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    cricetoso
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    Predefinito Campi di concentramento italiani nella Jugoslavia occupata

    1941-43: i campi di concentramento nella Jugoslavia occupata

    Il 6 aprile 1941 l'esercito italiano e quello nazista invasero la Jugoslavia. La Slovenia viene smembrata fra Italia (il territorio che diventa provincia di Lubiana) e Germania. Per quanto riguarda la Croazia il 18 maggio Aimone di Savoia, diventa re di Croazia, con il collaborazionista Ante Pavelic come primo ministro.

    Le prime formazioni partigiane slovene iniziarono la loro azione nel luglio 1941, con effettivi molto limitati (vengono successivamente indicate in 8-10 mila). Il primo tentativo di annientamento del movimento di liberazione jugoslavo, con un'azione congiunta italo-tedesca, viene realizzato nell’ottobre 1941. Esso termina con un totale fallimento, malgrado l’uso sistematico del terrorismo verso le popolazioni civili, le stragi e la distruzione, le rappresaglie feroci verso i partigiani e le loro famiglie (solo a Kragulevac, furono fucilate 2300 persone).
    Con l'inasprimento della lotta, i nazifascisti tentano una seconda grande offensiva, con 36.000 uomini. Scarsi risultati, moltissime vittime. I partigiani riescono a sfuggire al tentativo di accerchiamento.
    La terza grande offensiva si svolge dal 12 aprile al 15 giugno 1942, sotto la direzione del generale Roatta. Ancora una volta grandi perdite, stragi e distruzioni: non viene raggiunto l'obiettivo di annientamento.
    Intensificazione delle azioni contro guerriglia in Slovenia da parte delle forze del XI^ Corpo d'Armata (quattro Divisioni italiane, con l'aggiunta dei fascisti sloveni della "Bela Garda" (Guardia Bianca). Sempre feroci le azioni di terrorismo contro i civili e la deportazione delle popolazioni di intere zone, senza distinzioni di sesso e di età.




    In Slovenia, già dall’ottobre del 1941, il tribunale speciale pronuncia le prime condanne a morte, il mese dopo entra in funzione il tribunale di guerra. La lotta contro i partigiani, che diventano una realtà in continua espansione, si sviluppa nel quadro di una strategia politico-operativa rivolta alla colonizzazione di quei territori. Con l’intervento diretto dei comandi militari italiani la politica della violenza si esercita nelle più svariate forme: iniziano le esecuzioni sommarie sul posto, incendi di paesi, deportazioni di massa, esecuzioni di ostaggi, rappresaglie sulle popolazioni a scopo intimidatorio e punitivo, saccheggiamento dei beni, setacciamento sistematico delle città, rastrellamenti… prende corpo il progetto di deportazione totale della popolazione, con il trasferimento forzato degli abitanti della Slovenia, progetto che i comandi discutono con Mussolini in un incontro a Gorizia il 31 luglio 1942 e che non si realizza solo per l’impossibilità di domare la ribellione e il movimento partigiano. Nel clima di repressione instauratosi con l’occupazione militare nel territorio jugoslavo, per il regime fascista nasce inevitabilmente l’esigenza di creare delle strutture per il concentramento di un gran numero di civili, deportati da quelle regioni.

    In una lettera spedita al Comando supremo dal generale Roatta in data 8 settembre 1942 (N. 08906), viene proposta la deportazione della popolazione slovena. "In questo caso scrisse si tratterebbe di trasferire al completo masse ragguardevoli di popolazione, di insediarle all'interno del regno e di sostituirle in posto con popolazione italiana".

    I campi di concentramento e deportazione italiani furono almeno 31 (a Kraljevica, Lopud, Kupari, Korica, Brac, Hvar, ecc.), disseminati dall'Albania all'Italia meridionale, centrale e settentrionale, dall'isola adriatica di Arbe (Rab) fino a Gonars e Visco nel Friuli, a Chiesanuova e Monigo nel Veneto. Solo nei lager italiani morirono 11.606 sloveni e croati. Nel lager di Arbe (Yugoslavia) ne morirono 1.500 circa. Vi furono internati soprattutto sloveni e croati (ma anche "zingari" ed ebrei), famiglie intere, vecchi, donne, bambini.

    A proposito ecco un documento del 15 dicembre 1942, in quella data l'Alto Commissariato per la Provincia di Lubiana, Emilio Grazioli, trasmise al Comando dell'XI Corpo d'Armata il rapporto di un medico in visita al campo di Arbe dove gli internati "presentavano nell'assoluta totalità i segni più gravi dell'inanizione da fame", sotto quel rapporto il generale Gastone Gambara scrisse di proprio pugno: "Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d'ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo".

    Sempre nel 1942, il 4 agosto, il generale Ruggero inviò un fonogramma al Comando dell'XI Corpo in cui si parlava di "briganti comunisti passati per le armi" e "sospetti di favoreggiamento" arrestati, in una nota scritta a mano il generale Mario Robotti impose; "Chiarire bene il trattamento dei sospetti, cosa dicono le norme 4C e quelle successive? Conclusione: si ammazza troppo poco!".
    L'ultima frase è sottolineata, il generale Robotti alludeva alle parole d'ordine riassuntive del generale Mario Roatta, comandante della II Armata italiana in Slovenia e Croazia (Supersloda) il quale nel marzo del 1942 aveva diramato una Circolare 3C nella quale si legge:
    "Il trattamento da fare ai ribelli non deve essere sintetizzato dalla formula dente per dente ma bensì da quella testa per dente".

    E infatti furono migliaia i civili falciati dai plotoni di esecuzione italiani, dalla Slovenia alla "Provincia del Carnaro", dalla Dalmazia fino alle Bocche di Cattaro e Montenegro senza aver subito alcun processo, ma in seguito a semplici ordini di generali dell'esercito, di governatori o di federali e commissari fascisti.

    Bilancio delle vittime slovene in 29 mesi di terrore fascista, nei 4.550 Km quadrati di questo territorio:

    Ostaggi civili fucilati .............................… n. 1.500
    Fucilati sul posto........................................ n. 2.500
    Deceduti per sevizie.................................. n. 84
    Torturati e arsi vivi……………………… n. 103
    Uomini, donne e bambini morti nei campi
    di concentramento……………………..… n. 7.000

    Totale ………………………………… n. 13.087

  2. #2
    cricetoso
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    Testimonianza di una donna slovena sulle usanza fasciste durante l'aggressione della seconda guerra mondiale



    Ana Ban sul massacro nel villaggio di Podhum, vicino Fiume:

    «Gli italiani arrivarono alle 7 del mattino. Arrivarono e
    attaccarono in tutto il villaggio dei manifesti che
    proibivano a chiunque di andarsene. Poi vennero i carri
    armati con le mitragliatrici che attraversarono il villaggio
    sparando alla gente. Dappertutto c’erano italiani armati
    fino ai denti che saccheggiavano tutto quello che
    potevano. Si presero tutto, portarono via anche il
    bestiame e le nostre cose. Si sa come sono i soldati:
    vedono qualcosa d’oro e se lo prendono. Rubavano con
    proposito tutto, il resto venne bruciato. Più tardi vennero
    a prendere mio marito, ho chiesto dove lo stavano
    portando “Appena qui, sulla strada – dissero – ritornerà
    presto!”. Ma non tornò mai più. Eravamo tutti in piedi ad
    aspettare per vedere cosa ci sarebbe successo.
    Aspettammo e aspettammo, poi sentimmo degli spari e
    capimmo: uccidevano la gente a gruppi, portavano via 5
    – 6 alla volta e li ammazzavano».

  3. #3
    cricetoso
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    Il campo di concentramento di Arbe (Rab in croato)

    Il campo di Arbe), una delle isole che costellano il lato orientale dell'Adriatico (oggi territorio della Repubblica di Croazia), fu aperto nel luglio del 1942 ed ospitò complessivamente circa 15.000 internati tra sloveni, croati, anche ebrei. In poco più di un anno di funzionamento (il campo cessò di esistere 1'11 settembre del 1943), il regime di vita particolarmente duro causò la morte di circa 1.500 internati.



    La storia del campo

    Il 7 luglio 1942 il comandante della II Armata, Roatta, informa il comando del’XI Corpo d'Armata: il comando superiore aveva predisposto a Rab un campo con 6.000 persone sotto le tende...oltre a questo campo, ne sarebbe stato preparato un altro per 10.000 persone.
    Viene così edificato il primo campo di concentramento, definito n.1. Successivamente entrano in funzione i campi II, III, IV. Il Campo III fu destinato a donne e bambini, esso era situato ai limiti di una puzzolente palude. Gli altri erano collocati a ridosso di latrine che traboccavano in caso di forti temporali, allagando i campi.
    A fine luglio 1942 avviene il primo trasporto di internati.
    La guardia armata dei campi dell'isola di Rab, viene inizialmente affidata a militari del V Corpo d'Armata, successivamente sostituiti da una guarnigione di 2.000 soldati e ufficiali, più 200 carabinieri.
    Gli stessi detenuti sopravvissuti hanno riferito che la maggioranza dei soldati e di giovani ufficiali manifestavano una certa apatia, non accanendosi sui prigionieri.
    Nella primavera del 1943, si presentano i primi segni di sfacelo della guarnigione, si palesano volontà di avvicinamento verso i detenuti, malgrado la ferrea disciplina imposta dal comandante del campo, il tenente colonnello Vincenzo CIAULI, fanatico fascista, sadico, uso ad adoperare solo la frusta. Odiato anche dai soldati italiani.
    In una relazione delle forze armate italiane sui trasporti militari, ritrovata nel campo dopo la liberazione, sono elencati tutti i singoli arrivi con il numero dei deportati. In totale essi risultano 9.537 persone (4.958 uomini, 1296 donne,1.039 bambini), più 1.027 ebrei (930 donne, 287 bambini); per un totale di 10.564. (sono esclusi quelli in transito verso altri campi, compresi quelli sul suolo italiano).
    I deportati sono stipati in piccole, vecchie tende militari, scarsamente o per nulla impermeabili, su paglia già usata, con una leggera coperta: il tutto pieno di pidocchi e cimici.
    Molti sono stati rastrellati mentre lavoravano nei campi in estate, sono semi nudi e nulla viene dato loro per coprirsi. Condizioni bestiali, in particolare per l'autunno e l'inverno: pioggia, neve, con la gelida bora imperversante. Le migliaia di detenuti dispongono di soli tre rubinetti per l'acqua, erogata tre ore al mattino e tre ore al pomeriggio. Nei casi di punizione l'acqua viene tolta.
    Per la fame, il freddo, gli insetti, le malattie, la mortalità diventa elevatissima, in particolare per i bambini, le donne (alcune sono partorienti), vecchi (un internato ha 92 anni).
    Le possibilità di sopravvivenza concerne solamente i più robusti fisicamente e spiritualmente più resistenti.
    E' ignoto il numero dei deportati morti nel campo di concentramento di Rab (sarebbero almeno 1500).
    Si possono solo citare brani di una lettera, in data 15 dicembre 1942, dell'Alto Commissario, Grazioli: "... mi riferiscono che in questi giorni stanno ritornando degli internati dai campi di concentramento, specialmente da Rab. Il I medico provinciale... ha costatato che tutti senza eccezioni, mostrano sintomi del più grave deperimento e di esaurimento, e cioè: dimagramento patologico, completa scomparsa del tessuto grasso nella cavità degli occhi, pressione bassa, grave atrofia muscolare, gambe gonfie con accumulo di acqua, peggioramento della vista (retinite), incapacità di trattenere il cibo, vomito, diarree o grave stipsi, disturbi funzionali, auto intossicazione con febbre."
    Il comandante di allora dell’ XI corpo d'armata, il criminale di guerra Gastone Gambara, risponde scrivendo, tra l’altro di suo pugno: "è comprensibile e giusto che il campo di concentramento non sia un campo di ingrassamento. Una persona ammalata è una persona che ci lascia in pace".
    "Nelle vicinanze del campo esisteva un ambulatorio, così viene descritto. La casa aveva alcune camere e una cantina. Doveva servire per gli ammalati più gravi, tuttavia succedeva raramente che anche là venisse inviato qualche simile ammalato. Essendo il numero dei letti insignificanti, gli ammalati giacevano nei corridoi e persino in cantina, addirittura per terra. In cantina finivano di solito malati gravi che erano già sul punto di morte".
    A pochi mesi dalla liberazione, alcuni alberghi di Rab vennero trasformati in ospedale. I medici sono ritenuti "buoni ed umani… ma non potevano fare niente con una amministrazione incapace e corrotta".
    Nell'inizio dell'estate del 1943, si estende la convinzione di una prossima, generale disfatta del nazifascismo. Alcuni miglioramenti furono introdotti nei campi e negli ospedali di Rab...
    Con il 25 luglio 1943, e la fine della ventennale dittatura fascista, le prospettive nel campo non cambiano. Gli internati reagirono "spontaneamente e sorprendentemente: cantando", prima canti popolari poi quelli partigiani; carabinieri e militari non reagirono.
    Intanto si intensifica, fra chi è rimasto vivo, l'attività politica e la formazione di nuclei partigiani clandestini per la liberazione dei campi.
    L'8 settembre 1943, di sera, "scoppiò improvvisamente un'ondata di entusiasmo nelle truppe di occupazione". Guardie e carabinieri rimasero al loro posto; ciò malgrado, il 10 settembre venne organizzata dai gruppi clandestini un’assemblea dei detenuti, fu eletta una nuova amministrazione del campo, ammainata la bandiera italiana. I militari italiani sono disarmati e portati nel porto di Rab, arrestati il Ciauli ed una spia già nota. Si forma la brigata partigiana "Rab"; i giorni 15 e 16 settembre sbarco sul continente. Ciauli viene processato e condannato alla fucilazione.

  4. #4
    cricetoso
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    Il campo di concentramento di Gonars

    Il campo di concentramento di Gonars, in provincia di Udine, quindi vicinissimo alle zone slovene e alle zone in cui era già iniziata la guerra di liberazione, fu uno dei luoghi in cui si svolse la grande tragedia di questi deportati. Venne istituito già nel dicembre del 1941, costituito da tre settori, circondato da filo spinato, controllato dai carabinieri e da circa 600 soldati con 36 ufficiali. Ai lati nord e sud del vasto spazio recintato da due torri alte sei metri, armate con mitragliatrici puntate verso il campo, con riflettori che di notte illuminavano a intervalli di pochi minuti il campo e il circondario. Tutto intorno una "cintura" larga due metri, in cui le sentinelle avevano l’ordine di sparare senza preavviso a tutti quelli che la oltrepassavano.

    All’arrivo i nuovi internati venivano denudati, "disinfestati", rapati a zero. Ma nonostante la pulizia quotidiana delle baracche tenuta dagli stessi internati, i parassiti si moltiplicavano. Essi si diffondevano in prevalenza addosso agli internati che, a causa dell’indebolimento fisico, giacevano sempre a letto e si lasciavano andare all’apatia.

    Il 25 febbraio 1943 ci sono a Gonars 5.343 internati di cui 1.643 bambini. Ci sono intere famiglie provenienti da Lubiana o dai campi di Arbe (Rab) o di Monigo (Treviso); due terzi croati e un terzo sloveni. Baracche strette e lunghe, da 80 a 130 prigionieri per baracca; baracche praticamente senza riscaldamento o con stufe mal funzionanti, ma molti (specialmente uomini adulti) dormivano in tenda; igiene impossibile per mancanza di tutto; pidocchi, scabbia erpete e altre malattie contagiose; per quanto riguarda le donne incinte, l’80% dei nati erano morti. Mangiare del tutto insufficiente, minestrone mezzogiorno e sera, praticamente acqua, + 200g di pane. "La gente è affamata. Ma forse è meglio dire che muore di fame", scriveva il salesiano padre Tomec, come risulta da una sua lettera in data 6 febbraio 1943. "Queste famiglie non hanno nessuno che possa mandargli i pacchi, perché le loro case sono state bruciate e i parenti sparpagliati. (…) Una grande maggioranza di internati è venuta da Arbe (Rab) e sono giunti già esausti, simili a scheletri. (…) Dal 15 dicembre 1942 al 15 gennaio 1943 ne sono morti 161. In media muoiono 5 persone al giorno. (…) Il maggiore medico Betti mi ha detto che in due mesi il 60% di questa gente morirà, se prima non vengono liberati. (…) Una scena triste viene offerta dalla baracca nella quale ci sono soltanto bambini orfani che hanno perso i genitori ad Arbe o a Gonars". "Dio ci guardi da qualche epidemia nel campo. Le persone cadrebbero una dopo l’altra come mosche." Così scriveva ancora padre Tomec. E di una epidemia, si ha proprio notizia dai documenti della censura che si trovano nell’Archivio di Stato di Udine (fascicolo Prefettura). Infatti se in febbraio i problemi erano soprattutto la fame e il freddo, si ebbe anche un’epidemia di tifo petecchiale, non sappiamo con quali esiti. Di un’altra, nel giugno del ‘43, si sa anche per il campo di internamento di Visco (a 3 chilometri da Palmanova, a 10 dall’altro campo, quello di Gonars). C’erano in questo campo 4000 persone, che in maggio, come risulta sempre da questi documenti della Censura, erano stati picchiati dai carabinieri con "botte da orbi" perché "quando hanno saputo che abbiamo perso la Tunisia, si sono messi tutti a gridare "Viva la Russia"". Mentre sul campo di concentramento di Gonars ci sono stati degli studi che, seppur conosciuti solo localmente, hanno messo in luce questa tragedia, del campo di concentramento di Visco si sa poco e niente, ma la grande tragedia che vi si svolse emerge dai documenti che affiorano oggi dall’Archivio di Stato di Udine. Nel monumento ossario del cimitero di Gonars sono sepolti 453 corpi. I prigionieri vengono liberati nel settembre del ‘43. (a cura di Alessandra Kersevan)

  5. #5
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    Ho sempre sostenuto e continuerò a farlo che quando si parla di foibe, esodo ecc. occorre raccontare la storia a partire dall'annessione di Trieste e dell'Istria (1918) in avanti. E quindi tutta la pagina della persecuzione fascista contro gli slavi (dal rogo dell'Hotel Balkan a Trieste nel 1920 alle leggi fasciste di snazionalizzazione forzata) e anche di questi fatti della 2a guerra mondiale che Jozif ha qui messo a disposizione di tutti.

  6. #6
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    Sono sicuro che il vicepresidente del consiglio on.Gianfranco Fini al pari dell' on. Fassino troverà il modo di fare chiarezza e di esprimere tutta la sua solidarietà al popolo Jugoslavo e condannare senza mezzi termini gli orrori commesi dal fascismo.....

  7. #7
    Totila
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    In Origine Postato da damps
    Malik, isoica, svicolone, Beli Mawyr,
    si aspettano i vostri graditi interventi.

    O di questo thread non v'importa?
    Io, p.e. queste cose l'ho sempre scritte...
    Sono stato il primo, mesi fa, a postare un thread sul documentario della BBC "fascist Legacy"

  8. #8
    cricetoso
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    Gli internati sloveni e croati deportati sull’isola di Arbe e in Italia

    Tone Ferenc



    Il tema dei campi di concentramento italiani riservati agli sloveni della Provincia di Lubiana ed ai croati del Gorki Kotar è lungi dall’essere inedito. Esso fu trattato da storici sloveni, croati ed anche italiani, primi fra tutti Bozidar Jezernik, Ivan Kovacic, Carlo Spartaco Capogreco ed altri. Nel 1946 fu dato alle stampe a Lubiana un volume dal titolo Internacije/Internamenti, corredato da alcuni documenti, ma una raccolta di gran lunga più esauriente, riportante ben 490 documenti, ha visto la luce nell’autunno dell’anno scorso.

    Quanto alla Provincia di Lubiana, costituita nei territori occupati dall’Italia e annessa il 3 maggio 1941 al Regno d’Italia, non appare sostenibile, per il 1941, la presenza di una violenza di massa. Per contrastare la resistenza armata degli sloveni furono peraltro disposti provvedimenti di confino ed il Tribunale militare di guerra, insediato a Lubiana nel novembre del 1941, comminò alcune condanne alla pena capitale. I presupposti giuridici allo scatenamento di una violenza di massa nei riguardi della popolazione resistente furono forniti da Benito Mussolini, con un provvedimento che affidò al Regio Esercito competenze in materia di tutela dell’ordine pubblico (19 gennaio), e dal generale Mario Roatta, comandante della II Armata, con la famigerata circolare 3C (1 marzo 1942) che introdusse, accanto ad altri drastici provvedimenti (la fucilazione di ostaggi, l’annientamento dei villaggi, ecc.), anche quello dell’internamento della popolazione.

    I primi due campi di concentramento, per le persone catturate nel corso di un’azione di rastrellamento protrattasi a Lubiana per alcuni giorni a cavallo dei mesi di febbraio e di marzo del 1942, furono allestiti all’inizio del mese di marzo 1942 nelle località di Ciginj e di Dolenja Trebuša, per fungere in un certo senso da carcere sussidiario, soggetto alle competenze del comando dell’XI Corpo d’Armata che aveva predisposto all’uopo un apposito regolamento. I carcerati – indiziati politici sloveni – vi avrebbero dovuto sostare a disposizione delle autorità inquirenti fino all’eventuale condanna dinanzi al Tribunale militare di guerra. La contrarietà di alcuni funzionari della Venezia Giulia all’apprestamento di campi di concentramento in prossimità del confine, ed in un’area della Venezia Giulia ad insediamento allogeno, determinò il trasferimento di questi e di altri prigionieri nell’allora campo di prigionia per prigionieri di guerra n. 89 a Gonars, nella Bassa friulana. L’internamento dei civili rastrellati a Lubiana ed in altre città e di ufficiali e sottufficiali del disciolto esercito jugoslavo produsse in breve tempo la sovra saturazione di quelle strutture (al punto che si dovette ricorrere alle tendopoli) e l’Intendenza della II Armata, alla quale nel mese di marzo era stata conferita la competenza per la gestione dei campi di concentramento riservati agli internati della Provincia di Lubiana e del Gorski Kotar, allestì nel luglio del 1942 altri due campi di concentramento nelle caserme di Monigo in provincia di Treviso e di Chiesanuova in provincia di Padova.

    Fino ai primi di luglio del 1942 l’internamento aveva colpito ben determinate categorie di persone (i cosiddetti indiziati politici, gli ufficiali e i sottufficiali, gli intellettuali, i rifugiati, i disoccupati, i parenti dei partigiani, ecc.), e poiché le aree rurali erano controllate dalle autorità resistenziali, esso si limitò alle località presidiate da guarnigioni militari italiane. Nel corso dei preparativi per la grande offensiva militare, protrattasi dalla metà di luglio ai primi di novembre del 1942, che avevano fatto presagire internamenti ancor più massicci, tanto da alimentare un fitto scambio epistolare tra Roma e Lubiana sull’opportunità o meno di internare circa 30.000 sloveni, mentre qualche funzionario presso il ministero degli Interni propose l’internamento nientemeno che di 100.000 persone provenienti dalle province annesse, fu allestito, nel mese di luglio, sull’isola di Arbe, un nuovo campo di concentramento, anzi il più capiente campo di concentramento sino ad allora disponibile. Nonostante la sua stessa posizione insulare risultasse dissuasiva nei confronti di tentativi di evasione, gli episodi verificatesi in alcuni campi di concentramento indussero le autorità, nell’autunno del 1942, a riqualificare il campo di concentramento per prigionieri di guerra in località Renicci, nell’Italia centrale, in un campo di internamento per la popolazione slovena.

    Benché il maggior numero di sloveni e croati fosse stato internato nel corso della ricordata offensiva (oltre la metà della popolazione residente nel Gorski Kotar e nelle aree meridionali della regione di Kocevje, intere famiglie provenienti da interi villaggi letteralmente rasi al suolo) e benché lo stesso Mussolini avesse ventilato nel corso di una riunione con i comandi militari l’evacuazione coatta di tutta la popolazione della Provincia di Lubiana, i comandanti della II Armata e dell’XI Corpo d’Armata ritennero impraticabili gli "internamenti massicci". In concomitanza con i preparativi per la grande offensiva militare congiunta tedesca, italiana e ustascia-croata in Croazia ed in Bosnia, venne allestito, nel gennaio del 1943, un nuovo campo di concentramento in località Visco, nei pressi di Palmanova, prevedendo per esso consistenti capacità ricettive che tuttavia, analogamente a quanto avvenne ad Arbe, non furono raggiunte.

    Le capienze previste per i campi di concentramento su ricordati furono varie; la massima si ebbe ad Arbe con 20.000 internati, ma di fatto essa si aggirò sulle 6.650 unità. Stando ai dati statistici, il numero degli internati raggiunse il picco il 29 dicembre 1942 con 21.671 internati, calcolando però i decessi ed i provvedimenti di rilascio di internati (che alimentarono perlopiù i ranghi della Milizia volontaria anticomunista – MVAC) si può stimare, per il biennio 1942-1943, un numero di internati dalla Provincia di Lubiana e del Gorski Kotar non inferiore alle 25.000 unità.

    Le condizioni di vita degli internati in questi campi di concentramento variarono da campo a campo in relazione a svariate circostante. La situazione più precaria si ebbe ovviamente sull’isola di Arbe dove i tassi di morbilità e di mortalità dovuti a denutrizione, a condizioni abitative insalubri, al freddo, ecc., raggiunsero dimensioni spaventose, paragonabili persino a quelle di alcuni campi di concentramento nazisti. Stando ai dati certi sinora raccolti perirono in questi campi di concentramento oltre 2424 internati, la maggior parte dei quali – ben 1435 – sulla sola isola di Arbe.

    Il crollo del regime fascista in Italia non comportò per gli internati sloveni e croati la liberazione dai campi di concentramento italiani. Essa fu resa possibile soltanto dall’armistizio decretato l’8 settembre 1943; tuttavia numerosi reduci dai campi di internamento italiani dovettero affrontare il nuovo calvario dei campi di concentramento tedeschi.

  9. #9
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    Precisiamo che la fucilazione dei partigiani rispondeva perfettamente alle leggi di guerra, e che la stessa fucilazione di ostaggi civili come rappresaglia per attacchi di irregolari, per quanto ripugnante, era ammessa (a certe condizioni e con certe procedure) dal diritto internazionale e fu praticata da tutti i paesi che parteciparono alla II Guerra Mondiale, inclusi Sovietici e Alleati ai danni della popolazione tedesca nel 1945.
    Per il resto facilmente d'accordo con chi ha iniziato il thread: orrori su orrori che vanno spiegati, perchè non si pensi che le foibe del 1945 nascano dal nulla come per un raptus di follia collettiva.

 

 

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