque doctrinam patris et filii et spiritus sancti nam deitatem sub parili maiestate et sub pia trinitate credamus. Hanc legem sequentes Christianorum catholicorum nomen iubemus amplecti,reliquos vero dementes vesanosque iudicantes haeretici dogmatis infamiam sustinere nec conciliabula eorum ecclesiarum nomen accipere, divina primum vindicta, post etiam motus nostri, quem ex caelesti arbitrio sumpserimus, ultione plectendos.
    Codice Teodosiano, XVI, 1, 2 ( Thessalonicae, 27 febbraio 380).


    (B) Gli imperatori Teodosio, Arcadio ed Onorio al prefetto Rufino.
    Nessuno, di qualunque condizione o grado (che sia investito di un potere o occupi una carica, che sia autorevole per nascita o sia di umili origini), in nessun luogo, in nessuna città, offra vittime innocenti a vani simulacri; e neppure in segreto, accendendo lumini, spandendo incenso, appendendo corone, veneri i lari con il fuoco, il genio con il vino, i penati con gli aromi. Se qualcuno oserà immolare una vittima in sacrificio e consultarne le viscere, come per il delitto di lesa maestà potrà essere denunciato da chiunque e dovrà scontare la debita pena, anche se non avesse cercato auspici né contro il benessere né sul benessere dell'imperatore. Costituisce infatti di per sé già un crimine il volere cassare le leggi imperiali, indagare ciò che é illecito, volere conoscere ciò che è nascosto, osare ciò che è vietato, interrogarsi sulla fine del benessere di un altro, sperare e cercare un presagio della sua morte. Se qualcuno venererà con l'incenso simulacri fatti dall'uomo e destinati a distruggersi con il tempo; o se, con ridicolo timore verso le sue stesse rappresentazioni, cercherà di onorare varie immagini cingendo un albero di nastri o innalzando un altare con zolle erbose (una totale offesa alla religione, pur se con la scusante di una offerta meno impegnativa), come reo di lesa religione perderà la casa o il possesso dove si sia reso schiavo della superstizione pagana. Stabiliamo infatti che tutti i luoghi dove si siano levati fumi di incenso - purché si dimostri che appartengano a chi ha usato l'incenso - siano incamerati nel nostro fisco. Se qualcuno cercherà di sacrificare con l'incenso in templi pubblici, o in case o campi altrui, qualora l'abuso avvenga all'insaputa del padrone dovrà pagare 25 libbre d'oro, e la stessa pena colpirà i conniventi. Vogliamo che questo editto sia osservato dai giudici e dai magistrati, nonché dai funzionari di ogni città, in modo che i casi accertati da questi ultimi siano immediatamente tradotti in giudizio e, una volta tradotti in giudizio, siano subito puniti dai giudici. Se i funzionari, per indulgenza o incuria, penseranno di poter coprire o tralasciare qualcosa, dovranno sottostare ad un procedimento giudiziario; quanto ai giudici, se procrastineranno l'esecuzione della sentenza saranno multati di 30 libbre d'oro, e la loro carica sarà sottoposta alla stessa multa.
    Codice Teodosiano, XVI, 10, 12 ( Costantinopoli, 8 novembre 392).

    (B) Imppp. Theodosius, Arcadius et Honorius aaa. ad Rufinum prafectum praetorio. Nullus omnino ex quolibet genere ordine hominum dignitatum vel in potestate positus vel honore perfunctus, sive potens sorte nascendi seu humilis genere condicione in nullo penitus loco, in nulla urbe sensu carentibus simulacris vel insontem victimam caedat vel secretiore piaculo larem igne, mero genium, penates odore veneratus accendat lumina, imponat tura, serta suspendat. Quod si quispiam immolare hostiam sacrificaturus audebit aut spirantia exta consulere, ad exemplum maiestatis reus licita cunctis accusatione delatus excipiat sententiam conpetentem, etiamsi nihil contra salutem principum aut de salute quaesierit. Sufficit enim ad criminis molem naturae ipsius leges velle rescindere, inlicita perscrutari, occulta recludere, interdicta temptare, finem quaerere salutis alienae, spem alicui interitus polliceri. Si quis vero mortali opere facta et aevum passura simulacra inposito ture venerabitur ac ridiculo exemplo, metuens subito quae ipse simulaverit, vel redimita vittis arbore vel erecta effossis ara cespitibus vanas imagines, humiliore licet muneris praemio, tamen plena religionis iniuria honorare temptaverit, is utpote violatae religionis reus ea domo seu possessione multabitur, in qua eum gentilicia constiterit, superstitione famulatum. Namque omni loca, quae turis constiterit vapore fumasse, si tamen ea in iure fuisse turificantim probabuntur, fisco nostro adsocianda censemus. Sin vero in templis fanisve publicis aut in aedibus agrisve alienis tale quispiam sacrificandi genus exercere temptaverit, si ignorante domino usurpata constiterit, viginti quinque libras auri multae nomine cogetur inferre, coniventem vero huic sceleri par ac sacrificantem poena retinebit. Quod quidem ita per iudices ac defensores et curiales singularum urbium volumus custodiri, ut ilico per hos comperta in iudicium deferantur, per illos delata plectantur. Si quid autem tegendum gratia aut incuria pratermittendum esse crediderint, commotioni iudicariae subiacebunt; illi vere moniti si vindictam dissimulatione distulerint, triginta librarum auri dispendio multabantur, officiis quoque eorum damno parili subiugandis.
    Codice Teodosiano, XVI, 10, 12 ( Cost[antino]-p[oli], 8 novembre 392 ).

    Tratto dal sito:
    http://www.storia.unive.it/_RM/didat...p_I/I_1_or.htm

    Località: Impero Romano
    Epoca: IV secolo d.C. - Imperatore Teodosio

    Il decreto del febbraio 391: vietato entrare nei templi
    Il 24 febbraio 391 l'imperatore Teodosio, detto dai cristiani "Il Grande", battezzato nel 380, emise il provvedimento legislativo "Nemo se hostiis polluat", che:
    - rinnovava la messa al bando di qualunque sacrificio, pubblico o privato;
    - vietava le tradizionali cerimonie di Stato ancora in uso a Roma:
    - vietava per la prima volta l'accesso ai santuari e i templi: "nessuno si avvicini agli altari sacrificali, cammini all'interno dei templi o veneri immagini forgiate da mani umane";
    - proibiva in maniera esplicita l'apostasia dal cristianesimo, pena la perdita dei diritti testamentari.
    Il provvedimento era stato fortemente voluto dal nuovo ministro degli Interni, il cattolico Rufino, e da sant'Ambrogio vescovo di Milano, d'accordo con i gruppi di monaci impegnati a saccheggiare e distruggere illegalmente templi pagani nelle province orientali.
    Le tradizioni e il patrimonio della cultura classica veniva cancellato da un provvedimento modellato sul comportamento tenuto dal popolo ebraico nei confronti della religione dei popoli cananei.
    Il decreto del 16 giugno 391: estensione delle proibizioni
    Il decreto del 16 giugno 391, emanato ad Aquileia, estende le disposizioni precedenti anche all'Egitto, dove Alessandria godeva, da antica data, di speciali privilegi relativi ai culti locali, comprese le cerimonie sacrificali.
    I pagani pregano in casa
    Sotto l'effetto della persecuzione molte case divennero luoghi di culto, dove i pagani si riunivano per continuare nella religione tradizionale.
    Il terzo editto del 391: distruggete i templi
    Con il terzo editto del 391 la persecuzione s'intensificò e molti si sentirono autorizzati ad iniziare la distruzione degli edifici pagani.
    Ad Alessandria il vescovo Teofilo iniziò una sistematica campagna di distruzione dei templi.
    Il tempio di Serapide, divinità greco-egizia che riuniva in sè Zeus ed Osiride, venne assediato dai cristiani. Il vescovo Teofilo ed il prefetto Evagrio, insieme con gli uomini della guarnigione militare, iniziarono l'opera di demolizione. Il vescovo Teofilo volle dare il buon esempio dando il primo colpo contro la colossale statua del dio Serapide.
    Analoghi episodi avvennero a Petra, Areopoli, Canopo, Eliopoli, Gaza e in molte altre località. L'imperatore Teodosio non intervenne mai per fermare i cristiani.
    In Gallia san Martino di Tours non volle rimanere indietro rispetto al vescovo Teofilo ed iniziò una campagna di distruzione.
    Il quarto editto del 392: pena di morte
    Il quarto editto venne emanato a Costantinopoli da Teodosio l'8 novembre del 392. Secondo gli storici Williams e Friell "l'editto era caratterizzato da una intransigenza così assoluta nei confronti delle tradizioni locali da poterla paragonare a quella di un regime dittatoriale ateo che criminalizzasse le uova di Pasqua, l'ulivo, i biglietti natalizi, le zucche di Halloween e persino alcune abitudini universali, come quella dei brindisi".
    L'editto prevedeva:
    - la pena di morte per chi effettuava sacrifici e pratiche divinatorie
    - la confisca delle abitazioni dove si svolgevano i riti
    - multe pesanti per i decurioni che non applicavano fedelmente la legge
    - la proibizione di libagioni, altari, offerte votive, torce, divinità domestiche del focolare, corone e ghirlande, fasce sugli alberi, ecc.


    Riferimenti bibliografici:

    Williams S. – Friell G. “Teodosio. L’ultima sfida” Edizioni Ecig



    Alcune considerazioni di Émile M. Cioran tratte da "Il funesto demiurgo" Ed.Adelphi

    Il politeismo corrisponde meglio alla diversità delle nostre tendenze e dei nostri impulsi, cui offre la possibilità di esercitarsi, di manifestarsi: libero ognuno di essi di propendere, secondo la propria natura, verso il dio che gli si confà in quel preciso momento. Con un solo dio, invece, che fare? come considerarlo, in che modo utilizzarlo? In sua presenza si è sempre sotto pressione. Il monoteismo comprime la nostra sensibilità: rinserrandoci ci scava dentro; sistema di costrizioni che ci conferisce una dimensione inferiore a detrimento della piena maturazione delle forze, stabilisce una barriera, arresta la nostra espansione, ci scompagina. Eravamo sicuramente più normali con molti dei, che non con un dio solo. Se la
    salute è una misura, quale regresso, il monoteismo!

    Sotto il regime di molti dèi, il fervore viene diviso; quando è rivolto a un solo dio si concentra e si esaspera, per stravolgersi poi in aggressività, in fede. Non più dispersa, tutta l'energia converge in una sola direzione. La cosa notevole, nel paganesimo, era che non si faceva una distinzione radicale tra il credere e il non credere, tra avere la fede o non averla. Del resto, la fede è un'invenzione cristiana; presuppone uno stesso squilibrio nell'uomo e in Dio, travolti entrambi da un dialogo drammatico quanto delirante. Di qui il carattere forsennato della nuova religione. Ben altrimenti umana. l'antica lasciava a ciascuno la facoltà di scegliere il dio che voleva, e poiché non ne imponeva nessuno, si poteva propendere per questo o quello. Più si era capricciosi, più si sentiva la necessità di variare, di passare dall'uno all'altro, sicuri di poterli amare tutti nel corso di un'esistenza. Inoltre erano modesti, esigevano soltanto il rispetto: di fronte a loro non ci si inginocchiava, si salutava. Convenivano idealmente a chi non avesse risolto le proprie contraddizioni e non potesse risolverle, a uno spirito contrastato e inappagato: che fortuna, in quel suo itinerante turbamento, poterli provare tutti, ed essere pressappoco certo di cascare su quello di cui lì per lì aveva bisogno. Dopo il trionfo del cristianesimo, la libertà di destreggiarsi in mezzo a loro, e sceglierne uno di proprio gradimento, diventò inconcepibile. La coabitazione con loro, quell'ammirevole promiscuità, erano finite. Un qualche esteta, stanco ma non ancora nauseato del paganesimo, avrebbe aderito alla nuova religione se avesse indovinato che si sarebbe estesa su tanti secoli? avrebbe barattato la fantasia, propria al regime degli idoli intercambiabili, con un culto il cui dio doveva godere di una così terrificante longevità?

    In apparenza, l'uomo si è dato degli dèi per il bisogno di essere protetto, garantito; in realtà, per avidità di soffrire. Finché credette che essi fossero una moltitudine, si concesse una certa libertà di gioco, qualche scappatoia; ma poi, limitandosi a uno solo, si inflisse un supplemento di pastoie e di affanni. Soltanto un animale che amasse e odiasse se stesso fino al vizio, poteva offrirsi il lusso di un così pesante asservimento. Quale crudeltà verso noi stessi, legarci al grande Spettro, e ribattere sulla sua il chiodo della nostra sorte! II dio unico rende irrespirabile la vita.

    Il cristianesimo si è servito del rigore giuridico dei Romani e delle acrobazie filosofiche dei Greci, non per affrancare lo spirito ma per incatenarlo. Nell'incatenarlo, lo ha costretto ad approfondirsi, a scendere in sé. I dogmi Io imprigionano, gli fissano limiti esteriori che in nessun modo può oltrepassare; al tempo stesso lo lasciano libero di percorrere il proprio universo personale, di esplorare le proprie vertigini e, per sfuggire alla tirannia delle certezze dottrinali, di cercare l'essere - o il suo equivalente negativo - al punto estremo di ogni sensazione. Avventura dello spirito vincolato, l'estasi è necessariamente più frequente in una religione autoritaria che in una religione liberale: essa è allora balzo verso l'intimità, ricorso al profondo, fuga verso di sé, Non avendo avuto, per così tanto tempo, altro rifugio che Dio, ci siamo immersi profondamente tanto in lui quanto in noi (questa immersione rappresenta l'unica impresa reale da noi compiuta in duemila anni), abbiamo scandagliato i suoi e i nostri abissi, distrutto uno dopo l'altro i suoi segreti, estenuata e compromessa la sua sostanza con la duplice aggressione del sapere e della preghiera. Gli antichi non affaticavano eccessivamente i loro dèi: avevano troppa eleganza per spremerli a fondo, o fame un oggetto di studio. Poiché non si era ancora operato il funesto passaggio dalla mitologia alla teologia, ignoravano quella perpetua tensione che e presente tanto negli accenti dei grandi mistici quanto nelle banalità del catechismo. Quando il quaggiù è sinonimo d'impraticabile, quando sentiamo reciso, fisicamente, il contatto che ad esso ci collega, il rimedio non consiste nella fede, e nemmeno nella negazione della fede (espressione, l'una e l'altra, di una stessa infermità), bensì nel dilettantismo pagano, più esattamente nell'idea che ce ne facciamo noi.

    L'inconveniente più grave, per il cristiano, è di non poter servire coscientemente che un solo dio, benché in pratica abbia spazio per infeudarsi a parecchi (il culto dei santi!). Salutare infeudamento che, nonostante tutto, ha permesso al politeismo di prolungarsi indirettamente. Senza di che, un cristianesimo troppo puro avrebbe infallibilmente instaurato una schizofrenia universale. Con buona pace di Tertulliano, l'anima è per sua natura pagana. Qualunque dio, quando risponda a certe nostre esigenze, immediate e urgenti, rappresenta per noi un sovrappiù di vitalità, una 'sferzata'; non così quando ci venga imposto, o non corrisponda ad alcuna necessità. Il torto del paganesimo fu di averne accettati e accumulati troppi: è morto per generosità ed eccesso di comprensione, è morto per mancanza di istinto. Se per sormontare Fio, questa lebbra, si punta ormai soltanto sulle apparenze, è impossibile non deplorare l'annientamento d'una religione senza drammi, senza crisi di coscienza, senza incitamenti al rimorso, parimenti superficiale nei suoi princìpi che nelle sue pratiche. Nell'antichità la filosofia, e non la religione, era profonda; nell'età moderna, causa della 'profondità', e delle lacerazioni d'ogni sorta ad essa inerenti, è stato solo il cristianesimo.

    Le epoche senza una fede precisa (l'epoca ellenistica o la nostra) sono quelle che si adoperano a classificare gli dèi, rifiutandosi però di distinguerli in veri e falsi. All'opposto, l'idea che gli uni valgano gli altri è inaccettabile nei momenti in cui il fervore predomina. Non è possibile rivolgere una preghiera a un dio probabilmente vero. La preghiera non ama avvilirsi nelle sottigliezze e non tollera gradazioni all'interno del supremo: perfino quando dubita, lo fa in nome della verità. Non si può implorare una sfumatura. Tutto questo è esatto solamente dopo la calamità monoteistica. Quanto alla pietà pagana, le cose andavano in modo diverso. Nell'Octavius di Minucio Felice l'autore, prima di difendere la posizione cristiana, fa dire a Cecilio, il rappresentante del paganesimo: "Noi vediamo che si adorano gli dèi nazionali: a Eleusi, Cerere; in Frigia, Cibele; a Epidauro, Esculapio; in Caldea, Belo; in Siria, Astarte; in Tauride, Diana; Mercurio presso i Galli, e a Roma, tutti questi dèi riuniti". E a proposito del dio cristiano, il solo a non essere stato accettato, soggiunge: “Da dove viene questo dio unico, solitario, abbandonato, sconosciuto in ogni nazione libera, in ogni regno?... ".

    Secondo un'antica prescrizione romana, nessuno doveva adorare privatamente dèi nuovi, o stranieri, se non erano stati ammessi dallo Stato, e più precisamente dal Senato, solo autorizzato a decidere quali meritassero di venire adottati o respinti. Sorto alla periferia dell'Impero, giunto a Roma in modo inconfessabile, il dio cristiano si sarebbe vendicato, in seguito, per essere stato costretto a penetrarvi con la frode. Si distrugge una civiltà soltanto quando si distruggono i suoi dèi. Non osando attaccare l'Impero di fronte, i cristiani se la presero con la sua religione. Se si lasciarono perseguitare, fu per meglio scagliarle contro i loro fulmini, e saziare il loro incontenibile appetito di esecrazione. Come sarebbero stati infelici, se non ci si fosse degnati di promuoverli al rango di vittime! Tutto,
    nel paganesimo, li esasperava, perfino la tolleranza. Forti delle loro certezze, non potevano comprendere che ci si potesse rassegnare, come i pagani, alle verosimiglianze, e che si potesse seguire un culto Ì cui sacerdoti, semplici magistrati preposti alle futilità del rituale, non imponevano a nessuno la fatica ingrata della sincerità. Quando ci si ripete che la vita è sopportabile solo se è possibile cambiare divinità, e che il monoteismo contiene in germe ogni forma di tirannia, si cessa d'impietosirsi sulla schiavitù degli antichi. Meglio essere uno schiavo e poter adorare la divinità prescelta, che essere libero' e avere di fronte a sé una sola e identica varietà del divino. Libertà è diritto alla differenza; essendo pluralità, essa postula lo sbriciolamento dell'assoluto, il suo dissolversi in un pulviscolo di verità ugualmente giustificate e provvisorie. Nella democrazia liberale vi è un politeismo soggiacente (o, se si vuole, incosciente) e, inversamente, ogni regime autoritario ha in sé un monoteismo camuffato. Curiosi effetti della logica monoteistica: un pagano, appena diventato cristiano, cadeva nell'intolleranza. Meglio sprofondare insieme a una congerie di dèi accomodanti che prosperare all'ombra di un despota! In un'epoca in cui, in mancanza di conflitti religiosi, assistiamo invece a conflitti ideologici, la domanda che si formula in noi è la stessa che assillava l'antichità declinante: <<Come rinunciare a tanti dèi per uno solo? " - con questo correttivo però, che il sacrificio a noi richiesto si colloca più in basso, al livello delle opinioni e non più degli dèi. Non appena una divinità, o una dottrina, pretende alla supremazia, la libertà è minacciata. Se si dà alla tolleranza valore supremo, tutto ciò che la insidia deve essere considerato un crimine, a cominciare da quelle imprese di conversione in cui la Chiesa è rimasta ineguagliata. E se essa ha esagerato la gravita delle persecuzioni di cui fu oggetto, e amplificato fino al ridicolo il numero dei martiri, è che essendo stata per molto tempo una forza oppressiva, le era necessario mascherare i propri misfatti con nobili pretesti: lasciare impunite certe perniciose dottrine non era forse, da parte sua, un tradimento nei confronti di coloro che per essa si erano sacrificati? Fu dunque per lealtà che procedette all'annientamento degli "Smarriti " e poté, dopo essere stata perseguitata per quattro secoli, essere persecutrice per quattordici. Questo è il segreto, il miracolo, della sua perennità. Mai martiri furono vendicati più sistematicamente, e con maggiore accanimento.

    Poiché l'avvento del cristianesimo aveva coinciso con quello dell'Impero, alcuni Padri (Eusebio, fra gli altri) sostennero che questa coincidenza aveva un significato profondo: un Dio - un Imperatore. In realtà fu l'abolizione delle barriere nazionali, fu la possibilità di circolare attraverso un vasto Stato senza frontiere, ciò che consentì al cristianesimo d'infiltrarsi e infierire.

    Senza questa facilità di espandersi, sarebbe rimasto una semplice dissidenza in seno al giudaismo, invece di diventare una religione invadente e, fatto più increscioso, una religione di propaganda. Tutto serviva per adescare, affermarsi ed estendersi, fino a quelle esequie diurne il cui apparato era un vero e proprio affronto per i pagani non meno che per gli dèi dell'Olimpo. Giuliano osserva che, secondo le leggi antiche, " poiché la vita e la morte differiscono tra loro in tutto e per tutto, gli atti relativi all'una e all'altra devono essere compiuti separatamente ". Una dissociazione che i cristiani, nel loro sfrenato proselitismo, non erano disposti ad accettare: conoscevano bene l'utilità del cadavere, il profìtto che si poteva trame. Il paganesimo non aveva occultato la morte, ma si era guardato bene dall'ostentarla. Suo principio fondamentale era che essa non si accordava con il giorno, che era un insulto alla luce: la morte era soggetta alla notate e agli dèi infernali. I Galilei hanno riempito tutto di sepolcri, diceva Giuliano, che quando parla di Gesù dice sempre << il morto". Per i pagani degni , del loro nome, la nuova superstizione poteva apparire soltanto come una valorizzazione e uno sfruttamento dell'orrido. Tanto più dovevano deplorare i progressi che andava facendo in tutti gli ambienti. Quello che Celso non poteva sapere, ma che Giuliano sapeva benissimo, era l'esistenza dei velleitari del cristianesimo, coloro che, pur incapaci di accettarlo pienamente, si sforzavano tuttavia di seguirlo, temendo, se rimanevano in disparte, di essere esclusi dall'"avvenire". Fosse opportunismo, fosse paura dell'isolamento, volevano avanzare al fianco di quegli uomini che, " nati ieri >>, sarebbero stati chiamati di lì a poco al ruolo di padroni e di carnefici.

    Per quanto legittima fosse la sua passione per gli dèi defunti, Giuliano non aveva alcuna possibilità di risuscitarli. Invece di prodigarvisi inutilmente. avrebbe fatto meglio ad allearsi, per rabbia, con i manichei, e insieme con loro cercare di rovesciare la Chiesa. Così, pur sacrificando il suo ideale, avrebbe almeno soddisfatto il suo rancore. Quale altra carta gli rimaneva, se non la vendetta? Davanti a lui si apriva una splendida carriera di demolitore, e l'avrebbe forse intrapresa se non l'avesse obnubilato la nostalgia dell'Olimpo. Non si scatenano battaglie in nome di un rimpianto. Morì giovane, è vero: soltanto due anni di regno; ne avesse avuti ancora dieci o venti davanti a sé, che servizio ci avrebbe reso! Forse non sarebbe riuscito a soffocare il cristianesimo, ma lo avrebbe costretto a una maggiore modestia. Noi saremmo meno vulnerabili, perché non saremmo vissuti come se fossimo il centro dell'universo, come se tutto, perfino Dio, gravitasse intorno a noi. L'Incarnazione è la lusinga più pericolosa di cui siamo mai stati oggetto. Ci ha concesso uno status fuori misura, del tutto sproporzionato rispetto a ciò che siamo. Innalzando l'aneddoto umano alla dignità di dramma cosmico, il cristianesimo ci ha ingannati sulla nostra insignificanza. ci ha precipitati nell'illusione, in questo ottimismo morboso che, in spregio all'evidenza, confonde il percorso con l'apoteosi. Più riflessiva, l'antichità pagana lasciava l'uomo al suo posto. Quando Tacito si domanda se gli eventi siano retti da leggi eterne oppure si svolgano in balìa del caso, non arriva a darsi una risposta, lascia indecisa la questione, e questa indecisione esprime bene il sentimento generale degli antichi. Più di chiunque altro. Io storico, di fronte a questo intreccio di costanti e di aberrazioni di cui sono formati i processi storici, è necessariamente portato a oscillare tra determinismo e casualità, leggi e capriccio. Fisica e Fortuna. Non esiste quasi sciagura che non si possa, a piacimento, attribuire a una distrazione della provvidenza oppure all'indifferenza del caso, o infine all'inflessibilità del destino. Questa trinità, di uso tanto confortevole per chiunque, e in particolar modo per una mente disincantata, è quanto di più consolante possa proporci la saggezza pagana. I moderni provano ripugnanza a servirsene, una ripugnanza identica a quella per l'idea, propriamente antica, secondo la quale i beni e i mali rappresentano una somma invariabile, che non potrebbe subire modifiche di sorta. Con il nostro assillo di progresso e regresso, noi ammettiamo implicitamente che il male muti, sia che diminuisca o che aumenti. L'identità del mondo con se stesso, l'idea che esso sia condannato a essere ciò che è, senza che l'avvenire possa aggiungere niente d'essenziale ai dati esistenti, questa bella idea non ha più corso; infatti l'avvenire, oggetto di speranza o d'orrore, è per l'appunto il nostro vero luogo; noi viviamo nell'avvenire, per noi esso è tutto. L'ossessione dell'avvento, di essenza cristiana, col ridurre il tempo al concetto d'imminente e di possibile, ci rende inadatti a concepire un istante immutabile, che riposi in se stesso, sottratto al flagello della successione. Per quanto sprovvista di qualsiasi contenuto, l'attesa è un vuoto che ci riempie, un'ansia che ci rincuora, tanto impropri siamo a una visione statica. " Non c'è bisogno che Dio corregga la sua opera " - questa opinione di Celso, che è propria di tutta una civiltà, va contro le nostre inclinazioni, contro i nostri istinti, e contro il nostro stesso essere. Non ci è possibile ratificarla se non in un momento inconsueto, in un accesso di saggezza. Va contro anche a ciò che pensa il credente, perché ciò che si rimprovera a Dio negli ambienti religiosi più ancora che in altri, è la sua buona coscienza, la sua indifferenza alla qualità della propria opera e il rifiuto di attenuarne le anomalie. Ci è necessario un futuro, a ogni costo. La credenza nel Giudizio finale ha creato le condizioni psicologiche per credere nel senso della storia; meglio: tutta la filosofìa della storia altro non è se non un sottoprodotto dell'idea del Giudizio finale. Abbiamo un bei propendere per questa o quest'altra teoria ciclica, da parte nostra sarà sempre un'adesione puramente astratta; ci comportiamo infatti come se la storia seguisse uno svolgimento lineare, come se le varie civiltà che si succedono fossero solo le tappe che un qualche vasto disegno, il cui nome varia secondo le nostre credenze o le nostre ideologie, percorre per compiersi e manifestarsi.

    Per noi non vi sono più falsi dèi - c'è forse una prova migliore della pochezza della nostra fede? Non si vede in qual modo, per un credente, il dio che egli prega e un altro dio completamente diverso possano essere parimenti legittimi. La fede è esclusione, sfida. Proprio perché non riesce più a detestare le altre religioni, perché le comprende, il cristianesimo è finito; manca sempre più di quella vitalità da cui procede l'intolleranza. E l'intolleranza era la sua ragione d'essere. Per sua disgrazia, ha cessato d'essere mostruoso. Alla stregua del politeismo declinante, è colpito, paralizzato da una eccessiva larghezza di vedute. Il suo dio non ha su noi maggior prestigio di quanto ne avesse Giove sugli avviliti pagani. A che si riducono gli sproloqui sulla " morte di Dio:", se non a certificare l'avvenuto decesso del cristianesimo? Non osiamo attaccare frontalmente la religione, e allora ce la prendiamo col suo capo, al quale rimproveriamo di essere inattuale, moderato, timido. Un dio che abbia sperperato il proprio capitale di crudeltà, non lo teme più nessuno, nessuno Io rispetta più. Noi siamo come segnati da tutti quei secoli quando credere in lui significava temerlo, quando i nostri terrori lo immaginavano compassionevole e al tempo stesso privo di scrupoli. Chi mai potrebbe intimidire ora che perfino i credenti lo sentono sorpassato, e non è più possibile ricollegarlo al presente, e ancor meno all'avvenire? Come il paganesimo fu costretto a cedere di fronte al cristianesimo, così quest'ultimo sarà costretto a inchinarsi di fronte a un qualche nuovo credo; spogliato dell'aggressività, non costituisce più un ostacolo all'irrompere di altri dèi. Non hanno più che da farsi avanti, e si faranno avanti, forse. Può anche darsi che degli dèi non abbiano il volto, e nemmeno la maschera; non per questo saranno meno temibili.
    In coloro per i quali libertà e vertigine si equivalgono, una fede, da qualsiasi parte provenga, magari addirittura antireligiosa, è un impedimento salutare, una catena desiderata, sognata, che avrà la funzione di frenare la curiosità e la febbre, di sospendere l'angoscia dell'indefinito. Quando una fede simile ha la meglio e s'insedia, ciò che ne risulta immediatamente è una riduzione del numero dei problemi da considerare e, insieme, una diminuzione quasi tragica delle opzioni. Vi è sottratto il peso della scelta: si decide per voi. Quei pagani raffinati, che si lasciavano tentare dalla nuova religione, si aspettavano per l'appunto che qualcuno scegliesse per loro, che indicasse loro dove dirigersi, per non dover più esitare sulla soglia dei tanti templi, ne destreggiarsi fra tanti dèi. In stanchezza, nel rifiuto delle peregrinazioni dello spirito, si concluse così quell'effervescenza religiosa senza credo, che è il carattere di ogni epoca alessandrina. Si respinge la coesistenza delle verità, perché il poco offerto da ognuna di esse non ci soddisfa più; si aspira al tutto, ma a un tutto limitato, circoscritto, sicuro, tanto grande è la paura di cadere dall'universale nell'incerto, dall'incerto nel precario e nell'amorfo. Un capitombolo, questo, che il paganesimo subì a suo tempo, e che il cristianesimo sperimenta oggi. Affonda, ha fretta di affondare; e ciò lo rende sopportabile ai miscredenti, sempre più benigni nei suoi confronti. Il paganesimo, anche vinto, si continuò a detestarlo: i cristiani erano degli ossessi che non riuscivano a dimenticare; i1 cristianesimo, invece, oggi lo hanno perdonato tutti. Già nel Settecento gli argomenti ad esso contrari si erano esauriti, e ormai, al pari di ogni veleno che abbia perso le sue virtù, il cristianesimo non può nè salvare nè condannare nessuno. Troppi dèi ha però rovesciato perché possa sfuggire, se c'è giustizia, alla sorte loro serbata. Ed e venuta l'ora della rivincita. Grande dev'essere la loro gioia nel vedere caduto al loro stesso livello il loro peggior nemico, se è vero che ora esso li accetta tutti, senza eccezione. Al tempo del suo trionfo aveva demolito templi e violato coscienze dovunque gli fosse piaciuto comparire. Un nuovo dio, fosse anche stato mille volte crocifisso, ignora la pietà, stritola ogni cosa sul suo cammino, si accanisce a occupare il massimo spazio. Ci fa pagar caro, così, il non averlo riconosciuto prima. Oscuro, poteva possedere una certa attrazione: non si distinguevano ancora, in lui, le stigmate della vittoria. Mai una religione è più 'nobile' di quando arriva a considerarsi una superstizione, e assiste con distacco alla propria eclisse. Il cristianesimo si è formato e affermato nell'odio di tutto ciò che non era lui, e quell'odio lo ha sostenuto in tutta la sua carriera; finita la carriera, anche l'odio finisce. Cristo non scenderà più agli Inferi; lo hanno rimesso nella tomba e questa volta ci resterà, verosimilmente non ne uscirà mai più: non ha più chi liberare, ne sulla superficie ne nelle profondità della terra. Quando si pensa agli eccessi che accompagnarono il suo avvento, non ci si può impedire di rievocare l'esclamazione di Rutilio Namaziano, l'ultimo dei poeti pagani: "Piacesse agli dèi, che la Giudea non fosse mai stata conquistata! ".

    Poiché si ammette che tutti gli dèi, senza distinzione, sono veri, perché fermarsi a metà strada, perché non celebrarli tutti? Sarebbe, da parte della Chiesa, un compimento supremo: perirebbe inchinandosi di fronte alle proprie vittime... Alcuni segni annunciano che ne sente la tentazione. Cosi, non diversamente dai templi antichi, considererebbe un onore raccogliere le divinità, i relitti di ogni luogo. Ma, una volta ancora, è necessario che il vero dio si metta da parte, affinché tutti gli altri possano risorgere.















    "Un mondo di magnificenza e di splendore cedette di fronte
    all'aggressività di questi -nemici delle Muse-
    di questi forsennati che ancora oggi ci ispirano un panico
    misto ad avversione.
    Il paganesimo li trattò con ironia, arma inoffensiva,
    troppo nobile per sottomettere un'orda restia alle sfumature.
    Il delicato che ragiona non può misurarsi con il beota che prega.
    Irrigidito nelle vette del disprezzo e del sorriso, soccomberà
    al primo assalto; perché il dinamismo, privilegio della feccia, viene sempre dal basso.
    Questi cervelli febbrili, queste anime dai rimorsi bislacchi, questi distruttori di civiltà, questi inventori di favole come hanno potuto, senza sforzo, soffocare lo stoicismo?
    Gli uomini preferiscono sempre disperare in ginocchio
    piuttosto che in piedi, questa è la triste verità."

    Émile M. Cioran La tentazione di esistere Ed. Adelphi,

  3. #3
    Mjollnir
    Ospite

    Predefinito

    Grazie per il materiale, caro Harm...

  4. #4
    zilath mexl rasnal
    Data Registrazione
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    *Aritimna
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    Predefinito Su Costantino

    Nel 2002 si è svolto un interessante Congresso su IL CULTO DI S. COSTANTINO IMPERATORE TRA ORIENTE E OCCIDENTE.
    Vedi http://www.dirittoestoria.it/sito2.htm
    cliccare "Memorie"

 

 

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