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  1. #1
    Estremista della libertà
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    Post I pruriti colbertisti di chi rinnega il "mercatismo"

    Un bell'articolo apparso oggi su Il Riformista.
    Particolarmente azzeccata un'osservazione: questa destra odia il mercato ma non può dirlo.
    Però mi domando: meglio gli statalisti nascosti o quelli dichiarati? ieri sera sentivo Buttiglione e Pecoraro Scanio da Vespa e non mi sembravano molto in disaccordo...

    CONCORRENZA. IL MERCATO È LA CURA, IL PROTEZIONISMO È UN PALLIATIVO GIÀ TROPPO PRATICATO

    DI ALBERTO MINGARDI

    Cari colbertisti, non storpiateci in nome di Turgot

    Lo spettro del «mercatismo» si aggira per l’Europa: neologismo della destra che non ha il coraggio di rinnegare il liberismo

    Uno spettro s’aggira per l’Europa.
    E’ lo spettro del «mercatismo
    », parola nuova, dal gusto acre,
    dal perimetro incerto. Sinonimo
    più grave e nebuloso dell’improvvido
    «liberismo», dove ancora, dopotutto,
    pulsa la radice scomoda di
    libertà». Senza fissa dimora nei
    vocabolari della lingua italiana,
    mercatismo» è conio di certa destra,
    che ha gioco facile nell’esibirlo
    per esorcizzare un mercato ostile
    senza per questo rinnegare apertamente
    non i contenuti, ma la forma,
    del messaggio politico che le
    ha conferito baldanza elettorale.
    Ma non si tratta di una «scuola
    politica pre-ottocentesca», perlomeno
    se ai nomi si deve riconoscere
    un senso e se le etichette devono
    affondare le proprie radici in qualcosa
    di più che nella fantasia forbita
    degl’inventori di neologismi.Anne
    Robert-Jacques Turgot, che nasce
    quarantaquattro anni dopo la
    morte di Colbert eppure del colbertismo
    è appassionato liquidatore,
    non riconosceva nello specchio un
    mercatista». Semmai, non «mercatisti
    », ma «mercantilisti» (gli scherzi
    che gioca una sillaba) erano per
    l’appunto i suoi avversari, architetti
    di una visione dell’economia al servizio
    spirituale e contabile dello
    Stato assoluto. Non è certo mera
    coincidenza che il mercantilismo
    sbocci nella Francia del Re Sole, per
    giustificarne l’assolutismo, mentre
    viceversa l’economia politica sorge,
    con Smith, come geografia dei limiti
    del sovrano, difesa degli spazi dell’economico
    e del sociale dalla prepotenza
    invasiva del potere nuovo.
    Nel breve e non del tutto felice
    intervallo ministeriale di Turgot
    ch’era «coraggio senza paura» e
    grandezza di carattere al di sopra
    di ogni dissimulazione», per Voltaire),
    la libertà del commercio dei
    grani e dei vini venne resa ai proprietari,
    provocando l’alzata di scudi
    di chi sul privilegio aveva costruito
    la sua causa. Lo disarcionarono
    in fretta. «Si capì allora», scrive
    Condorcet, «quanto sia pericoloso
    per un ministro il bene del popolo».
    La missione di Turgot era lo
    smantellamento di quegli «innumerevoli
    statuti, dettati dallo spirito
    del monopolio, il cui solo scopo
    era di scoraggiare l’industria, di
    concentrare il commercio nelle
    mani di pochi moltiplicando le formalità
    e gli oneri». Una battaglia
    di civiltà contro l’eredità del suo
    illustre predecessore, dispensatore
    accorto di privilegi, in nome di
    una grandeur nazionale che poco
    significa in termini economici.
    Ecco, questa è la differenza di
    spirito e qualità fra Colbert e Turgot,
    e quanti, oggi, mimano le passioni
    dell’uno o dell’altro. Per i discepoli
    del Tom Hagen di Luigi
    XIV, l’economia mondiale è campo
    di battaglia di egoismi nazionali,
    adeguatamente sorretti da Stati-ortopedici. E’
    una visione schiettamente
    gretta, poco rispettosa
    del filo sottile
    che lega azioni e conseguenze,
    gagliardamente
    «egoistica». L’idea di segno
    opposto, che si è fatta
    più familiare e dolce
    quando si è sbriciolata
    ogni scusa per il carnaio apparecchiato
    dai nazionalismi di diversa
    risma e colore, è che il mondo sia alla
    fin fine fatto di individui. L’argomento
    a favore del libero scambio
    è semplice, intuitivo: in regime di
    autarchia, nessuno potrebbe
    soddisfare
    i propri bisogni e desideri.
    L’uomo isolato potrebbe a stento
    provvedere a ciò di cui sente la
    necessità. Ciascuno di noi è ingabbiato
    in una realtà in cui le risorse
    sono, per definizione, scarse. Risorsa
    scarsissima è anche il tempo. È
    dunque materialmente impossibile
    immaginare una sorta di
    autarchia individuale:
    meno che non si vogliano
    riportare le lancette
    della storia a prima dell’età
    della pietra. Il mercato
    disinnesca l’egoismo
    umano, rendendoci
    dipendenti gli uni dagli
    altri per dare sfogo alle
    nostre aspirazioni.
    Nell’arena internazionale, l’argomento
    non cambia. Proprio perché
    abbiamo a che fare con un
    mondo di individui, e ciò che conta
    è tanto far crescere e prosperare
    "una" economia nazionale
    presumibilmente a danno delle
    altre),
    ma garantire ai consumatori
    un maggiore ventaglio di scelte, e
    piena libertà nel compierle.
    E’ possibile (questo il problema
    dei colbertisti) che alcune imprese
    vengano messe alle corde da altre
    che producono un prodotto equivalente,
    e sono in grado di venderlo a
    un prezzo inferiore. Esattamente
    come è possibile che prodotti migliori
    s’impongano su altri di concezione
    più vecchia e peggiori. Questo
    è nella natura stessa del processo
    di mercato, e non dovrebbe scandalizzare
    che capiti quando entra in
    gioco la Cina. Non esiste il "diritto"
    un’impresa a vendere qualcosa
    che i consumatori non vogliono
    comprare. La libertà d’entrata di altri
    soggetti in un particolare mercato
    è ciò che lo fa essere un mercato.
    In secondo luogo, se la globalizzazione
    è alleata dello sviluppo
    proprio perché essa - come ha ricordato
    Enrico Colombatto nel
    suo aureo L’immoralità no global
    Rubbettino) - «impone alla classe
    politica vincoli importanti, per
    certi versi nuovi, quasi sempre
    sgraditi». Qui, la politica ha la penultima
    parola. Assetti istituzionali
    che minimizzino il peso dello
    Stato, garantiscano la tutela dei diritti
    di proprietà e lascino mano libera
    alla creatività imprenditoriale
    facilitano la crescita. Viceversa,
    imposte predatorie e regolamentazioni
    pervasive azzoppano la
    competitività delle imprese.
    In questa situazione, si può scegliere
    la cura, o aggrapparsi ad un
    palliativo. La cura è la ricetta «mercatista
    »: accettare la sfida, riformare
    le istituzioni, attrarre cervelli e
    capitali, insomma il Turgot della lotta
    ai privilegi. Il palliativo è la strada
    del «colbertismo»: giocare al
    presente, alzare nuove barriere, ampliare
    il raggio del protezionismo
    già oggi l’Ue vanta 15.000 dazi),
    garantendo ai produttori nostrani
    sollievo dalla concorrenza e voti
    ai loro provvidenziali salvatori.
    Quello che è più sorprendente
    nella retorica e nelle proposte dei
    nuovi mercantilisti è la serena assenza
    di ogni preoccupazione per
    l’altro, per il cucitore di palloni coreano,
    per il sarto cinese. Dopo dieci
    anni di intensa liturgia del politicamente
    corretto, le parole «diritti
    umani» avranno pure assunto un
    retrogusto stucchevole, ma è paradossale
    come vengono piegate agli
    egoismi occidentali. Se ne parla, riguardo
    alla Cina ad esempio, per
    paracadutare regole per i rapporti
    di lavoro che siano in tutto congruenti
    alle nostre. Equalizzando le
    condizioni di produzione, si sbarrerebbe
    il cammino all’agguerita concorrenza
    asiatica. Il ragionamento
    fila, se si suppone un’inedita facilità
    nelle concertazioni internazionali e
    un appassionato masochismo dei
    produttori locali. S’inceppa, però,
    dando uno sguardo alle conseguenze.
    Affermare il diritto al lavoro in
    determinate condizioni «buone» è
    forse la via più facile per eliminare
    la possibilità del lavoro. Imporre
    costi sociali che non possono sopportare
    a quelle realtà potrà pure
    dar fiato alle industrie europee, ma
    inaridisce le prospettive di quei lavoratori,
    all’altro capo del mondo,
    cui i colbertisti son pronti a riconoscere
    ogni diritto. Non quello di batterci
    al gioco della concorrenza.

    •   Alt 

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  2. #2
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    Exclamation QUANTO E' BRUTTO IL LIBERO MERCATO!!

    Posizioni avverse al "mercatismo" sempre più vengono espresse, anche in maniera neanche più troppo velata da parte di esponenti del centro-destra.
    Ti sorprendi per le posizioni vicine in merito alla visione economica da parte di Pecoraro Scanio e di Buttiglione.
    Potrei liquidare tutto con una battuta dicendo che in fondo è da folli considerare che Buttiglione possa fare un discorso a favore del libero mercato, considerando che l'unico mercato attraente per lui, da buon ex-dc, è quello delle tangenti ai politici.
    Il problema però più che Buttiglione è Tremonti, il quale sempre a Porta a Porta qualche mese fa intervenne trovandosi completamente d'accordo con le posizioni di Bertinotti, sulla globalizzazione.
    Senza poi dimenticare l'appello ai dazi lanciato su Panorama lo scorso Agosto.

    E se questo è il nostro ministro dell'economia cosa c'è da aspettarsi???
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  3. #3
    Araldo
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    Predefinito

    visto che mi si accusa sempre di essere poco realistico e poco pragmatico, per una volta vorrei sostenere (anche se mi fa un po' schifo) la ragion di stato di Tremonti o almeno spezzare una lancia in suo favore.
    Essendo io totalmente contro lo Stato non posso certo essere a favore delle misure protezionistiche, ma a pensarci bene neppure contrario, inquanto anche il "non protezionismo" è concepibile solo all'interno di uno Stato.
    Le misure protezionistiche servono a proteggere il mercato interno dalla concorrenza esterna, il che ovviamente va a discapito del libero mercato, ed in particolare va a discapito dei consumatori, concedendo, nella pratica, dei privilegi ai produttori. Ora, mi pare che, la concorrenza da cui Tremonti vuole difendere i produttori nostrani, sia la concorrenza priva di regole imposte dal nostro Super-Stato, ed il problema effettivamente è reale e pragmaticissimo. Certo, penso anch'io che allora la cura, non dovrebbe essere il protezionismo, bensì rimuovere le cause della concorrenza, ma Tremonti è inserito nel sistema Statuale e come minimo deve essere "pragmatico" e fare quello che può dal suo ministero.
    Per eliminare alla base quei problemi che Tremonti vorrebbe correggere con il protezionismo, bisognerebbe non dover sottostare ai ricatti dei sindacati, non dover sottostare alle regole Europee, rinunciare a molte leggi Italiane, tra cui l'art. 5 della Costituzione (per separare la parte produttiva Italiana da quella Improduttiva), bisognerebbe rinunciare a molte garanzie alimentari imposte dai salutisti etc. etc.
    Potrebbe fare tutte queste cose Tremonti? Siate realisti fino in fondo, non solo fino a metà!
    Ora è chiaro che, l'unico dubbio che può restare è se Tremonti sia un Leninista o un povero tapino liberista di indole pragmatica... per me (che sono un libertario "duro e puro") in fin dei conti la differenza è poca, ed il risultato lo stesso, ma almeno voi concedetegli il beneficio del dubbio.

 

 

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