Dirigenti Cgil alle primarie del Pd: una questione di incompatibilità
di Giorgio Cremaschi
Abbiamo appreso dalla stampa che Susanna Camusso e Agostino Megale, segretari confederali della Cgil, sono candidati a sostegno di Bersani nelle liste delle primarie del Partito Democratico.
Il fatto apre problemi sostanziali e anche formali.
Non è in discussione, naturalmente, il diritto dei sindacalisti, come di qualsiasi altro cittadino, di esprimere le proprie convinzioni politiche. Ma un conto è l’impegno politico e civile che, specie per un militante della Cgil, è spesso collegato alla stessa missione sindacale. Battersi per la pace, per la libertà di stampa, contro le discriminazioni sessuali ed etniche, contro tutti i soprusi e le ingiustizie, sta nella cultura profonda di un sindacato di classe. Chi si organizza con la Cgil sa che fa riferimento a un’organizzazione che non è indifferente alle scelte del potere, sia nell’impresa, sia nelle istituzioni, sia nella società civile. Non difendiamo la concezione del sindacalista “apolitico”, che spesso maschera con la sua indifferenza la subalternità a chi comanda. Ma tutto questo con la scelta di candidarsi nelle liste delle primarie, secondo noi, non c’entra. Qui c’è qualcosa in più. Qui c’è un coinvolgimento diretto dei dirigenti sindacali nelle dinamiche più profonde di un partito. Un conto è discutere di economia e politica con il Partito Democratico. Un conto è impegnare la propria figura di sindacalisti a sostegno diretto di un candidato alla direzione di quel partito. Secondo noi qui c’è una incompatibilità di fatto con la direzione sindacale.
E’ utile forse ricordare che ancora oggi la Cgil paga con i lavoratori il prezzo dell’eccesso di schiacciamento, di vicinanza, rispetto al governo Prodi. La sacrosanta lotta contro le ingiustizie attuate dal governo Berlusconi suscita ancora la domanda: “ma lo fareste comunque se fossero al governo quelli a voi più vicini?”. A questa domanda si risponde solo con i fatti e con il rigore. Quest’ultimo richiede che il sindacato non assuma mai un ruolo diretto nelle vicende dei partiti, o meglio che i dirigenti sindacali sappiano influire sulla politica senza essere assorbiti dai meccanismi che la governano.
I dirigenti sindacali hanno un'altra funzione di rappresentanza e, soprattutto oggi, non possono partecipare alle battaglie di partito senza aprire un conflitto con la propria funzione. Già oggi un dirigente della Cgil, quando si candida alle elezioni, deve rinunciare all’incarico. Questo perché si riconosce un’incompatibilità di fatto tra la rappresentanza sindacale e la partecipazione a una campagna elettorale. Questo anche se ci si schiera con un partito vicino alle idee del sindacato.
Le primarie finora non sono state normate, ma è evidente che esse sono qualcosa in più dei vecchi congressi di partito. Ad esse partecipano iscritti ed elettori, militanti e semplici cittadini. Esse sono ormai una campagna pubblica sotto i riflettori dei mass media, nella quale si spendono grande impegno e anche risorse. Un segretario confederale che si mette in lista per le primarie esce così dalla sua normale funzione e, in qualche modo, finisce per essere confuso con altri ruoli, con altre identità. Così non va.
Per queste ragioni è necessario, visto che formalmente la cosa oggi non è chiara, che il prossimo congresso della Cgil dichiari l’incompatibilità tra la funzione di dirigente sindacale e quella di candidato alle primarie.
Roma, 14 ottobre 2009




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