Milano e la sua gente: premiata l'inchiesta del giornalista Ferdinando Maffioli
La "milanesità" esiste... E non è solo tradizione
PIERGIORGIO RIVA
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Sul computer scrivi milanesità e immediatamente il correttore automatico ti segnala con una sottolineatura che il termine è sconosciuto. Allora cerchi sul vocabolario e il risultato è analogo. Eppure la milanesità esiste e non è un'astrazione. Certamente è difficile definirla perché ha molte sfaccettature, come un brillante. È un modo di vivere, di pensare, di lavorare, di competere, un desiderio di affermazione, di appartenenza a una comunità, anche se all'ombra della Madonnina non si è nati. E proprio chi di Milano ha fatto una seconda patria ha maggiormente il culto della milanesità, al pari dei milanesi doc. Ma è proprio così o solo il ricordo di una tradizione?
Il giornalista Ferdinando Maffioli, nato a Milano, ha voluto verificare conducendo un'inchiesta tra la gente, ritenendo il termine piuttosto abusato, un'etichetta di un passato ormai tramontato. Una serie di interviste a tutto campo riportate in un'intera pagina de "Il Giornale" hanno dato, per lui scettico, un risultato inatteso, sintetizzato nel titolo "La milanesità? È viva e vegeta".
Maffioli, incontrato al Circolo della Stampa in occasione della premiazione del concorso giornalistico "Attilio e Ada Carosso", ci dichiara che non è stato facile far parlare la gente sul significato di milanesità e sulla sua attualità nel vivere quotidiano ma "è stato sufficiente scavare e allora ho scoperto che è un sentimento comune e diffuso fra quanti hanno voglia di fare ed è simbolo di un'onestà intellettuale". Per Ferdinando Maffioli "chi non è nato a Milano, ma qui vive e lavora, la milanesità è l'essere azionista di una metropoli che non esclude nessuno e sa premiare i più meritevoli". Non a caso il giornalista ha ricevuto, per la sua inchiesta, un assegno di 10mila euro disposto dalla Fondazione Carosso, riconoscimento riservato a chi sulla stampa, la radio e la televisione, è riuscito a svelare i segreti della milanesità, "dote essenziale - come sottolineato dal bando del concorso - per conquistare nella vita sociale posizioni di prestigio mediante il lavoro, lo studio, la paziente e volonterosa costruzione del proprio avvenire". Analogo premio è stato assegnato a Margherita De Bac per l'articolo "Tumori, 50 anni di sfida per rispettare le donne", apparso sul Corriere della Sera e dedicato all'impegno nella professione e nella ricerca del prof. Umberto Veronesi che ha contribuito a fare di Milano un polo di eccellenza internazionale nel settore della cura del cancro.
Nella Sala Bracco del Circolo della Stampa sono stati anche attribuiti dal prof. Francesco Ogliari, animatore del premio e presidente della giuria, gran maestro del cerimoniale e affascinante oratore, i riconoscimenti "Maestri di Vita" ai personaggi citati negli articoli: il poeta Franco Loi, cantore della lingua milanese, il prof. Veronesi, entrambi presenti, e al sindaco di Milano Gabriele Albertini che, impegnato a New York, ha fatto pervenire un significativo messaggio sulla milanesità che "si acquisisce non per nascita, ma per scelta nell'adesione ai valori plurisecolari di una città, che con grande generosità accoglie i figli adottivi offrendo a tutti, senza pregiudizi, pari opportunità nel rigoroso rispetto delle regole dettate dal senso civico che è orgoglio della tradizione meneghina". A presentare la serata il giornalista Tullio Barbato, direttore di Radio Meneghina che con garbo non disgiunto dalla schiettezza ha collegato i vari interventi, tutti godibili tra l'attualità e l'amarcord.
Il lavoro di selezione della giuria, come ricordato da Giuseppe Gallizzi, presidente del Circolo della Stampa, non è stato facile poiché tutti i partecipanti sono risultati meritevoli. A giudicare i lavori, personaggi di spicco, quasi tutti milanesi d'adozione: Gaetano Afeltra, scrittore e giornalista, Fedele confalonieri, presidente di Mediaset, Giuseppe De Luca, procuratore generale onorario della Suprema Corte di Cassazione, Mino Durand, giornalista, Massimo Ferrario, direttore del Centro di produzione Rai-Tv di Milano, Giuseppe Gallizzi, giornalista, Giancarla Mursia, editore e monsignor Riccardo Pezzoni, canonico del Duomo di Milano, che ha portato il saluto e l'apprezzamento dell'arcivescovo di Milano, il card. Dionigi Tettamanzi, un lombardo autentico, definito una "chioccia amorevole e protettiva succeduta a un'aquila" nella guida dell'arcidiocesi nel solco di una tradizione evangelizzatrice.
La Milano della comunicazione è stato il tema trattato da Massimo Ferrario che nel tratteggiarre la figura di Attilio Carosso del quale ha preso il posto nella guida della Rai a Milano, ne ha ricordato l'impegno civile, le capacità professionali che consentirono alla sede di corso Sempione di conquistare un primato nazionale assoluto, nonché le innate doti di comunicatore con il grande successo della trasmissione "ciciarem un cicinin" realizzata con Attilio Spiller e le voci di Liliana Feldmann, Evelina Sironi, Fausto Tommei e il poeta di redazione Alberto Cavaliere, tanto per citare.
Il parlare con il linguaggio della gente è stato il segreto della popolarità della milanesità, appannata a partire dagli anni 70 dal ridimensionamento centralistico romano.(ndr)
Oggi la Rai a Milano, ha annunciato Ferrario, sta ritrovando il suo ruolo di spirito di servizio del territorio supportato da idonei stanziamenti. La Rai come ieri è tornata un cantiere, una città nella città con ritrovato entusiasmo del personale altamente qualificato in tutti i settori delle produzioni radiotelevisive. Un segnale importante è anche la trasmissione "Nati a Milano" relegata nei programmi della notte anticipata, tra un paio di settimane alle 23. Ma la vetrina di cosa ha significato la Rai per Milano e per il sistema radiotelevisivo nazionale sarà la grande mostra in fase di allestimento alla Triennale di Milano, aperta al pubblico per tre mesi. Anche questa è milanesità, autentica.
[Data pubblicazione: 06/02/2004]




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