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Meraviglie di Persia tra palazzi, giardini e donne invisibili
Il diario di Gobineau, in missione per la Francia a metà ‘800, un viaggio da Shiraz a Teheran, oltre mille chilometri a piedi o a cavallo, un occhio rapito dalla luce dell’Oriente


7/2/2004

Anacleto Verrecchia


Di solito i diplomatici, di cui ho fatto una certa esperienza, sanno orientarsi benissimo nei corridoi del loro ministero, dove non sbagliano mai porta, ma si sentono piuttosto spersi sui sentieri del Parnaso. E tuttavia pretendono di fare anche i sacerdoti delle Muse. Forse scambiano la feluca per l’elmo di Minerva. Ci sono però delle eccezioni, soprattutto tra i diplomatici francesi. L’esempio più eloquente è Gobineau, non a torto definito, insieme con Stendhal, uno dei maggiori stilisti di lingua francese. E non mi riferisco tanto al famoso Saggio sulla disuguaglianza delle razze umane, in cui i superficiali hanno voluto vedere chissà quali diaboliche teorie, quanto alle Nouvelles asiatiques e ad altri scritti, compreso questo bellissimo Viaggio in Persia. La parte più viva e interessante, almeno per me che in epoca recente ho fatto lo stesso tragitto, è quella in cui l’autore descrive il suo viaggio da Shiraz a Teheran, passando naturalmente per Isfahan. Sono quasi un migliaio di chilometri, e farli a piedi o a cavallo, come fece Gobineau, doveva essere uno strapazzo non da poco. Le strade, che nell’antico impero persiano funzionavano a meraviglia, non esistevano più e quindi non si poteva fare uso neppure delle carrozze. Ma Gobineau non si lamenta mai, tutto preso com’è dal piacere di osservare e di descrivere ciò che vede. Per lui viaggiare non significa spostarsi da un luogo all’altro, come di solito fanno le mandrie di turisti in cerca di svaghi per ammazzare la noia che lo tormenta, ma leggere nel gran libro del mondo e della natura, studiare, meravigliarsi, provare stupore dinanzi ai fenomeni, piccoli o grandi che siano. Le imponenti rovine di Persepoli, una sessantina di chilometri a Nord-Est di Shiraz, quasi gli strappano un grido di meraviglia. Né crede alla leggenda, dura a morire e pappagallescamente ripetuta in tutte le guide, che Persepoli sia stata messa a fuoco da Alessandro Magno per compiacere una cortigiana. Infatti la sfarzosa residenza degli Achemenidi esisteva ancora molto tempo dopo il condottiere macedone. Isfahan gli piace più di Shiraz, anzi lo affascina. Nonostante che abbia perso lo splendore di una volta, la città «è ancora una meraviglia» e «deliziosa come un sogno». In modo particolare gli piacciono i giardini, che in Persia sono davvero splendidi. Si pensi solo alle rose di Shiraz, che sono grandi come la testa di un bambino ed emanano un profumo che delizia l’anima. E se Pindaro dice: «O Atene profumata di viole», a maggior ragione si potrebbe dire: «O Shiraz profumata di rose». Lo scopo della missione diplomatica di Gobineau, durata tre anni, era la firma di un trattato commerciale tra la Francia e la Persia. Siamo intorno alla metà del 1800. Ma la Persia era anche la patria di Zarathustra e della sapienza, e Gobineau ne rimase affascinato. Dirà poi: «Tutto quello che pensiamo e il modo in cui lo pensiamo proviene dall’Asia». Ex oriente lux! E’ strano, però, che egli, così dotato di sentimento estetico, non parli della straordinaria bellezza delle donne persiane. Forse non le vide bene, perché avevano il «viso severamente nascosto da una benda di tela bianca». Oggi non è più così e bisogna convenire che in nessun altro paese si vedono tante belle donne come in Iran. Hanno volti da Nefertiti e il chador, contrariamente a quel che si crede, conferisce loro qualche cosa di solenne. E’ difficile vederne di tracagnotte e con il sedere a pomodoro, come invece capita con le donne occidentali. Né si creda che siano sottomesse. Gobineau scrive che in Persia «ci sono più mariti da compiangere che mogli vittime». Vittima, in tal senso, era anche lui, perché, più per bontà d’animo che per frenesia erotica, aveva sposato una creola che gli rese la vita un inferno permanente. Mai lasciarsi impietosire da una donna che si atteggi a mater dolorosa: si tratta quasi sempre di una commediante. Nella seconda parte del libro, l’autore ci fornisce un eccellente ritratto dei persiani come popolo: caratteri, rapporti sociali, religione, costumi. Magnifica e a tratti anche divertente la descrizione che fa dei sufi e dei dervisci, soprattutto di quelli che andavano a piedi, come se niente fosse, da un continente all’altro. Ma lo facevano anche alcuni capiscarichi europei, tra cui una donna stiriana, che sembrava, dice l’autore, l’immagine «ideale delle streghe di Macbeth». Parlava cinque lingue, compreso l’italiano. Gobineau morì il 13 ottobre 1882 a Torino, dove è anche sepolto. La sua tomba si trova nel cimitero centrale, prima ampliazione, scomparto 87, n. 24. Non reca segni di omaggio. Dallo sfarzo delle ambasciate alla miseria di un piccolo loculo: è il destino dei poveri figli della terra.