_Tutto iniziò all'inizio degli anni settanta, quando Ananda Chakrabarty chiese all'Ufficio dei brevetti e dei marchi registrati degli Stati Uniti di poter brevettare un microrganismo manipolato geneticamente e in grado di eliminare le chiazze di petrolio nel mare. La richiesta fu respinta, ma si avviò una lunga e complicata vicenda giudiziaria che terminò nel 1980, quando la Corte Suprema degli Stati Uniti, clamorosamente, votò a favore della richiesta della brevettazione del microrganismo con cinque voti a favore contro quattro.
Da quel momento è partita la corsa per ottenere un brevetto non solo sugli oggetti, come era sempre successo in passato, ma anche sulle forme viventi, inizialmente vegetali e successivamente animali.
E se Chakrabarty chiese di brevettare un microrganismo manipolato geneticamente, negli anni successivi singoli ricercatori, istituzioni scientifiche e di ricerca, anche universitarie e, soprattutto, le multinazionali chimico-farmaceutiche, hanno chiesto ed ottenuto migliaia di brevetti su geni vegetali, animali ed anche umani.
E’ quindi iniziata la cosiddetta “pirateria biologica” o "biopirateria". Le industrie hanno cominciato ad inviare nei paesi del Sud del mondo persone con l’unico scopo di prelevare organismi viventi locali, soprattutto vegetali, studiarne il DNA e brevettarne singoli geni o addirittura tutto l’organismo. Quest’ultima pratica è particolarmente frequente negli Stati Uniti d’America dove qualsiasi forma vivente non appartenente al patrimonio locale – ad esempio la vaniglia o il caffè – può essere brevettata da chiunque ne possieda la sequenza genica.
Questa predazione delle risorse dei Paesi del Sud del mondo viene permessa perché la legge statunitense e, recentemente, anche la Direttiva 98/44 della Comunità Europea, ritengono, quelle dei ricercatori delle multinazionali, invenzioni e come tali possono essere brevettate. In realtà nessuna è una invenzione, ma piuttosto una scoperta, se non un vero e proprio furto delle conoscenze delle popolazioni e delle culture indigene.
L’Ufficio brevetti degli Stati Uniti, nel 1995, ne concesse uno al Department of Health and Human Services per il virus T-linfotrofico umano (Htlv-1) della Nuova Guinea, creando così la prima linea cellulare brevettata appartenente ad una popolazione indigena.
In realtà questo non è stato il primo caso di espropriazione del patrimonio genetico di un individuo o di una popolazione a favore degli interessi economici di qualche industria, ma solo il primo riguardante una popolazione indigena.
Alcuni anni prima, a John Moore, un cittadino statunitense, era stato prelevato dal suo medico, senza il consenso, un pezzo della milza e da essa creata una linea cellulare, successivamente brevettata. John Moore da tutto ciò non ebbe nessun beneficio, poiché questa parte del suo corpo è ormai un brevetto nella mani di una industria e tutte le cause legali intentate, per avere riconosciuti i propri diritti di proprietà, hanno dato torto a John Moore. Ad un italoamericano, originario di Limone del Garda, è stato trovato un gene che aiuta a mantenere bassi i livelli di colesterolo nel sangue. Questa mutazione spontanea si manifesta in quasi tutti gli abitanti di quella zona. Anche in questo caso il gene è stato brevettato e così gli abitanti di Limone del Garda non hanno neanche la possibilità, se lo volessero, di donare il loro gene all’umanità.
Esiste però un progetto di ricerca che coinvolge l’intera popolazione di una nazione europea. Nel 1998, infatti, il Parlamento islandese ha autorizzato la multinazionale svizzera Hoffmann La Roche a prelevare un campione di sangue a tutti i suoi 270.000 cittadini, permettendo così la loro schedatura genetica. Secondo Kari Stefansson, capo dell’industria DeCode Genetics, affiliata della Hoffmann La Roche, il progetto avrebbe l’ambizioso scopo di capire l’origine delle malattie genetiche, trovare i mezzi per diagnosticarle e curarle. La popolazione islandese è ideale, poiché nei secoli passati non ha subito contaminazioni da parte di altre razze e quindi il proprio genoma è più omogeneo e facile da studiare. La Hoffmann La Roche intende investire nel progetto 220 milioni di dollari, se poi troverà geni, o sequenze geniche interessanti le potrà brevettare, trasformando così un patrimonio collettivo, com'è il DNA, in un bene privato da sfruttare economicamente. Ai 270.000 islandesi rimarrà il diritto di poter utilizzare gratuitamente gli eventuali farmaci ottenuti grazie alle scoperte sul loro patrimonio genetico. In cambio la Hoffmann La Roche avrà modo di rifarsi con gli altri sei miliardi di abitanti del mondo!
Non sono però stati brevettati solo singoli geni, ma anche animali interi modificati geneticamente. Il primo caso risale al 13 aprile 1988, quando negli Stati Uniti, all’azienda chimica DuPont fu concesso il brevetto per l’oncotopo (oncomouse). Questo è un topo in grado di produrre tumori, creato dai biotecnologi Philip Leder e Timothy Stewart dell’Università di Havard, inserendo nelle cellule fecondate del topo un frammento di DNA umano, chiamato "myc", capace di stimolare la formazione di tumori. In seguito furono concessi altri brevetti su animali manipolati geneticamente e molti altri sono in attesa.
Per la verità qualche voce “fuori dal coro” si è levata, come nel caso del giudice Marc Nadon della Corte federale canadese, che ha rifiutato la concessione del brevetto sull’oncotopo affermando: “Hanno introdotto una modifica nel topo, non hanno mica inventato il topo”. Nella maggioranza dei casi però le multinazionali non incontrano grossi ostacoli o, forse, sanno come superarli.
Non solo geni, non solo animali, ma, come abbiamo visto, anche cellule umane. Così alla società americana Biocyte è stato conferito il brevetto sulle cellule ematiche umane ottenute dal cordone ombelicale di un bambino. Concretamente vuol dire che, qualsiasi individuo o istituzione voglia utilizzare queste cellule, come succede nei trapianti di midollo osseo, dovrà pagare i diritti alla Biocyte.
Dopo avere brevettato geni vegetali, animali e umani, nonché animali interi e cellule umane, manca solo la possibilità di brevettare un essere umano. Con la Direttiva Europea 98/44, andiamo molto vicini a questo obiettivo. L’articolo 5 infatti stabilisce che: “Un elemento isolato dal corpo umano, o diversamente prodotto, mediante un procedimento tecnico, ivi compresa la sequenza o la sequenza parziale di un gene, può costituire un’invenzione brevettabile, anche se la struttura di detto elemento è identica a quella di un elemento naturale”.
Contro questi predoni del diritto e mercanti della vita, la comunità civile e quella scientifica devono unirsi e organizzare un fronte comune in grado di bloccare questo vortice in grado di inghiottire tutto e tutti in nome dell’interesse personale e del profitto._
Stefano Cagno




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