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Discussione: sud "agricolo"

  1. #1
    PADANIA LIBERA!
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    Predefinito sud "agricolo"

    La Confederazione italiana agricoltori denuncia: il Sud è nella morsa del banditismo È stato creato anche un servizio specifico per contrastare l’azione delle cosche. Si va dai furti di mezzi agricoli e di animali al controllo di intere produzioni Un giro illegale di cinque miliardi di euro


    Furti e abigeato, minacce ed estorsioni, aggressioni e intimidazioni, in qualche caso anche l'assassinio. Non si tratta dell'elenco dei vocaboli più usati da un cronista di "nera", ma di quanto accade nelle campagne italiane, in particolare quelle del Sud. Proprio così, alle prese con altri problemi - dall'acqua alle difficoltà di trasporto -, i contadini del Mezzogiorno hanno anche un'altra palla al piede: il banditismo. Perché di questo si tratta. Con, dietro, tutta la criminaltà organizzata che sporca lo Stivale. Una morsa che è ormai arrivata ad avere un giro d'affari di oltre 5 miliardi di euro all'anno.
    Ad alzare il velo su questo fenomeno è stata la Cia - una delle tre organizzazioni italiane degli agricoltori - con un'indagine sulla criminalità in agricoltura nelle regioni del Sud presentata ieri da Pier Luigi Vigna, procuratore nazionale antimafia. Ne è emerso un vero e proprio dossier nero della vita nelle campagne del Sud di fronte al quale Vigna ha spiegato: «Dopo la creazione di un Servizio specifico, stiamo conducendo incontri con la magistratura dei diversi centri del Sud e coinvolgendo le Forze dell'Ordine, per creare una vera e propria rete di collaborazione in modo tale combattere meglio questi fenomeni».
    Dalla ricerca emerge che al primo posto stanno i furti di attrezzature e di mezzi agricoli (spesso poi destinati ai mercati dell'Est), al secondo uno dei crimini più vecchi al mondo: l'abigeato, ossia il furto di pecore. Meno frequenti, ma pur sempre molto diffusi, i furti di centraline elettriche per l'irrigazione oppure di interi gruppi elettrogeni. Ma c'è anche chi deve scontare il commercio illegale di tabacco, la macellazione clandestina, le discariche abusive. Senza contare tutta la serie di estorsioni e di ricatti che, per esempio, si traducono in doppie pesature e quindi in prezzi inferiori a quelli reali, ma anche in furti per riscuotere poi un riscatto. Oltre che nel controllo ferreo dell'intero commercio di prodotti agricoli .
    Ad essere colpite, tutte le regioni del Sud: Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna. «Anche se - spiegano alla Cia - la situazione più grave sembra essere quella della provincia di Caserta che viene definitiva una vera e propria piazza affari del crimine organizzato nelle campagne». Già, perché dall'intera ricerca della Cia emerge un dato di fondo: dietro tutto ciò non sono bande sparse, ma banditi organizzati e inquadrati da camorra, mafia, Sacra coronata unita e 'ndrangheta. «Una parte consistente del ricavato - hanno spiegato Vigna e Massimo Pacetti, presidente di Cia - mette, infatti in moto una serie di mercati illeciti che hanno bisogno, per essere sostenuti, di un' organizzazione efficiente, disposta a tutto e spesso legata, a sua volta, ad altre organizzazioni per assicurarsi la copertura dell'intero territorio nazionale e, per alcuni prodotti, internazionale». Anche se, viene fatto notare, in alcuni casi come in Sardegna, non esiste ancora una vera e propria associazione a delinquere con vincoli duraturi. Molto inferiore, invece, la presenta di immigrati clandestini che, spesso però, vengono usati come manovalanza a basso costo.
    È di fronte a tutto ciò che la Direzione Nazionale Antimafia ha creato, nell'estate scorsa, uno specifico Servizio. Una scelta necessaria ma, a quanto pare, non sufficiente per mettere mano con decisione alla situazione. Da qui le richieste della Cia. Come quella di arrivare ad usare i satelliti per tenere sotto controllo il territorio, oppure quella di creare speciali reparti di polizia a cavallo, ma anche dei corpi di Vigili Rurali. Magari prendendo a prestito ciò che già esiste in Sardegna: il "baracellare", una sorta di polizia rurale sarda che pare abbia dato qualche risultato.

    Andrea Zaghi
    l'Avvenire 04 02 04


    “Dossier” della Cia-Confederazione italiana agricoltori e della Fondazione Cesar
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    Un’attività malavitosa con un giro d’affari di oltre 5 miliardi di euro. Il procuratore nazionale Antimafia Piero Luigi Vigna e il presidente della Cia Massimo Pacetti illustrano, in una conferenza stampa, i gravi problemi che vivono gli agricoltori meridionali e le azioni per contrastare il preoccupante fenomeno. Gli interventi del vicepresidente nazionale vicario della Cia Giuseppe Politi e del segretario generale della Fondazione Cesar Giancarlo Brunello.
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    Furti di attrezzature e mezzi agricoli, racket, abigeato, estorsioni, il cosiddetto “pizzo”, danneggiamento alle colture, aggressioni, usura, macellazioni clandestine, discariche abusive, truffe nei confronti dell’Unione europea, “caporalato”. _L’agricoltura delle regioni del Sud è terrorizzata dalla criminalità organizzata. Migliaia di produttori agricoli sono nelle mani della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta, della sacra corona unita. Sono soggetti a pressioni, minacce e a ogni forma di sopruso. Un’attività illecita che frutta alla malavita, ogni anno, un giro d’affari che supera abbondantemente i 5 miliardi di euro. L’allarme è stato lanciato oggi nel corso di una conferenza stampa della Cia-Confederazione italiana agricoltori durante la quale ha presentato un “dossier”, elaborato insieme con la Fondazione Cesar, che mette in risalto i gravi problemi che sono costretti ad affrontare gli imprenditori agricoli delle regioni meridionali.
    Il “dossier”, dal titolo “Campagne sicure 2003. La criminalità in agricoltura nelle regioni del Sud”, è stato illustrato dal presidente nazionale della Cia Massimo Pacetti ed è intervenuto il procuratore nazionale Direzione nazionale Antimafia Piero Luigi Vigna. La conferenza stampa è stata introdotta dal vicepresidente vicario nazionale della Cia Giuseppe Politi e dal segretario generale della Fondazione Cesar Giancarlo Brunello.
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    Nuovo Servizio Antimafia. La denuncia della Cia, già formulata nei mesi scorsi, è stata accolta dal procuratore nazionale Vigna che ha istituito, nell’ambito della Direzione nazionale Antimafia, uno specifico Servizio per combattere la criminalità nel settore agricolo. Decisone questa che la Confederazione ha valutato positivamente in quanto si è attivato uno strumento valido per reprimere quei reati e quei crimini che attualmente colpiscono l’agricoltura italiana.
    Auspicio, per la Cia, è che il nuovo Servizio dell’Antimafia, insieme alle forze dell’ordine del nostro Paese da sempre impegnate nella lotta al crimine, possano conseguire al più presto risultati positivi contro quella malavita organizzata che sta praticamente affossando le energie e lo spirito imprenditoriale degli agricoltori meridionali.
    L’istituzione del servizio -si sottolinea nel “dossier”- è importante soprattutto perché, a differenza della criminalità nei centri urbani dove c’è un preciso punto di riferimento che sono le forze dell’ordine, nelle campagne l’agricoltore è spesso solo, disarmato, inerme, per cui, quando gli va bene, non gli rimane che scendere a patti. La paura, l’insicurezza, le preoccupazioni, nel mondo agricolo, hanno un altro sapore. Il bersaglio -si evidenzia nell’indagine- è bene individuale, non può nascondersi, pararsi. Non si corre il pericolo di coinvolgere estranei nell’oppressione violenta. Solo la capacità imprenditoriale, la fatica, il lavoro sono a rischio. Oggetti di azioni criminali che, molte volte, la cronaca trascura o, peggio, ignora, con un atteggiamento colpevole che non tiene conto quanto esse incidono sulla produttività delle aziende agricole e sullo stesso sistema di vita dei produttori.
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    I maggiori reati. Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna sono le regioni in cui le organizzazioni malavitose hanno concentrato la loro azione ai danni dell’agricoltura. Al primo posto, per numero, fra i reati -si sottolinea nel “dossier”- troviamo i furti di attrezzature e di mezzi agricoli. Si può tranquillamente affermare che non vi è azienda agricola che sfugga a questo crimine. Il racket è il secondo reato -sempre per numeri di crimini commessi- che si registra. Segue a debita distanza l’’abigeato. Reato che si concentra, soprattutto, in alcune zone della Campania (in particolare gli allevamenti di bufale). Invece, è molto limitato in Sicilia e, comunque, a carattere prevalentemente familiare, poiché vi sono faide interne alle famiglie. E’ più presente in Sardegna e in Calabria. In quest’ultima regione la percentuale è più risicata in quanto nessuno osa toccare bestiame conosciuto come di proprietà di capi ‘ndrangheta. Non a caso, questo bestiame viene definito “vacche sacre”._
    Nel “dossier” emerge anche che i furti di prodotti agricoli sono, di poco, meno frequenti dell’abigeato. Ma non si tratta, tuttavia, di occasionali furtarelli. Siamo in presenza di massicce sottrazioni del prodotto (spesso direttamente dalla pianta), che prevede una scientifica, organizzata operazione di raccolta.
    Tra i reati si segnalano, inoltre, il danneggiamento alle colture e le aggressioni a danno di persone. Reati tipici dell’avvertimento mafioso a chi si dimostra restio a cedere ai ricatti. Più distinti, fenomeni di usura (segnalati in Sicilia e in una zona della Calabria) e il pascolo abusivo (tipico di alcune aree della Sicilia e della Sardegna).
    Meno frequenti, ma presenti, sono i furti di centraline per l’irrigazione. In Sardegna si segnalano furti di gruppi elettrogeni. Il problema cronico della carenza d’acqua in provincia di Cagliari fa sì che vi siano, talvolta, allacciamenti abusivi alle condotte idriche. Anche in Sicilia (nelle province di Enna e Catania), per le stesse ragioni, si verificano allacciamenti abusivi ed estrazione dell’acqua da pozzi non regolari.
    Fiorente è anche il commercio illegale di tabacco, legato alle quote assegnate ai produttori dall’Unione europea. In questo settore impera il racket che si snoda attraverso diversi momenti: dalla raccolta all’essiccazione. Non vi sono scrupoli che tengano e il coltivatore si trova costretto a scegliere o di accettare l’infame avvertimento o di correre il rischio di vedere compromesso l’intero raccolto e con esso il lavoro di tanti anni, poiché tale è la sorte di chi si vede distruggere il campo.
    Nel “dossier” vengono riscontrati anche fenomeni come la macellazione clandestina e le discariche abusive, ambedue presenti in tutte le regioni meridionali. Reati che travalicano gli stessi interessi diretti dell’agricoltura, colpendo l’intera collettività e, più precisamente, la qualità dei prodotti e, conseguentemente, la salute pubblica.
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    Prezzi agricoli “imposti”. La criminalità, secondo il “dossier”, impone anche i prezzi per i prodotti agricoli, pesature dei prodotti inferiori a quelle reali, fa estorsioni attuate mediante previo furto di mezzi destinati alla coltivazione, esercita il controllo del mercato fondiario, compie furti di grano, con devastazione dei campi coltivati, commerci illegali e intromissioni nell’acquisto dei prodotti.
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    La realtà criminale nelle regioni. La situazione più grave appare essere quella della provincia di Caserta, definita una sorta di “piazza affari” del crimine organizzato ai danni dell’agricoltura. Qui gli agricoltori -si sostiene nel “dossier”- sono vittime di incendi, furti, vandalismi e minacce. Sono costretti a pagare riscatti per riavere i propri beni. Nel Casertano viene, inoltre, segnalata la presenza di criminalità straniera (nigeriani, marocchini e albanesi) che controlla la manodopera in nero in agricoltura, specie per la raccolta del pomodoro. Ma si tratta di semplice manovalanza al servizio di organizzazioni malavitose.
    Anche nel Napoletano e nel Salernitano i produttori sono soggetti a furti e intimidazioni e la criminalità finisce per avere il controllo dell’intero mercato fondiario. Mentre i coltivatori di Avellino e Benevento resistono meglio alle intimidazioni criminali, forse perché non colpiti dalle grandi organizzazioni malavitose, ma da singoli boss locali.
    In Puglia -si sottolinea ancora nel “dossier” della Cia- è interessato tutto il territorio regionale, con zone dove la criminalità (in particolare la sacra corona unita) si manifesta in modo particolarmente odioso, colpendo non solo i beni degli agricoltori, ma la loro stessa incolumità. Infatti, sono numerose le aggressioni in campagna subite dagli imprenditori e dai lavoratori agricoli.
    I furti di mezzi agricoli (16 per cento), l'abigeato (12 per cento), i furti di prodotti agricoli (11 per cento), il racket (9 per cento), sono i principali reati che colpiscono l'attività agricola in Puglia.
    Stesso il discorso per la Calabria e la Sicilia, dove la ’ndrangheta” e la mafia controllano in larghissima misura il commercio agricolo e il mercato fondiario. Ma anche in queste regioni gli agricoltori finiscono per subire ogni tipo di angheria che in molti casi -come rileva la stessa Direzione nazionale antimafia- generano omertà.
    In Basilicata si hanno reati specialmente in zone economicamente più avvantaggiate (Metaponto- Motescaglioso, Altobradano, Vulture-melfese, Potentino, Val d’Agri), mentre in Sardegna vi è una criminalità evoluta, pericolosa e profondamente radicata nel territorio. Tuttavia, nell’isola non esiste ancora l’associazione a delinquere che impone un vincolo duraturo, aggregante e omertoso tra criminali. La malavita si unisce occasionalmente per consumare un delitto, poi si scioglie spesso per non riformarsi.
    _
    Criminalità autoctona e manovalanza extracomunitaria clandestina. Nel “dossier”, infine, si rileva che la stragrande criminalità in campagna è autoctona, che può servirsi anche di extracomunitari (per lo più clandestini), ma che adopera per lavori di semplice manovalanza (carico e scarico di merce). Non si è in presenza di semplici banditi rurali, ma loro spietata arroganza, la spregiudicatezza delle azioni confermano che siamo di fronte ad una vera e propria criminalità organizzata o comunque persone strettamente collegate a forti organizzazioni malavitose che provvedono a trasformare in pingui affari il risultato delle azioni criminose.
    Infatti, una parte consistente del ricavato mette in moto una serie di mercati illeciti che hanno bisogno, per essere sostenuti, di un’organizzazione efficiente, disposta a tutto e spesso legata, a sua volta, ad altre organizzazioni per assicurarsi la copertura dell’intero territorio nazionale e anche quello, per alcuni prodotti, internazionale.
    In Puglia, ad esempio, si è convinti -soprattutto nella provincia di Brindisi- che il furto della strumentazione agricola, non avendo come contropartita il racket, è legato ad un’attività di esportazione del ricavato verso i paesi balcani a fronte, verosimilmente, di partite di droga.
    In altre zone, i mezzi agricoli vengono trasformati in pezzi di ricambio che hanno necessariamente bisogno di altri mercati. Per non parlare del bestiame che, sia se dirottato alla macellazione clandestina che verso viaggi che lo portano al di là dell’Adriatico, deve essere “affidato” ad organizzazioni pronte allo smercio.
    .
    Agenzia plurisettimanale della Confederazione italiana agricoltori - Anno X n 29

    www.cia.it

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  2. #2
    PADANIA LIBERA!
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    Per la precisione la cia è il sindacato vicino alla sinistra.
    Azzarola,loro come sempre possono scrivere quello che vogliono,quando le diciamo quelle cose siamo razzisti...loro possono!
    Saluti Padani

  3. #3
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    tengo a precisare che in sardegna non esistono ne cosche, ne racket, ne bande che ricattano......
    invece purtroppo qualche volta capita che nell'interno della sardegna ci scappi il morto per questioni di terreni o furti di bestiame....tutto limitato ad un'area piccolissima e ben conosciuta.
    dove l'agricolutra è più florida (campidano, nord sardegna ecc.) non esiste nessuno di questi problemi, e parlo per esperienza diretta, venendo da una famiglia che per centinaia di anni ha prodotto vino

 

 

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