La macellazione rituale degli agnelli nella ricorrenza della festa islamica
del Sacrificio ha suscitato prese di posizione polemiche e radicali nei
riguardi di certe pratiche, come la jugulazione, che per salvaguardare un
rito dettato dalla religione, espongono a sofferenze i giovani animali.
Nell´occasione si è anche discusso sulle norme alimentari degli ebrei
ortodossi (che impongono ai fedeli solo cibi "kosher") e su certe pratiche
religiose dei cristiani. Le religioni storiche sono state viste da taluni
quali fonte anche della violenza sugli animali.

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La sofferenza dell´agnello non va scaricata sulle religioni

La questione rimanda agli albori dell´umanità, quando le relazioni,
analogiche eppure distanti, tra Dio e la Natura, vengono vissute dall´uomo
in un coinvolgimento totalizzante che si rifà ai miti e si ripete nei riti.
Ma prima occorre sottolineare alcuni aspetti critici della nostra epoca in
riferimento al rapporto uomo-animale. L´abbattimento indiscriminato di
animali, che ha comportato anche il rischio di eliminazione di certe specie
viventi e di rottura di equilibri ecologici, può avvenire, oltre che per
necessità alimentari, per motivazioni più futili e voluttuarie, che vanno
dalle imposizioni della moda (chi non ricorda i cuccioli di foca uccisi a
bastonate?) e da certi sperperi venatori (la cronaca riportava i gusti
culinari di quell´ambasciatore italiano di epoca fascista che nell´Africa
Coloniale esigeva facoceri neonati cotti nel latte) sino alle richieste
della medicina alternativa e superstiziosa (il corno di rinoceronte, l´olio
di tigre, il grasso di marmotta, il fallo di cervo).
Molti animali vengono allevati in condizioni intensive di sfruttamento,
sofferenza e di rischi per la salute. Sono di questi giorni gli spettacoli
dei milioni di polli sepolti vivi a causa della influenza aviaria e delle
casse stipate di zibetti fate sparire chissà come e dove per prevenire la
Sars. Non sono facili da dimenticare le montagne di carcasse di bovini
uccisi per debellare la malattia della "mucca pazza".
Qualche anno fa la Medicina si vantava di essere sul punto di sconfiggere
attraverso gli antibiotici le malattie infettive. Invece, ecco che
drammaticamente si manifestano le antropozoonosi (infezioni acquisite
dall´uomo, trasmesse per mezzo di animali).
* * *
L´uomo, che appartiene al mondo animale, rappresentandone l´apice evolutivo,
deve sottostare alle leggi della natura.Una concezione antropocentrica
assoluta non lo esime dai parametri biologici. E l´homo sapiens sapiens non
può dimenticare l´ambiente naturale, la casa (oikos, da cui deriva
«ecologia»), che lo ospitano. Gli animalisti fanno bene ad insorgere per
salvaguardare i diritti degli animali e gli ecologisti a propugnare il
rispetto dell´equilibrio di quel sistema in cui l´uomo è parte integrante e
responsabile.
Del resto studi di scienziati ed etologi (Thorpe, Lorenz, Griffin, per
citarne alcuni) documenterebbero esperienze mentali negli animali, una sorta
di coscienza pragmatica che guida il loro comportamento. La comprensione
della nozione di "coscienza", in generale, costituisce un problema
altrettanto cruciale di quello della scoperta dell´origine della vita
(Popper). Uno stretto ed ortodosso evoluzionismo non spiega il sorgere e il
definirsi della coscienza.
Occorre riferirsi alle neuroscienze, a certe correnti di ricerca aperte
insieme alla filosofia e alla teologia, per cercare di comprendere i nessi
mente-cervello-anima. J.C.Eccles (premio Nobel nel 1963), alla fine del suo
percorso scientifico così si esprime: «Poiché la soluzione materialistica
fallisce nel dare una spiegazione della nostra unicità, sono costretto ad
attribuire l´unicità dell´Io e dell´Anima ad una creazione spirituale
sovrannaturale». Quindi, "coscienza animale" ed "autocoscienza umana" in un
rapporto solidale, dove quest´ultima è connotata in modo peculiare ed
identificante dalla capacità introspettiva e dalla responsabilità morale.
* * *
Il rapporto unitivo ed analogico che, in qualche modo, passa da Dio alla
Natura, attraversa anche gli animali: è interessante ricordare per inciso i
"Bestiari" degli antichi autori greci e il medioevale "Libro delle bestie"
di Raimondo Lullo, dove l´intero regno animale, specie per quel che riguarda
certe bestie paradigmatiche, assume un rilievo simbolico, persino arcano e
illuminante.
Per i filososofi greci del V secolo il rapporto tra l´uomo e l´animale
sussiste in un duplice atteggiamento, come sostiene Mario Vegetti: «da un
lato, l´affinità speculare tra l´uomo e l´animale viene irrigidita fino a
fare del corpo dell´animale un tabù, dell´animale stesso un
fratello...dall´altro l´animale diventa invece oggetto profano di una
manipolazione tecnica che ha per protagonisti l´allevatore, il cacciatore,
il pescatore, il macellaio, infine il medico dietologo».
Ai primordi dell´umanità, dunque, l´asse Dio-uomo-animale, ben evidenziato
dai sacrifici propiziatori ed espiatori, tende a manifestarsi in maniera
ripetitiva (rituale) e necessitante.
Dopo il periodo dei sacrifici umani alla Divinità, l´uomo arcaico sostituirà
l´offerta scambiandola con quella di un animale (probabilmente di qui deriva
il detto ‘capro espiatorio´). Ma già prima, l´atto mitico di Abramo, pronto
a sacrificare Isacco a Dio, propone una nuova dimensione del sacrificio
religioso; come spiega Mircea Eliade esso «fondamentalmente assomiglia a
tutti i sacrifici di neonati del mondo paleo-semitico, se ne differenzia
sostanzialamente per il contenuto», da un´usanza rituale si passa ad un atto
di fede.
Nell´antichità i sacrifici vengono ritualizzati dai sacerdoti in rigide
regole, da queste discendono abitudini alimentari, norme igienico sanitarie,
obbighi comportamentali, riti propiziatori e purificatori. Gli oggetti, e
gli animali in particolare, trascendono la loro realtà effettiva e rimandano
a qualcosa che posiede un mana, un karma, una sacralità.
* * *
La storia dei sacrifici nei secoli segnala una graduale evoluzione: così che
non si immolano più animali, né si arreca loro alcuna sofferenza, ma si
liberano colombe, si offrono cereali e frutta, fiori.
Vestigia di questi sacrifici animali rituali rimangono anche nelle religioni
che Blondel definisce "aperte", e in cui il senso del sacro si è liberato
dalla superstizione, dalla ripetitività esteriore, dai miti oscuri ed ha
compiuto un cammino di purificazione interiore.
Il Cristianesimo elabora simboli che derivano direttamente dall´Evangelo,
come quelli dell´Agnello, del Pesce, della Colomba, del Pane, del Vino e li
eleva a riferimenti metafisici e a segni sovrannaturali. Il simbolo rimanda
a qualcosa d´Altro. Il rito non è più una ripetizione, ma una celebrazione
in comune.
I miti e la ritualità suppongono una storia che non trascura niente di
quello che è stato creato e che porta l´uomo stesso davanti ai grandi
simboli della salvezza che sanno interpretare, se non proprio spiegare,
anche "quel perché e quell´oltre" di fronte ai quali la scienza e la tecnica
si arrestano.
I temi del dolore innocente, del male nel mondo, della continuità delle
guerre, del perdurare delle violenze degli uomini sugli altri uomini,
rappresentano una cifra che va al di là della sofferenza animale; eppure
niente va trascurato e sottovalutato (l´esempio paolino del corpo e delle
membra andrebbe esteso a tutto l´ecosistema) e occorre anche allertarci
nella protezione dei nostri fratelli ‘minori´, gli animali.
Ma non ha senso imputare ad una religione "aperta" le colpe della fragilità
dell´uomo e non si deve dimenticare che nella Buona Novella sta scritto che
Dio si cura dei passeri e dei gigli del campo.

Sergio Artini
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