Nel nostro tempo non solo ci si appropria dei beni fisici "naturali", ma anche della vita biologica, del sapere, dei linguaggi, dei prodotti della creatività artistica e dell'immaginario.

La storia delle "recinzioni" dei beni comuni è antica quanto la storia del capitalismo.

«Il primo che, avendo cinto un terreno, pensò di affermare: questo è mio, e trovò persone abbastanza semplici per crederlo, fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, guerre, omicidi, quante miserie ed orrori non avrebbe risparmiato al genere umano colui che, strappando i piuoli e colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: Guardatevi dall'ascoltare questo impostore; siete perduti se dimenticate che i frutti sono di tutti, e che la terra non è di nessuno!.» (Discorso sull'origine della disuguaglianza)
Viene dal mezzo del XVIII sec. il grido di Rousseau contro le recinzioni e varebbe oggi ripeterlo con la stessa forza profetica. L'appropriazione privata dei beni comuni si fa più rapace nei tempi di crisi, quando è più urgente ridare slancio all'accumulazione. Nel nostro tempo ha preso un andamento pervasivo, non solo ci si appropria dei beni fisici "naturali", ma si sottomette al regime privato la vita biologica, il sapere, i linguaggi, i prodotti della creatività artistica e dell'immaginario. Si recingono le città d'arte, si vendono i beni ereditati dalla storia, sia le forme "nobili" culturali che quelle minori, materiali e quotidiane: il cibo, la gastronomia, il folklore.


Un caffè a Venezia
La stessa esperienza umana, complessa e diversa per condizione, viene mercificata, venduta e acquistata e costituisce valore aggiunto. Qualcuno ha definito "effetto Florian" quel paradossale meccanismo che fa il prezzo di una tazzina di caffè a Piazza San Marco a Venezia smisuratamente più alto del suo valore economico intrinseco, proprio perché con la tazzina viene acquistato un patrimonio di tutti, la storia, la bellezza, l'eredità dell'immaginario di quella piazza. La sottovalutazione del valore dei beni comuni, l'idea che il mercato lì possa meglio sviluppare, stanno determinando un "sacco" che nella storia mai aveva avuto pari. La poltica economica "creativa" del governo italiano ha impresso a questo andamento, a cui non era stato estraneo il passato governo di centrosinistra, un andamento disastroso. Se bene osservate, intere pagine dei quotidiani nazionali ricorrentemente annunciano aste colossali di vendita di beni. Difficile percepire la natura e l'entità del sacco che si sta facendo nell'Italia s. p. a., come con grande lucidità denuncia Settis nel suo saggio sulla devastante politica dei beni culturali.

Il problema sta nel che cosa fare, come togliere dalla marginalità politica la questione. Bisognerebbe agire su due fronti. Ricostruire una forte soggettività sociale attenta alla difesa dei beni comuni come terreno essenziale per l'esistenza stessa dello spazio pubblico e dell'esercizio reale della democrazia. La vicenda di Scanzano costituisce un esempio straordinario di come una comunità, difendendo il suo territorio, difende la stessa sua cultura, l'eredità collettiva, la sua economia e infine rafforza la stessa tenuta della comunità. Ma tanti esempi si moltiplicano, cittadini si organizzano per riprendersi ciò che è già di tutti. Usano spazi, luoghi, simboli, esperienze che sono sempre stati di tutti, per impedire che si produca un'appropriazione privata. Penso all'esperienza lunga, generosa e complessa per i contenuti e le pratiche che è stata realizzata a Roma dall'associazione Ombra ( www. spaziaroma. it). Per un lungo tempo, con l'aiuto prezioso dell'università, angoli di città sono stati riscoperti, rivissuti come luoghi dell'esperienza colletiva, artistica, musicale, culturale. Ogni luogo di cui la comunità si riapropria acquista in qualche modo una sua intangibilità, un più difficile esporsi alla rapina privata.


Una difesa legale
La dimensione comune dei beni, il rispetto del demanio si diceva un tempo, uscendo dall'anonimato e dal trascurato acquista valore, crea contraddizione con il tentativo di ridurlo semplicemente a merce. Si rivalorizza e può tornare ad essere protetto. Ma forse non basta. Da più parti nel mondo si sta sviluppando un'intensa iniziativa di difesa anche legale dei beni comuni. Penso alla brevettazione dei semi in alcune situazioni contadine indiane, la battaglia per l'acqua e le riserve ambientali in luoghi diversi del pianeta, penso al movimento straordinario per il copyleft nel campo del software libero. Infatti è propria questa esperienza, ormai matura e globalmente diffusa nel mondo, che offre un riferimento paradigmatico per la difesa e il risarcimento comunitario dei beni comuni, beni materiali e naturali, beni simbolici e linguaggi.

Il copyleft è la protezione legislativa del software informatico, letteralmente vuol dire lascia copiare, usa, a patto che tu riconosca la natura sociale e cooperativa di quel bene. Tu puoi usarlo, valorizzarlo, riusarlo migliorato sempre a patto che resti nell'uso cooperante. Per i beni immateriali è chiaro che l'uso e il riuso collettivo può essere illimitatamente sostenibile. Se io ho un'idea e te la comunico, non solo la mia idea non si perde ma dall'averla messa in comune nasce una nuova ricca possibilità intrinseca generata dalla relazione.


Le favole bugiarde
Qualitativamente diversa la messa in comune dei beni non illimitatamente riproducibili. Alcuni beni comuni dovrebbero avere, se posso forzare il concetto, un copyleft che non sia intrinsecamente "insostenibile". Dovrebbero entrare in un ambito di uso austero del comune, che non espropri lo stesso bene dal suo debito verso il futuro. Mi pare possibile oggi che le comunità, le democrazie partecipate credo, potrebbero creare uno strumento straordinario per imporre questa originale dimensione di copyleft a tutti i beni della comunità. Una riforma che si avvale del movimento di rioccupazione di quello che è di tutti, riusandolo e preservandolo, ma che garantisce anche un nuovo livello dei diritti, imponendo un ambito non riducibile alla realtà economica della dimensione ambientale, sociale, culturale.

Nel momento in cui la mitologia dell'azienda come unico universo possibile per ogni ambito umano fa molti crack non sarebbe male praticare diffusamente l'eresia che il comune non solo è meglio, ma funziona meglio, è più efficace. L'acqua, le centralil del latte, l'energia, i farmaci, la cultura e l'arte, la musica e il teatro, il cinema e la poesia, le spiagge e i boschi, gli orizzonti e i colori del mondo tirerebbero un sospiro, liberando tutti noi dalla favola bugiarda che questo è l'unico mondo possibile.______

Liberazione
7 02 04____