Si fa un gran parlare della vicenda della signora di Milano che ha rifiutato le cure drastiche che le sono state prospettate per circoscrivere il male che l’ha colpita. Maria, 62 anni, è sicuramente condannata a morire di setticemia a causa di una cancrena al piede. L'operazione e la conseguente amputazione potrebbero salvarle la vita, ma lei si oppone. Per sfuggire al gran clamore che il suo caso ha suscitato ed alle pressioni che si sono moltiplicate, oggi è in Sicilia per trascorrere nei luoghi della sua infanzia gli ultimi giorni. I test psicologici e psichiatrici a cui è stata sottoposta la donna hanno avuto esito negativo: è capace di intendere e di volere. Non c'è spazio, secondo i medici, per un trattamento sanitario involontario. E i medici del San Paolo di Milano le hanno provate tutte per riuscire a farle cambiare idea. Lucidissima, ha rifiutato la prospettiva di una menomazione.
Ma in tanti non vogliono arrendersi: il sindaco di Milano, Gabriele Albertini, le ha scritto una bella lettera-appello che è comunque caduta nel vuoto; l'assessore Tiziana Maiolo si è spinta molto più in là delle sue prerogative, facendo capire di essere pronta ad un intervento di impero che la costringa all'operazione; per non parlare di associazioni e giornalisti che si sono fiondati a capofitto sulla vicenda, ritenendo di poter, o addirittura dover disporre della vita della donna, obbligandola a fare ritorno in ospedale ed accettare l'operazione attraverso l'adozione del trattamento sanitario obbligatorio. Questa follia collettiva e spasmodica ha portato addirittura il Codacons (ma cosa diavolo centreranno in questa vicenda?) a minacciare il sindaco di Milano di una denuncia penale perché omette di intervenire per evitare un suicidio.
In qualche modo si richiede che la volontà personale sia piegata al rispetto della vita. Ma quali sono i confini tra il diritto a decidere per la propria vita e l'obbligo per i medici di intervenire per salvarla ad ogni costo? E' giusto lasciare che una donna vada incontro a morte certa per non tradire le sue volontà? Il ministro della Sanità Sirchia è stato chiaro: «Il diritto di rifiutare le cure va rispettato perché è un diritto ormai sancito se il soggetto dovesse ritenere che queste non giovino alla sua salute o alla sua qualità della vita».
In questi anni in cui tutti si dicono liberali sembra essersi smarrito il comune senso della realtà e della ragione. Una società che cerca di uniformare a tutti i costi l'individuo obbligandolo a condividere le valutazioni che ritiene "giuste", evidenzia i segni di una preoccupante degenerazione volta a minare la più intima libertà di scelta di una persona. In una società seria sarebbe molto più rispettoso non solo non intervenire, ma anche non parlare in questo modo così morboso e fintamente caritatevole, perché non si può aprire lo spazio a qualsiasi tipo di arbitrio. La decisione che questa donna ha preso non sarà stata già facile, figuriamoci come debba sentirsi nel dover affrontare questo assalto di politici, giornalisti, opinionisti, tutti pronti a indicarle la giusta via da percorrere. Non sappiamo quale sia la via più giusta, non sappiamo nemmeno se ve ne sia una, ma sentiamo forte la violenza che questa donna sta subendo in un momento di profonda sofferenza. Tutto ciò è moralmente inaccettabile e qualcuno dovrebbe vergognarsi e smettere di farsi carico di problemi e decisioni che non gli competono.
Paolo Carotenuto
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