di Roberto J. Gonzales, San Francisco Chronicle

Nei mesi scorsi, gli spettatori televisivi americani hanno assistito a una serie di immagini impressionanti che mostravano l'assoluta supremazia militare degli Stati Uniti. Tra queste, la distruzione della statua di Saddam Hussein in piazza al-Firdos, l'emozionante "salvataggio" di Jessica Lynch, le riprese panoramiche dei bombardamenti su Baghdad e l'atterraggio di George W. Bush su una portaerei.
Se queste immagini sono state più insistenti e convincenti rispetto a quelle delle passate guerre c'è una ragione: viviamo in una cultura della manipolazione. Secondo Sheldon Rampton e John Stauber, autori di "Vendere la guerra" ("Weapons of Mass Deception"), l'Amministrazione Bush si è impegnata in un'operazione straordinariamente aggressiva per creare il consenso pubblico alla guerra in Iraq, usando propaganda, disinformazione, distorsione delle notizie e vere e proprie bugie.

Gli autori illustrano brillantemente la rete di interconnessioni tra alcune delle maggiori agenzie di pubbliche relazioni nazionali, il Pentagono, il Dipartimento di Stato e la Casa Bianca. Rampton e Stauber sono ben qualificati per analizzare le campagne diffuse dall'Amministrazione Bush: sono esponenti del Center for Media and Democracy, un'organizzazione di monitoraggio del settore delle relazioni pubbliche.
Gli oppositori dell'Amministrazione Bush hanno spesso criticato l'uso della propaganda di guerra ma questo è il primo libro che documenta un'ampia casistica sull'argomento. È scorrevole, appassionante e completo di una meticolosa documentazione, che susciterà certamente l'indignazione di molti lettori.

Il libro illustra gli obiettivi del Progetto per il Nuovo Secolo Americano (fondato nel 1997 da William Kristol, Paul Wolfowitz, Dick Cheney e altri sostenitori della nuova Guerra del Golfo), dell'Ufficio per la Comunicazione Globale della Casa Bianca (istituito dopo l'11 settembre 2001, per creare un consenso internazionale verso il rovesciamento di Hussein), del Comitato per la Liberazione dell'Iraq (creato nel 2002 per guadagnare il consenso pubblico alla guerra) e di gruppi di studiosi neoconservatori sostenitori dell'invasione dell'Iraq (l'American Enterprise Institute, il Center for Strategic and International Studies e il Middle East Forum).

Molti esponenti dell'Amministrazione Bush hanno tenuto il piede in due staffe, barcamenandosi tra il Governo e il settore delle relazioni pubbliche. Ad esempio, Charlotte Beers, un'ex dirigente in due delle maggiori agenzie pubblicitarie del mondo, è stata nominata sottosegretario di Stato per la diplomazia pubblica subito dopo la guerra in Afghanistan, per condurre una campagna televisiva volta a migliorare l'immagine dell'America agli occhi dei musulmani nel mondo, rivelatasi un fallimento. La portavoce del Pentagono, Victoria Clarke, aveva diretto la sede di Washington della principale agenzia di relazioni pubbliche del mondo, la Hill & Knowlton, che aveva realizzato la campagna pubblicitaria multimilionaria "Free Kuwait" nei preparativi per la prima Guerra del Golfo. Una schiera di consulenti di relazioni pubbliche stanno firmando contratti con il Pentagono e la CIA sulle questioni attorno all'Iraq, compreso John Rendon (direttore del Rendon Group), che si autodefinisce un "guerriero dell'informazione" e un "manager della percezione".

Infine, abbiamo il Capo di Gabinetto alla Casa Bianca, Andrew Card (ex vice presidente della General Motors), il quale ha spiegato lo scorso settembre al New York Times che le azioni militari contro l'Iraq sarebbero state rimandate di qualche mese perché "da un punto di vista commerciale, non si lancia un nuovo prodotto in agosto".

Il libro riserva molte sorprese anche a coloro che seguono il giornalismo investigativo. Ad esempio, il Congresso Nazionale Iracheno, un gruppo spesso presentato dai media come un'alleanza di dissidenti in esilio, è in realtà una creazione del Rendon Group, che ha versato 12 milioni di dollari dell'operazione della CIA per finanziare l'organizzazione tra il 1992 e 1996.

Sorprendente anche il caso della Benador Associates, "una potente compagnia di comunicazione che ha agito da agente" per alcuni "esperti" sul Medio Oriente connessi ai gruppi neoconservatori. L'agenzia assicura ai clienti le interviste sui notiziari televisivi, pianifica le loro apparizioni ai talk show e pubblica i loro editoriali sui maggiori quotidiani. I clienti della Benador hanno ricevuto un'attenzione straordinaria nei mesi precedenti alla guerra. Rampton e Stauber osservano che si è trattato di un'attenzione "schiacciante in confronto a quella rivolta dai media e dai politici ai 1.400 professori universitari specializzati in studi mediorientali nelle università americane".

Oltre a smontare le leggende sulla guerra, il libro indica come e perché così tanti americani hanno creduto (e continuano a credere) nella propaganda dell'Amministrazione Bush. Le moderne armi di inganno di massa funzionano perché fanno affidamento su tecniche già sperimentate: la paura causata dal dopo 11 settembre, gli allarmi sul terrorismo e le deportazioni di massa; una coalizione di media che ripetono all'infinito le dichiarazioni ufficiali del Governo con scarsa analisi critica; l'uso di un linguaggio che nasconde o inverte i significati (ad esempio, "cambio di regime", "liberazione", "coalizione del Bene" e "asse del male"); e la sostituzione nella sfera pubblica degli intellettuali indipendenti con "esperti" autoproclamati provenienti da gruppi fastosamente finanziati.

Il libro si chiude con il capitolo "Visti dagli altri", in cui viene analizzato l'atterraggio "Top Gun" di Bush sulla portaerei Abraham Lincoln - uno spettacolo descritto dal critico televisivo del Washington Post come uno "show patriottico, con la nave e l'equipaggio come elementi scenografici essenziali". Si stima che l'esibizione sia costata ai contribuenti 1 milione di dollari. Gli autori ritengono che dovremmo tutti interessarci a questa propaganda, poiché, sebbene stia attualmente aumentando il sentimento patriottico negli Stati Uniti, gran parte del resto del mondo ne ha una visione differente. Visti da oltreoceano, simili spettacoli mostrano un impero belligerante che gonfia minacciosamente i muscoli. È difficile pensare a un modo migliore per diffondere ansia e ostilità all'estero.

Questo libro dovrebbe servire anche come strumento di dissuasione culturale e come guida per controbattere a coloro che hanno accettato le giustificazioni per la guerra incondizionatamente. Possiamo solo sperare che ne verrà presto realizzato un documentario televisivo o un lungometraggio. In questo momento - mentre 150.000 soldati americani stanno occupando un Iraq ancora insidioso, senza che alcuna arma di distruzione di massa sia stata scoperta e con l'impressione crescente che gli esponenti dell'Amministrazione Bush abbiano fabbricato le giustificazioni per vendere la guerra al pubblico americano - il messaggio di questo libro non arriva soltanto al momento opportuno ma è anche, urgentemente, necessario.

Roberto J. Gonzalez è professore di antropologia alla San Jose State University e curatore del libro "Anthropologists in the Public Sphere: Speaking Out on War, Peace and American Power" di imminente uscita.


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