http://www.lastampa.it/redazione/Cultura/revelli.asp
NUTO REVELLI: OGGI FUNERALI PRIVATI
La camera ardente di Nuto Revelli è stata allestita nell'ospedale di Cuneo, da dove, oggi, alle 13,45, che farà una sosta davanti al monumento ai Caduti della Resistenza, prima di raggiungere il cimitero di frazione Spinetta di Cuneo, dove Revelli sarà sepolto vicino alla moglie Anna. Le esequie - ha spiegato il figlio Marco, docente universitario a Torino - si terranno in forma strettamente privata per esplicita disposizione dello scrittore.
MORTO A CUNEO LO SCRITTORE CHE HA RACCONTATO LE GUERRE
DEI POVERI E I DIMENTICATI DALLA STORIA. AVEVA 84 ANNI
Nuto Revelli
la rivincita dei vinti
6 gennaio 2004
di Alberto Papuzzi
Il nome di Nuto Revelli, spentosi ieri nella sua Cuneo, resterà sempre legato alle pagine del Mondo dei vinti, lo straordinario libro-inchiesta di testimonianze di vita contadina, che vide la luce nel 1977 da Einaudi, dopo ricerche durate anni, consumando le suole nelle campagne del Cuneese, sulle montagne abbandonate, o fra le colline delle Langhe. Gli 84 racconti di vita raccolti in due volumi degli «Struzzi» erano insieme un appassionato ma laico omaggio, senza nulla di idilliaco, alla cultura rurale e un nitido, intransigente atto d’accusa alle scelte politiche che negli anni sessanta avevano favorito l’industrializzazione selvaggia, con la disgregazione di una società e il depauperamento del territorio. Il mondo dei vinti giustifica da solo l’attribuzione a Nuto Revelli di un posto fondamentale nella storia della cultura italiana e in quella dei rapporti tra intellettuali e paese. In realtà ha pubblicato, tra il 1946 e il 1998, nove titoli, ognuno essenziale, che costituiscono un patrimonio di storia orale, memoria, narrazione, di complessa collocazione sul piano disciplinare. Lui ha sempre respinto i tentativo di definirlo con le categorie tradizionali - storico, o sociologo, o antropologo, o narratore - scegliendosi un’etichetta del tutto informale: «manovale della ricerca».
Per capire chi era Revelli, anche come autore, e per spiegare il carisma di cui ha goduto (pur non avendo mai avuto cariche pubbliche, anzi avendole ostinatamente rifiutate), bisogna partire dalla sua esperienza di vita partigiana, nella banda giellista «Italia libera», bisogna ritornare alla scelta fatta subito dopo l’8 settembre di salire nelle sue valli e applicare le nozioni dell’accademia militare e l’esperienza di ufficiale alla guerriglia contro nazisti e fascisti. Le sue ricerche, pazienti e tenaci e gli scritti in una lingua ripulita dal superfluo, da Mai tardi, 1946, diario della campagna di Russia, e dalla Guerra dei poveri, 1962, che metteva insieme disfatta russa e vita partigiana, alle opere narrative dell’ultimo periodo, Il disperso di Marburg, 1994, e Il prete giusto, 1998, vanno lette come il proseguimento dei due anni con il Parabellum al comando della sua banda. Scrivere è stato per Revelli il modo per continuare a «resistere». Aveva il suo lavoro, una piccola fabbrica di profilati, impiegava il tempo libero per incontrare ex alpini, ex partigiani, contadini, montanari, e dare voce all’umanità dimenticata dalla storia ufficiale. In questo senso la sua è stata la vicenda di un antifascista fino all’ultimo, di tradizione gobettiana.
Era nato a Cuneo, nel 1919, da una famiglia borghese. Alto, atletico, primeggiava negli sport, eccellendo in particolare come discobolo. Per quanto fosse un perfetto modello di giovane fascista, era più forte il fascino dell’istituzione militare, come in molta borghesia piemontese. Nel 1939 entra all’Accademia di Modena, uscendone con i gradi di sottotenente degli alpini, giusto in tempo per salire su una tradotta per il fronte russo. Partenza da Rivoli nel luglio del 1942, con la divisione Tridentina. Il battaglione di Revelli era il Tirano. Con un altro battaglione, il Vestone, partiva il sergente Rigoni Stern. Senza conoscersi, senza incontrarsi, combattono sulla linea del Don, sfondano la sacca alla Nikolajevka, marciano per 600 km nella neve. Revelli torna a casa nel 1943, dopo essere stato ferito, decorato e promosso. Ma l’esperienza bellica lo ha profondamente cambiato: ha visto il marciume delle retrovie e ha vissuto lo sfascio della ritirata. Nell’ultima pagina di Mai tardi si legge: «Cialtroni! Più nessuno crede alle vostre falsità, ci fate schifo». E poi: «Chi ha fatto la ritirata non crede più ai gradi e vi dice: “Mai tardi... a farvi fuori!”».
La decisione di salire in montagna con due parabellum e la pistolmachine nello zaino, è una scelta esistenziale prima che politica. Revelli già sul Don aveva confidato a un amico: «Non farò più l’ufficiale effettivo, a nessun costo». Chiede a Livio Bianco di entrare nel gruppo giellista di Italia libera, raccoltosi fra le baite di Paralup su un versante della valle Stura. Le sue qualità di ufficiale ne fanno subito un comandante: è affascinato dalla formazione politica della banda con la rottura democratica delle gerarchie militari, ma rivendica la necessità delle stesse gerarchie quando lo richiedano le situazioni di combattimento. Significativo un episodio: dopo giorni di aspri scontri, mangia davanti ai suoi uomini, stanchi e affamati, un barattolo di marmellata prelevato della cosiddetta riserva intangibile: «Tiro avanti senza pietà. Domani avrò una giornata dura. Se questa marmellata mi darà forza, viva le leggi partigiane frantumate». Sa che dalla sua integrità dipende la salvezza della banda. Nel settembre 1944 è ferito al viso, lo portano a Parigi dove subisce 8 interventi chirurgici. Ritorna in forze per partecipare alla liberazione della sua città.
All’esperienza resistenziale risalgono i legami durati una vita, con gli amici azionisti (Agosti, Bianco, Bobbio, Foa, Galante Garrone, Natalia Ginzburg, i due Venturi, Primo Levi, per citarne alcuni). Anche lui è un esempio della scelta fatta dagli ex azionisti, dopo il fallimento del loro partito, di abbandonare nella maggioranza la vita politica. Nel 1945 si sposa con Anna, conosciuta prima della guerra. La loro è stata una straordinaria unione, sono in molti a pensare che Nuto ha cominciato a morire quando lei è scomparsa circa tre anni fa. Nel 1947 è nato Marco, oggi storico e politologo, studioso del fordismo e del suo tramonto.
Quando esce La guerra dei poveri, Leo Valiani scrive sull’Espresso che si tratta di una cronaca «cruda, realistica, senza riguardi per nessuno e senza temere che la nuda verità possa nuocere alla causa che si ha nel cuore». Nel 1966 Revelli pubblica nei classici saggi Einaudi La strada del davai, che nasce dalla reazione all’uso strumentale che i governi centristi avevano fatto della tragedia dell’Armir, la spedizione in Russia, e dalla volontà di mettere sotto accusa le cricche militari e politiche responsabili di quella tragedia. È la sua inchiesta sulla guerra, con le testimonianze di quaranta soldati, quasi tutti cuneesi.
La strada del davai segna uno spartiacque, perché è con questa ricerca che Revelli affronta la sfida che ha segnato la sua figura e opera di intellettuale atipico: una sfida che si chiama storia orale, come enorme patrimonio culturale delle classi subalterne, da disseppellire e valorizzare, portando alla luce eventi, memorie, fenomeni di conservazione e processi di cambiamento di un’altra storia, rispetto alla storia degli storici, rispetto a quella istituzionale. Una storia vista dal basso, come si diceva allora. L’ultimo fronte, raccolta di lettere di soldati caduti o dispersi nella seconda guerra mondiale (Einaudi, 1971) rappresenta insieme la naturale evoluzione della Strada del davai e il ponte verso le grandi ricerche successive sul territorio, Il mondo dei vinti e L’anello forte. Si tratta di un corpus di diecimila documenti, raccolti in cinque anni di lavoro, anche con l’aiuto di un colpo di fortuna, quando nel 1968 Revelli recupera venticinque sacchi di lettere considerate ormai scartoffie e destinate al macero.
Il metodo di lavoro che Revelli adotta, per tutti i suoi libri, anche quelli narrativi, è rivelatore come uno specchio della sua personalità intellettuale e del significato che attribuisce ai suoi scandagli nel territorio che gli è famigliare. Si fa accompagnare nelle case da mediatori, che stabiliscono un rapporto di fiducia con gli intervistati; le sue domande non sono pressanti, lascia parlare, preferisce ascoltare, all’inizio stenografa, teme che il registratore possa turbare; poi trascrive tutto a mano, su grandi bloc-notes; quindi batte alla macchina da scrivere una prima stestura delle cose da pubblicare. Rivede tutto e infine scrive il testo per l’editore. È un lavoro immane, di cui resta cospicua documentazione sugli scaffali (e sul pavimento) del suo studio. Fino all’ultimo ha lavorato artigianalmente, rifiutando il computer. Perché era convinto che il suo metodo gli garantisse fedeltà alle testimonianze, annotando anche le emozioni e i silenzi. Nutre l’ambizione che il soldato scriva la sua guerra e che il contadino racconti la sua vita.
È un metodo che richiede una grande pazienza. Se Il mondo dei vinti gli porta via sette anni, per L’anello forte (1985) ce ne vogliono altri sei, nel corso dei quali Revelli raccoglie 260 testimonianze sul mondo femminile, sempre diviso tra Pianura, Collina, Montagna e Langhe (la durata media delle interviste è di 4 ore, ne deve sacrificare quasi due terzi). Questo è il libro in cui Revelli incontra il Sud, nelle vesti delle calabrotte venute a sposare i contadini cuneesi che non riuscivano a trovare mogli nei loro paesi spopolati. Come già nel Mondo dei vinti, anche in queste pagine i risultati della ricerca condotta casa per casa si riversano in un libro quasi letterario, proprio perché l’autore vuole restare fedele alla struttura del linguaggio parlato.
D’altronde il passo successivo è la narrativa, con due libri non più corali, bensì dedicati a un solo protagonista, e tra loro legati da contingenze storiche: Il disperso di Marburg (Einaudi, 1994) e Il prete giusto (Einaudi, 1998).
Per la scrittrice Rosetta Loy, Il disperso è «un romanzo perfetto»: nasce dalla leggenda di un «nazista buono», catturato dai partigiani, del quale non si è saputo più nulla. La curiosità di Revelli lo porta in Germania, a scavare negli archivi bellici. Alla fine ne esce una intensa storia che intreccia piani diversi sul filo di un orizzonte europeo. Un capitolo racconta di un parrocco partigiano, realmente esistito, che tenta invano di salvare dalla fucilazione un gruppo di ribelli: è la prima comparsa di don Raimondo Viale, il protagonista del Prete giusto.
Come lo scrittore spiega in una postfazione, il libro nasce da una serie di colloqui - ancora una volta - fra Revelli e don Viale, in una piccola camera della casa di cura dove l’anziano parroco era stato ricoverato. Cinque incontri, ognuno della durata di tre ore. Il risultato è il ritratto di un uomo che riassume in maniera straordinaria le contraddizioni di un’epoca: perché il prete partigiano della guerra, riconosciuto come «Giusto d’Israele» per le tante vite di ebrei salvate, dopo la guerra viene emarginato dalle gerarchie ecclesisastiche per il suo conservatorismo, ritenuto retrò.
Naturalmente Revelli è un uomo che, per il suo passato e l’autorevolezza, ha avuto anche un ruolo pubblico, in cui ha manifestato la sua intransigenza, mai soltanto fine a se stessa, ma contro il degrado politico e culturale. Così quando, nel febbraio 1987, è stato invitato a far parte della commissione d’inchiesta sull’eccidio di 2000 soldati e ufficiali italiani a Leopoli, vota un anno dopo, con Rigoni Stern e Lucio Ceva, una relazione di minoranza, contro le facilistiche conclusioni della maggioranza: «La tragica storia di Leopoli - dichiara - non interessa ai generali».
Quando nel 1999 festeggia gli 80 anni (l’Istituto storico della resistenza di Cuneo gli dedica un numero speciale della rivista Il presente e la storia) e quasi contemporaneamente riceve la laurea honoris causa dall’Università di Torino, è l’occasione inevitabile per rivolgere uno sguardo a ritroso: «La memoria - ci dice - è il motivo che unisce tutti i miei libri: non dimenticare, non rimuovere». Ciò non significa che ci si abitui: «Riesco ancora ad arrabbiarmi, a scandalizzarmi». Ma non ci si lascia sconfiggere: «C’è moltissimo da fare, per la libertà e la democrazia. Però è possibile».




Rispondi Citando